sabato 19 ago
  • Gattopardi a cutiddate

    Oggi, sul Foglio, siamo finiti in prima pagina.

    Sembra che da qualche parte si senta la mancanza della famiglia, delle ammazzatine, dell’onore e forse anche della mafia.

    Sembra che un pezzo d’Italia e di mondo (riflettete anche su questo quando criticate le magliette della mafia che vanno a ruba fra i turisti), da qualche tempo, ci guardi con invidia, noi che ancora possiamo permetterci padrini come Bernardo Provenzano e che, ancora nel nostro quotidiano, possiamo assisstere alla cutiddata di Burruano in piazza a Mondello.

    Sembra che mentre noi scriviamo su Rosalio che la mafia fa schifo, un pezzo di umanità persa dietro ai relativismi dell’efficienza e delle gesellshaft ci guardi con le lacrime agli occhi.

    Assistendo al tramonto dei nostri gattopardi con il magone di chi sa di avere perso qualcosa, irrimediabilemente.

    Vi copincollo l’editoriale di oggi e apro la discussione sui commenti.

    LA COLTELLATA
    Tra tanti difensori di femmine a vie di fatto un padre, è passato alle vie di fatto. Arrestato Burruano

    Contro i difensori delle femmine a chiacchiere, finalmente un difensore che è passato alle vie di fatto. Burruano, il popolare attore siciliano, l’interprete de “I cento passi” – la maschera di quel definitivo casting che fa la Sicilia moltiplicata nei suoi film, dai Montalbano, alla Piovra, fino al Proronaso di Rinaldo in Campo –all’Ucciardone. È accusato di tentato omicidio. Ha piantato una coltellata all’ex genero, il padre dei suoi tre nipoti. Come in una scena di ruvida malia rusticana, occhio sazio di troppe angustie, povero padre inseguito dall’esasperazione della figlia martoriata da insulti e minacce, alle 19,30 di ieri l’altro Burruano ha fatto tutto. È entrato nel bar di Palermo dove lavora il genero e, senza troppe storie, ha dato il suo affondo. Con un coltello a serramanico, ahinoi. E con una sola coltellata poi: a pelo col cuore. E senza neppure minacciare: “Tenetemi che l’ammazzo”. Senza dire che come se niente fosse – come se aspettasse un nuovo ciak, un cambio di scena o l’indicazione dalla regia – occhio perso tra tanta ira, povero padre in cerca di un sereno, come se fosse stata solo una pigliata di caffè insomma, Burruano è uscito dal bar ed è tornato dagli amici. Come solo in un colpo di sceneggiatura si sarebbe potuto pensare per dare profondità al dramma. È stato poi arrestato nella notte nella piazza di Mondello, in compagnia degli amici, davanti a una birra. L’ex genero nel frattempo veniva soccorso e ricucito in ospedale. Prognosi riservata. Un tentato omicidio dunque. E se vale il diritto per un padre di famiglia di difendere l’incolumitˆ della propria figlia (quello di piantare una coltellata al malacarne di turno punto e basta, questo è il diritto di cui si parla), oggi che Hina la pachistana viene ammazzata in casa, un’altra, la vedova indiana di Modena si suicida per non andare sposa a un vecchio cognato, oggi che tante povere femmine sono ridotte a fare carne da sfogo per i luridi più luridi, c’è da dire che finalmente una ragazza l’ha trovato un difensore. Con la coltellata ahinoi. Come si faceva una volta, con un padre di famiglia che difende l’incolumità della propria figlia a costo di tagghiare la panza, dura chirurgia sociale, ahinoi, all’origine di tutti i drammi: quello di una coppia sfasciata.

    Un girotondo all’Ucciardone
    Burruano di sicuro non finirà ospite in un talk show per discutere questa vicenda, suocero e genero non si troveranno a confronto da Maria De Filippi, la tivù del dolore non saprà digerire questo potente ruggito che arriva dalle viscere della nostra identità di rovinati.
    Se vogliamo rendere omaggio a ciò che siamo stati, alla benedetta lama che ci riporta alla dignità del maschio mediterraneo, l’idea del difendere una ragazza nel crescendo rusticano è solo un balsamo che mette a riparo dalla nauseante ipocrisia della civiltà del diritto: altrimenti come se la campa la vita una ragazza che ha sbagliato marito? A volte è un bene che si abbandoni l’aristocratico abito mentale dell’uomo occidentale e giusto per buttarla in modernità, anche i difensori delle femmine a chiacchiere dovrebbero considerare l’urgenza di ascoltare le ragioni del sangue, anzi, più propriamente, quelle ragioni del sangue agli occhi che, ahinoi, sono la certificazione più sincera della verità della vita. Burruano ora dovrà vedersela con gli avvocati, il tribunale, la fedina penale e le carte macchiate. Il genero dovrà per forza tenersi la coltellata piantata addosso e la figlia infine, potrà placare il suo rantolo rabbioso in un sorso di soddisfazione. E di solidarietà. Contro i difensori delle femmine a chiacchiere c’è stato dunque un difensore che è passato alle vie di fatto. E adesso vogliamo vedere le femministe fare un girotondo intorno all’Ucciardone.

    Palermo
  • 20 commenti a “Gattopardi a cutiddate”

    1. Fino a ieri (proprio ieri, 24 ore fa) calpestare il diritto alla vita era un reato incontestabile, almeno sul piano morale ed etico. Oggi c’è chi prende quasi le difese per un uomo che accoltella un altro uomo, attentandone la vita.
      Ma l’editorialista del “Foglio” usa un’ironia talmente sottile da non essere compresa da me, oppure segue una filologia di pensiero che porta, nel massimo della sua assurdità, a quel pazzo del leader iraniano che afferma, convinto e deciso, che l’Olocausto non sia mai esistito?

    2. A me spiace per la vicenda personale, che sarà stata pesante e pressante.
      Ma se tutti ci portassimo dietro un coltello a serramanico, da usare nei momenti di ‘sangue agli occhi’, credo che la nostra specie si estinguerebbe con una certa celerità.
      Con tutte le comprensioni del caso, e le attenuanti del caso, perché risolvere le cose ai coltelli?
      Esisterebbe, anche se forse a volte é poco efficiente, l’istituzione pubblica.
      C’é sfiducia, ok. Forse a volte non può fare più di tanto, ma la teoria del farsi giustizia da soli, mi sembra da far west americano.
      Ci si può sentire vittime e perseguitati, ed avere voglia di ‘liberazione’. Ma questa ‘liberazione’ che costi ha?
      Finire inquisiti per aggressione? Sarebbe questa l’auspicata ‘liberazione’?

    3. Questa storia di Burruano se fosse spostata a Hollywood sarebbe un evento mediatico incredibile!La star del cinema che tenta di uccidere un familiare,l’alcool dopo il tentato omicidio,una vita bruciata nonostante il successo!Burruano è il nostro Marlon Brando!Altro che femmine da difendere,è puro showbiz!

    4. il tono dell’editoriale mi sembra tutto sommato ironico (ahinoi)..tipico di quell’intellighenzia cresciuta a pane e provocazioni disposta a prendere idealmente (ma solo idealmente) le difese di un Burruano pur di dire qualcosa che vada contro il senso comune..

    5. Che dire?
      Non mi stupisco piu’ di tanto.
      Il Foglio e’ un giornale che non apprezzo molto, per cosi’ dire….

      Si commenta da solo.
      Se voleva essere ironico, non l’ho colto
      Se voleva essere divertito e’ un mostro chi lo ha scritto
      Se voleva essere acuto e’ solo squallido

      Esistono ben altre maniere e molto piu’ nobili per difendere i diritti delle Donne.

    6. Ma chi è l’autore di questa specie di editoriale? Vogliamo il nome, se non altro per sapere chi si rende colpevole di istigazione a delinquere. E’ brutto mettersi da un lato e additare il mostro, non considerando l’esasperazione della vicenda, ma da qui a incitare alla Cavalleria rusticana, ce ne passa e non siamo nel Far West. Detto questo, Burruano è un attore valido (ottimo ne I cento passi), chi lo nega, ma l’impressione è che non faccia molta fatica ad immedesimarsi e a interpretare certi ruoli…

    7. Mi sdegna l’uso di paroloni inutili. forse fa figo leggere il foglio, forse fa intellettuale ma per me è e resterà un giornale inutile fatto da persone inutili.
      ironia non ne vedo, quella che vedo è solamente idiozia.
      mischino/cosa da buttare burruano
      nuddu m’scato cu nniete genero.

      non perdete tempo appresso a certa stampa e ricordate che i problemi di palermo non si risolvono leggendo o peggio ancora contestando libri o cercando di decifrare ironie e paroloni troppo inutili.

    8. L’articolo non punta sulla vendetta, sull’odio o sul girare armati di coltello a serramanico da piantare in panza a chi non ci piace. Ma la sottile ironia del foglio (questa e’, basta leggerlo con piu’ frequenza per capirlo) vuole evidenziare che in una societa’ in cui la difesa della donna viene fatta a parole solo quando l’irreparabile accade (vedi i casi di hina e simili) qualcuno e’ passato ai fatti piantando una coltellata contro i “luridi più luridi”.
      Ecco spiegato il girotondo che le femministe dovrebbero organizzare all’Ucciardone. Personalmente la considero una provocazione (intelligente) come tante ne “il Foglio”.

    9. Mi unisco all’apprezzamento per l’articolo. Mi sembra intelligente e anticonformista.

    10. Mah… sinceramente non riesco a trovare l’ironia… magari perchè trovo tutta la vicenda molto triste e squallida…

    11. A me stu articolo è sembrato interessante per un po’ di cosette ma non per il caso in sé.

      Piuttosto mi ha portato riflettere su certi aspetti della nostra identità.

      Come diceva Antoniognius è difficile pensare al pezzo come ad un’istigazione a girare armati, per giunta pronti ad accoltellare chi non ci piace.

      Le coltellate, che lo si voglia o no, fanno parte di noi, della nostra cultura e sono stati storicamente comportamenti socialmente controllati, non accadevano mai per caso.

      Quello che vi propongo è di riflettere sul fatto che “la cutiddata” parla di come eravamo, di come funzionava la società siciliana fino a ieri (e in parte anche quella italiana, pensate al vecchio diritto di famiglia solo per fare un banale esempio).

      Da quello che scrivete sembra che le colpi del genere da noi non siano mai stati assestati: le coltellate vi fanno pensare ad Ahmadinejad piuttosto che ai vostri nonni (voi lo sapete che io sono dei piani bassi, mio nonno se portato dagli eventi avrebbe potuto fare una cosa del genere).

      Reagite come se “Il berretto a sonagli” di Pirandello non fosse mai esistito, come se la corda pazza non abbia mai suonato dalle vostre parti.

      Io devo dire che, in questo, mi dissocio da voi 🙂 Io riconosco la somiglianza di questo gesto con la mia cultura di appartenenza. Cultura di appartenenza dalla quale, sia chiaro, anche io provo ad emanciparmi (e per questo rifiuto la portata dell’editoriale).

      La cosa ancora più strana è che mentre noi siamo impegnati ad arginare il nostro ingombrante stereotipo, a ragionare sulla nostra identità, sempre più, a livello generale, se ne subisce il fascino. A prescindere da tutte le considerazioni di carattere ideologico che possono essere fatte pro o contro “il foglio”, a me fa specie che una tale nostalgia venga manifestata da un giornale di Milano. Ma in realtà, nemmeno questo mi stupisce più di tanto. Ogni volta che vado all’estero, lo stereotipo della “Cavalleria Rusticana” o della Mafia mi viene restituito non solo con il disprezzo che noi tutti non abbiamo difficoltà ad immaginare ma con una certa, per l’appunto, fascinazione ed ammirazione. La cultura mafiosa, fino a che non lo si dice chiaramente non se ne esce, per molti, sopratutto di questi tempi, diventa, non a caso, desiderabile, diventa un immaginario che si vuole condividere. Ciò spiega peraltro perché le magliette sulla mafia vanno a ruba. O cosa ci fa un finlandese, turista, con una maglietta del genere.

      Il fatto che poi questa cultura stia lentamente diventando minoritaria anche da noi, poi, riveste i protagonisti di quell’aria di declino e di Don Chishotte che non fa altro che aumentarne il fascino (pensate al padrino di Coppola ma anche a “Cose di Cosa Nostra” in cui Falcone scrive che i mafiosi spesso lo consideravano l’unico degno di raccogliere i loro interrogatori, un ultimo “uomo d’onore” fra i magistrati).

      Quello che mi viene da chiedermi è se c’è un modo di essere, un modo tipico, un modo di essere al mondo, un qualche altro stereotipo possibile del siciliano a parte delle coltellate e delle cavallerie rusticane. A me sembrarebbe in questo momento di no e che ci troviamo più che altro a scimmiottare gli stessi milanesi che poi, sorpresi, ritroviamo a scimmiottare noi (Montalbano sono! Minc*ia!).

      Come vivono, cosa scrivono, cosa fanno i nostri artisti di questi tempi. I trent’enni di cosa parlano? C’è qualcosa di nuovo che viene dalla Sicilia oltre alla Cavalleria Rusticana, all’onore e alle coltellate?

      Fino a che non si offriranno alternative al nostro “Stereotipo” più scomodo, non stupitevi, se un banale fatto di cronaca, possa risvegliare negli occhi dei nostri spettatori il fascino del tempo perduto.

      La nostra battaglia per l’emancipazione potrebbe essere l’altra faccia della medaglia della morte, nella globalizzazione, della nostra identità.

    12. Mah se chi ha scritto l’editoriale ne capisse qualcosa di femminism(i)… saprebbe che nessuna femminista degna di questo nome ha mai auspicato la protezione del macho di turno, tantomeno a colpi coltello…
      Nelle contese tra genitori e generi, tra pretendenti… la donna sta sempre in secondo piano… senza voce. Non è lei che è importante… l’importante è stabilire di chi è il potere più forte, potere che non a caso (da noi come in pachistan) fa rima con onore.
      Le varie Hina non sono molto diverse dalle varie Carmela e Rosalia che si trovavano fino a pochi decenni fa a crescere da meridionali nelle periferie di Torino, Milano o Amburgo.
      Anche allora non appena il conflitto tra società arcaica dei padri e società moderna delle figlie sfociava in tragedia invece di dare ascolto a quelle donne, invece di aiutare l’associazionismo che le assisteva, si preferiva dare addosso (in un tripudio di banalità) al mondo “tribale” che aveva partorito quegli strani migranti in giro per il mondo.
      Se fossi stata una di loro, vittima di un padre/padrone o di un marito/padrone, avrei preferito che qualcuno mi offrisse una via d’uscita anziché denigrare (senza conoscere) la mia storia, la mia religione, la mia famiglia, il luogo da cui provengo.
      Ma questo significa avere delicatezza e sensibilità. Significa mettersi nell’ottica della vittima reale della violenza. E questo al Foglio proprio non lo sanno fare.

    13. Forzando un po’, secondo me, l’articolo invita anche a riflettere sulla condizione dell’identita’ occidentale (si parla di mediterraneo, non solo di sicilia) e sui rapporti con le altre culture (la costa sud del nostro mare). Il tutto a partire dalla sicilia che, come si sa ai “piani alti” (neh ciccio?), e’ metafora di tutto.

    14. Manuela, la tua sensibilità ha colto nel segno. Condivido al 100%. Il discorso del Foglio è conservatore. Io non ho tante speranze, che intorno alla Sicilia si possano fare, però, altri discorsi.

      Antonio, la sicilia è una metafora galleggiante 🙂

    15. ciccio che ti devo dire sarà ca sugnu fimmina, emigrata e per giunta partorita dai piani bassi puru io.

      Sul fatto che sulla Sicilia si possa parlare solo in termini di conservazione non sono tanto sicura.
      Dal boom economico in poi è molto cambiata… cultura di massa, consumismo e quant’altro sono arrivati anche nell’isola.
      Il problema è che spesso hanno generato un impasto di arcaismo e postmodernità abberrante, per cui vai alla Magione e i bambini si chiamano Sharon e Kevin…
      Però nella Palermo popolare (di cui Burruano è indubbiamente figlio) i masculi continuano ad accutiddarsi in pieno clima ottocentesco (vedi anche pieno giorno, mercato di Ballarò, un paio di anni fa).
      La Palermo di oggi non è più quella in cui l’ambulante ti vende l’acqua con lo zammù e davanti agli uffici pubblici c’è lo spicciafacenne.
      Però è quella in cui anche nelle borgate tutti hanno la parabola per vedere Sky, però magari il viaggio d’istruzione il figlio non lo fa picchì picciuli uncinné.
      La Sicilia si evolve, come tutti i luoghi del mondo, il problema è _come_ lo fa…

    16. E’ molto bello leggervi per un non siciliano innamorato della vostra terra. Cercando di essere meno retorico possibile, credo che la Sicilia sia veramente un luogo particolare.

      Mi sento molto vicino a quanto scrive Francesco Mangiapane, sulla metafora galleggiante e sul chiedersi cosa un siciliano può proporre per uscire dagli stereotipi che lo identificano.

      Ogni volta che vado in Sicilia continuo ad amare alla follia determinate cose (nel luogo dove vado in vacanza non esiste un cartellone pubblicitario. Per uno che viene da Roma non sapete cosa possa significare. E anche aspettare mezz’ora alla posta quando ci sono due persone in fila ha un suo fascino, forse malato, ma ce l’ha).

      E continuo a detestare i capetti del paese, i boss in miniatura che all’uscita di un funerale si piazzano in capannello davanti all’ingresso della Chiesa per farsi vedere, per commentare, per vedere chi c’è e chi non c’è.

      Stereotipi anche questi, aspetti cui assisto da spettatore esterno da un trentennio.

      Mi curerei poco dei milanesi che si lasciano infatuare dalle coltellate, chi scrive queste cose sta generalmente dietro a una scrivania ed é ben pagato per farsi pippe mentali su vicende che riguardano altri.

      Io non vedo l’ora che la battaglia per l’emancipazione, come la chiama Francesco, sia vinta. Sarebbe ancora più dolce partire per la Sicilia a dispetto dei 443 chilometri della SA-RC…

    17. Mi sembra che quelli del Foglio (ma potevano anche essere quelli di Liberazione) quasi decantino la “cutiddata” di Burruano, vedendone un gesto quasi epico, appartenente a un passato (tutto siciliano) che quasi si rimpiange, in cui si ricorreva facilmente alla violenza per farsi giustizia da sè…

      io quel passato non lo rimpiango affatto e non lo rimpiangerebbe nemmeno l’autore dell’editoriale se quella coltellata se la fosse presa lui…

      un atto da condannare, senza difese provocatorie nè facili ironie, che poco si distanzia idealmente da altri fatti di cronaca di pochi giorni fa, come quello della ragazza tunisina segregata in casa dai genitori, sempre a Palermo. Entrambi gli episodi sono espressione dello stesso squallore e della medesima cultura della violenza…

    18. Antonio G., anche io, non sempre ma a volte, leggo il foglio, e non mi é mai sembrato un giornale razzista.
      Credo che invece in questo articolo ci sia una duplice provocazione.
      Una, ad una certa parte di Italia, che si considera culturalmente e civilmente emancipata, e che fa gli stessi errori di arcaicismo socio-culturale dei neo-immigrati (questa volta risolti fra maschi, ma difatto con lo stesso senso, e quasi le stesse motivazioni, di quello).
      La seconda, e forse la stessa, alla fine sottolinea, come anche in questo machismo mediterraneo, la donna sia uno sfondo per un duello rusticano fra maschi, e che alla fine, anche se diversamente dal caso di Hina, sempre di indifferenza verso l’autonomia femminile si parla.
      Rossomalpelo, io l’ho letta così.
      Poi, quello che i milanesi non sanno, é che le donne in Sicilia, storicamente rappresentano un potere molto più forte di quello maschile, più sommerso, meno evidente. E che spesso incitano i maschi a fare per loro, perché questo é il compito, in Sicilia, degli Uomini, difenedere le proprie donne e la propria famiglia.
      Quindi chi ha scritto l’articolo, ha allo stesso tempo ragione e torto.
      Perché se io sapessi come figlia, che mio padre, gli sale il sangue agli occhi, se gli parlo di certe cose, eviterei di parlarne con lui, come dire.
      Invece in questo, si é realizzata una certa strumentalizzazione femminile del ruolo tradizionale del maschio, che ancora sopravvive in certi contesti.
      Questo capisco io.

    19. @Teresa. “Il Foglio” ha un merito: apre discussioni, invita al confronto. Molto spesso, quasi sempre. Lo abbiamo fatto anche qui.

    20. Concordo, antonio G. é uno dei pochi fogli, che invece di fare cronaca spicciola, o giornalismo orientato, tendono a fare riflettere, per questo, non penso che l’idea sia stata quella di una facile discussione razzista. Infatti, fanno un discorso ‘a trasi e nesci’, diremmo noi, un dico non dico.
      Per vedere cosa succede.

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