mercoledì 22 nov
  • Città e fiere

    È in corso d’opera la XIII edizione di “Artissima” la Fiera d’arte contemporanea di Torino che, ormai da qualche anno, si è affermata come uno dei più significativi appuntamenti per la contemporaneità artistica italiana a livello nazionale e internazionale. In realtà il successo dell’Arte Fiera di Torino ha avuto molto a che fare con la strategia di riqualificazione della città, un piano programmatico che attraverso la valorizzazione delle risorse culturali è stato orientato a mettere in collegamento quest’ultimo, con altri mondi produttivi insistenti sul territorio. L’evento per l’edizione 2006 si avvale del sostegno di importanti realtà del privato: Unicredit Group e Unicredit Private Banking (al quarto anno di partnership con la fiera), Alfa Romeo, di aziende come Illycaffè e Vanni che non si limitano a sostenere ma partecipano attivamente alla contaminazione con l’arte, la prima con le ormai celeberrime tazzine disegnate da artisti contemporanei, la seconda, produttrice di occhiali, lancerà per l’apertura della fiera una linea di montature areografate a mano. Dunque aziende che grazie all’arte trovano spunti per innovare le proprie strategie di comunicazione, o s’inventano nuovi prodotti. Altro importante elemento per sottolineare l’aderenza dell’evento ad un progetto di sistema per la riqualificazione territoriale è il fatto che la fiera si svolga all’interno del Lingotto, uno spazio la cui storia recente basta a raccontare il percorso di una città che da “città-Fiat” è passata ad essere riconosciuta anche come città del Salone del libro, come città del Salone del gusto (recentemente ha avuto luogo l’ultima edizione), città dell’arte contemporanea, tanto per rimanere agli esempi che hanno in qualche modo a che fare con l’organismo fiera.

    Anche Palermo ha una Fiera, un Ente Fiera, uno spazio fiera, sempre più spesso occupato dai dipendenti senza stipendio. È la Fiera del Mediterraneo che per una città “capitale dell’Euromediterraneo”, come Palermo si candiderebbe ad essere – nei discorsi dei politici e degli amministratori –, potrebbe diventare organismo di promozione della propria immagine attraverso la valorizzazione delle risorse enormi che una città come la nostra ha. Una strategia che abbia una logica non di breve periodo in questo senso è fondamentale, una logica che sia gli Enti pubblici che le aziende dovrebbero sposare e riconoscere responsabilmente, una logica che passando anche attraverso il coraggio di lanciare nuove iniziative e idee nuove potrebbe fare da volano a molte delle attività che la città ha.
    Negli ultimi anni la fiera è stata teatro di sprechi, di episodi di cattiva gestione, ha attraversato commissariamenti e fasi di abbandono e incuria anche degli spazi fisici. Tutto ciò oltre a rendere molto difficile la programmazione, limita la ricerca di possibili partner che possano investire nel lancio delle singole manifestazioni, danneggia l’immagine della città e spreca le occasioni di joint venture che già in diverse città d’Italia hanno trovato proprio nei luoghi-fiera ottime basi per partire.

    Si diceva di Torino ma si pensi a città come Milano o Roma e la politica adottata in favore della programmazione fieristica. Le ricadute possibili della strategia d’investimento in termini economici e di immagine sono ben testimoniate da città che ne hanno fatto prassi consolidate come Bologna che vanta, anche nel campo dell’arte con la sua Artefiera una tradizione non indifferente: 40.000 presenze, 200 gallerie di cui il 35% straniere, una politica di apertura nei confronti dell’arte dei paesi dell’Est Europa, percorsi d’arte all’interno della città e il coinvolgimento fisico del territorio alcuni elementi della trentesima edizione (gennaio 2006). Agenzie di comunicazione, agenzie di servizi, produzioni teatrali o musicali, case editrici, albergatori e ristoratori sono solo alcuni dei mondi produttivi che gravitano intorno alle manifestazioni che un ente fiera che funziona riesce a mettere in moto. La Fiera del Mediterraneo, le sue crisi, non riguardano solo i dipendenti (senza stipendio da dieci mesi), non solo l’immagine della città. Investono la capacità di programmare una politica culturale che abbia come obiettivo la messa in rete di risorse, la creazione di condizioni che abbiano nelle relazioni produttive il loro obiettivo e vincolo, l’interesse per il territorio e il dialogo con esso e, di conseguenza, l’immagine che del territorio si da all’esterno, la capacità di entrare in relazione con investimenti, con partner culturali e aziendali.

    Anche su queste piste, sul funzionamento della Fiera del Mediterraneo, si giocherà l’effettivo peso di Palermo tra quattro anni con l’apertura dei mercati e dell’area di libero scambio. E quattro anni sono pochi.

    Palermo
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