mercoledì 13 dic
  • Il 34, mito di una generazione

    Ci fu un tempo che la linea dei bus n° 34 dell’AMAT di Palermo si snodava per circa 28 chilometri per la città. Ragazzino ricordo un capolinea nella zona Cataldo Parisio, man mano che si allungava e cresceva la città era arrivato a Baida, dopo la curva delle Acque minerali.
    Dall’altra parte credo arrivasse nei pressi del ponte sul fiume Oreto.
    Aveva tempi di percorrenza biblici e spesso gli autisti si organizzavano teglie di anelletti al forno e melanzane alla parmigiana perché in certi incroci sostavano botte di tre quarti d’ora, causa traffico e c’era il tempo di una pausa o scambiarsi portate con autisti del 7.
    Nelle ore di punta imbarcava due autisti perché uno doveva scendere quasi sempre ad aggaddarsi con il solito gnuri non proprio ubriaco ma sazio di vino sì.
    Ho conosciuto universitari darsi materie preparate sul 34.
    Una coppia che conosco si è conosciuta e si sono corteggiati sul 34 e una volta che era particolarmente affollato pare vi abbiamo concepito il primogenito.
    Mio sorella mi riferisce di una coppia di fidanzati da nove anni che hanno lasciato il matrimonio perché lui voleva prendere il 34 rosso e la ragazza insisteva con il 34 nero.
    L’attesa minima alle fermate era di tre quarti d’ora documentati. Un’ora e quando voleva Dio se pioveva, se c’era corteo o manifestazioni di piazza era la fine.
    Gli autisti partivano da Roccazzo già cateterizzati e durante le soste ai capolinea si fumavano quattro, cinque sigarette di fila per fare il carico per due ore.
    Qualche guida turistica ci faceva salire gruppi organizzati di turisti squattrinati e faceva fare loro il giro città. In effetti il tragitto era panoramico e non tralasciava nulla.
    Ma nella terra di Pirandello poteva il 34 restare unico ?
    E così si è diviso per cinque, il 134, 234, 334, 434, 534.
    disorientando uno zoccolo duro di aficionados, tra pensionati, schiffarati, massaie amanti del gossip casereccio, che hanno avuto gravi crisi esistenziali non ritrovandosi più nel vecchio percorso.
    Per gli autisti dell’AMAT salire sulla 34, per loro era la linea 34, era come uno scatto di carriera, occorreva molta pazienza ,spirito di sopportazione e un brevetto speciale da quando nel tratto Aurispa /Cataldo Parisio avevano inserito delle cigane composte da lapi messe di traverso e cassette di frutta impilate tipo festino a degradare fino alla strada.
    La velocità massima, 98 km orari, veniva toccato in genere sull’acchianata di Borgo Nuovo quando ormai vuoti di persone e dirigendosi al DEPOSITO, Roccazzo, gli autisti della 34 si partivano con quelli della 2, giocandosi i libretti.
    Ho conosciuto un 34, un Viberti 747 , elaborato di straforo in un officina sotto Bellolampo, toccare i 210 km all’ora sulla circonvallazione prima di imboccare l’autostrada.
    Quando venne dismesso dal servizio l’autista lo preparò per la Targa Florio e vi partecipò.
    Tale Filippo M., detto arrimìma e mùnci, è la memoria storica di quella linea e si asciuga qualche lacrima quando pensa ai mitici Carmelo Amat, Pinu ‘u spingulàru, ‘Ntria ‘u tignusu, Lùciu ‘u curtulìddu, Nina ‘a trimmutùra, ‘U prufissùri e tutti i bigliettai, divenuti controllori, dal ‘60 ad oggi.
    Filippo M., da poco in pensione, ha tirato su 13 figli, di cui tre laureati e due ufficiali dell’esercito, lavorando sul 34, tutti i giorni escluso la domenica.
    Una brutta artrosi deformante alle mani lo ha costretto a smettere il mestiere di cui in pochi sapevano e che le Autorità definiscono furto con destrezza ma lui dice che arrubava solo ai ricchi.
    Addio 34 con te una, forse due, generazioni hanno fatto i capelli bianchi ma non ti dimenticheranno.

    Ospiti
  • 4 commenti a “Il 34, mito di una generazione”

    1. non siamo a quei livelli, ma provate a prendere il 305 a p.zza indipendenza per scendere alla statua, o il 101 dalla stazione alla statua…
      c’è gente ci ci passa i migliori anni dela sua vita…

    2. Indimenticabile anche, almeno per me, il 21/31, Torrelunga – Acquasanta.
      Mi portava all’Istituto Nautico, allora in via Quinta Casa.

    3. Sono uno del 34, quello nero, per essere precisi. Fermata all’altezza dell’Einstein, di fronte ad un chiosco di gelati, gestito dal mitico Paolo, uno che faceva gelati come Dio comanda, cremosi, densi e ricchi di gusto. Nocciola era il gusto piu’ gettonato.
      Di fronte un negozio di scarpe Scalia, dove in vero non ho mai messo piede. All’angolo del chioschetto, sulla piazzetta, oggi suddivisa da cordoni e paletti flessibili, c’e’ un rivenditore di vini, molto conosciuto, perche’ dispone di prodotti di alto livello, pur non sdegnando il buon rosso siciliano (quello liquoroso e venduto sfuso) da condividere con molteplici alcolizzati afecionados.
      Mi facevo solo 4 fermate, per scendere in via Cataldo Parisio zona alta, vicino alla Noce. A piedi ci avrei messo 20 minuti. con il 34 nero appena 35.
      Tutti studenti li dentro, con un viso in piu’ da ricordare. Quello di una certa Rosy, studentessa credo del vicino linguistico (adiacente all’Einstein). Un viso che non scordero’ mai. Un giorno mi parlo’: mi chiese permesso perche’ doveva scendere. sbofonchiai non so cosa e rimasi al palo per 15 minuti fermo. Avevo passato la mia fermata da un bel pezzo. Scesi in viale Regione siciliana. Ma chi se ne fregava.

      Poi a 15 ani il Si piaggio ed altre avventure. Ma il volto di Rosy non si pote’ scordare.

      Cordialmente

    4. Paolo fa sempre i gelati, almeno fino a quest’estate, ma ti scordasti che la sua specialità è il caffè.Provare per credere.
      Io scendevo una fermata prima della tua, quindi di sicuro abbiamo conoscenze amatiane comuni. Ho ancora l’odore del 34 nelle nasche, ma non ne fanno più autobus come prima, è finita un epoca.
      E, diciamolo, in meglio, fuori da ironie e grivianze…Ho preso l’autobus scoperchiato, per andare a Mondello, sempre quest’estate e di notte e spaparanzato sul retrobus, all’aperto, ho toccato vette di piacere indescrivibili, ma quale Proust, s’av’a gghiri ammucciari…Poi ho trovato autobus con l’aria condizionata, insomma, un tantino avanti ci stiamo muovendo, io un pò me ne accorgo perchè scendo venti giorni all’anno, però dai, gattopardescamente, qualcosina si muove. O no ? Forse però mi faccio condizionare dall’amore che nutro per Palermo, il mio giudizio è di un innamorato…

      Giuànni

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