venerdì 24 nov
  • La pubblicità è l’anima della disinformazione

    Per un certo periodo anch’io ho assecondato un’opinione diffusa tra (e da) i pubblicitari secondo cui la pubblicità è servita anche a garantire la libertà di stampa. Oggi ho motivi per ritenere che la pubblicità rappresenti piuttosto un ostacolo ad una informazione veramente libera ed indipendente. E una informazione libera e indipendente, non è mai superfluo ripeterlo, costituisce, in una moderna democrazia, un efficace antidoto contro ogni forma di manipolazione del consenso.

    Quando però si giunge a vendere un quotidiano per il libro, il dvd o il gadget allegato, c’è qualcosa che stride con il senso originario del fare informazione. Ciò che è sotto gli occhi di tutti è che oggi chi volesse cercare opinioni indipendenti oppure giornalismo d’inchiesta privo di timori reverenziali, raramente le troverebbe sui mezzi tradizionali di informazione stampata o televisiva (un’eccezione è Report mentre, sempre più spesso, le rinviene o sulla rete internet (es. il blog di Beppe Grillo) o su programmi “alternativi” di informazione TV (es. Le iene o Striscia la notizia).

    Ovviamente tutto ciò non è casuale, ma dipende dagli equilibri del potere, di cui l’informazione rappresenta un attore non secondario, oppure dalle esigenze di conto economico delle imprese editoriali, quando gli azionisti privilegino il profitto rispetto ad altre più nobili responsabilità sociali.

    Il peccato che si commette, ovviamente, è soprattutto di omissione. Un giornale o un programma TV non racconta ciò che potrebbe perchè sa che l’informazione o la denuncia non passata ha nondimeno un valore ed un potere. I media tradizionali rispondono ormai più agli interessi dei loro inserzionisti (politica e imprese) che non a quelli dei propri lettori o telespettatori.

    Fa notare giustamente Beppe Grillo che Skype è divenuto uno dei primi operatori al mondo di telefonia, eppure i media tradizionali non ne parlano e non certo perchè non interessi a nessuno sapere come abbattere i costi telefonici. Skype però non fa pubblicità su questi media e non è nemmeno quotata in borsa, a differenza delle compagnie di telefonia: perché disturbare quindi il sonno di utenti e piccoli azionisti?

    Come spezzare allora il perverso legame tra pubblicità e informazione? La rivoluzione digitale sembra suggerire qualche spunto interessante. Senza andare lontano, osserviamo il caso “Rosalio”. È un blog che offre informazione “gratis et amore Dei” sia per chi lo legge che per chi vi scrive (a parte un minimo di visibilità che però nessun cuoco sa ancora trasformare in qualcosa di commestibile, una volta messa in padella). Se uno strumento di informazione alternativo ai tradizionali media avesse però non tanto l’ambizione di allevare potenziali addetti stampa messi a libro paga dalla politica, ma anche di remunerare degli opinionisti indipendenti, se non dai lettori (forse è ancora prematuro), non potrà che cercare flussi di cassa dagli inserzionisti attraverso le specifiche modalità con cui si fa pubblicità in rete.

    Ed ecco il solito algoritmo di Google venire incontro al nostro scopo intermediando tra pubblicità e contenuti. “Rosalio” non ha infatti un collegamento diretto con i suoi inserzionisti che si rivolgono a Google per essere opportunamente linkati alle pagine web con contenuti commercialmente coerenti. Gli inserzionisti pagano Google la quale, a sua volta, retrocederà qualche centesimo per ogni click originato dal sito web che ha aderito al suo servizio.

    La cosa interessante è che questo sistema non funzionerebbe con i media tradizionali e non solo per motivi tecnici. Quando un monopolista, pubblico o privato, compra intere pagine di un quotidiano, normalmente non cerca una popolarità di cui non ha bisogno, ma manda un tangibile (e talvolta…tangente) messaggio ad un unico destinatario: l’editore. È sconfortante, ma i lettori (o i telespettatori) non contano o, meglio, contano solo nella misura in cui vengono stimati come potenziale mercato, vista la tiratura o l’audience.

    Così come non si investono tanti soldi in una squadra di calcio unicamente per una passione sportiva, l’interesse dei gruppi industriali per i media non è mai squisitamente imprenditoriale, ma dipende dal potere che questi mezzi consentono di maneggiare. Il luogo comune secondo cui l’informazione è potere, non è vero soltanto con riferimento al controllo dei mezzi di informazione, ma anche quando l’informazione circola liberamente tra i cittadini. Cittadini più informati e consapevoli sono sicuramente meno manipolabili.

    La rete internet ha già garantito “pari opportunità” nell’accesso alle informazioni, rimuovendo il vantaggio competitivo che consisteva nell’accesso alle informazioni o nella localizzazione territoriale di una determinata attività imprenditoriale o professionale. In questo senso la rete è molto democratica, ma il suo maggiore contributo alla democrazia, oggi, lo può offrire soprattutto consentendo la libera circolazione orizzontale delle opinioni. Ognuno di noi può dare il suo prezioso contributo svegliandosi dal sonno in cui pretenderebbero di tenerlo reality, dosi urto di calcio, soap opera, bla-bla televisivi e gli articoli di tanti giornalisti con problemi di postura perché…tengono famiglia.

    Ospiti, Rosalio
  • 4 commenti a “La pubblicità è l’anima della disinformazione”

    1. Credo che Internet rappresenti l’unica rivoluzione sociale e culturale possibile. Il Reset puo’ nascere solo dalla rete. I centri fisici di grande aggregazione sociale oggi sono solo gli stadi, ma sappiamo che genere di rivoluzione producono. Togliendo le scuole che non vedono piu’ il nascere di movimenti come negli anni 70 e 80, cosa resta: il bingo ?
      Il giornalismo di inchiesta che viene esercitato da trasmissioni televisive non reverenziali e da Blog impegnati rappresenta l’unico terreno fertile per la creazione di uno stato di consapevolezza tale da poter generare movimenti di opinioni e quindi “azioni” consapevoli e collettive.
      Si prenda ad esempio l’impegno per eliminare i costi di ricarica dei cellulari. Dove è nato tutto il movimento ? Su un sito web. Credo che diversamente non si sarebbe arrivati ad un decreto legislativo per tagliare questa tassa privata.
      Che ben vengano tutti i programmi quali Report, Le iene, Striscia la notizia e il blog di Beppe Grillo. Grazie a loro i cittadini e i consumatori (che sono gli stessi) stanno indubbiamente aquisendo una maggiore opportunità per tutelare i loro diritti.
      Certo, molte istituzioni pubbliche non sono ancora pronte ad ammortizzare il colpo mediatico di questo nuovo giornalismo d’inchiesta graffiante. Così l’immagine pubblica e l’affidabilità di figure istituzionali ne esce enormemente compromessa davanti a milioni di spettatori italiani. Fortunatamente questo giornalismo d’inchiesta è sempre piu’ presente. Purtroppo il vecchio sistema italia basato su logiche clientelari, di profitto e interessi personali nelle istituzioni pubbliche è molto radicato quindi il lavoro di questo tipo di giornalismo dovrà essere costante e continuo, ma già constato che sempre piu’ gente chiama le iene o striscia la notizia per fatti che vedono pregiudicata la tutela dei diritti del singolo. Anche nel mondo privato è ormai diffusa la consuetudine di rivolgersi ai nuovi paladini della giustizia italiana. E’ paradossale come in un bus o in una riunione di condominio per tutelare un interesse collettivo o un diritto non si faccia verbalemente riferimento al mondo giudiziario mentre riesce piu’ facile nominare questi programmi televisivi di inchiesta. Le procedure per vedere i propri diritti calpestati in diretta tv sono molto piu’ rapidi e fanno inoltre piu’ eco rispetto alle procedure giudiziarie.
      Il Blog di Beppe Grillo rappresenta una vera e propria rivoluzione. Dal caricamento online di una discussione, passano alcune ore ed ecco 1000 messaggi postati.
      I giornali invece trovano la base del loro sostentamento non nella qualità delle informazioni riportate ma nella pubblicità e gadget vari (oltre – purtroppo – ai finanziamenti pubblici).
      Fortunatamente ci resta internet, l’ultimo baluardo di democrazia vera, che nessuno puo’ censurare o oscurare, che rappresenta un arma micidiale contro le lobby di potere, se viene usato in maniera sana ed intelliggente.
      Ma in Italia internet non è un mezzo alla portata di tutti ancora, come in altri paesi del mondo dove l’accesso è assicurato gratuitamente dalle publiche istituzioni. Il “digital divide” in Italia mi sembra quasi programmato e voluto (vorrei sbagliarmi).
      Fortunatamente il WiMax (internet wifi, senza fili, non cablato) vedrà l’applicazione pratica proprio quest’anno nel nostro paese, grazie alla cessione di alcune frequenze militari (3,4 : 3,6 Ghz) al Ministero delle Comunicazione per un uso civile, appunto internet wifi che verrà gestito dai provider che concorreranno alla gara pubblica a giugno 2007.
      La copertura della banda larga nel nostro paese oggi ci pone negli ultimi posti della classifica europea !!!
      Un ringraziamento a D. Didona per stimolare la discussione su argomenti estremamente interessanti, che possono stimolare riflessioni capaci in seguito di generare miglioramenti nella qualità della vita della nostra società.

    2. In questi giorni gli interessi economici legati al calcio stanno facendo passare sui media l’idea che le misure che il Governo vuole adottare “ucciderebbero il calcio”: chi ha responsabilità vuole passare per vittima ….

    3. […] ad informazioni non addomesticate (dai finanziamenti pubblici all’editoria così come dai budget pubblicitari delle imprese e degli enti locali) che qualche germoglio di autentica cyberdemocracy, peraltro già […]

    4. […] Può mai essere veramente indipendente dal potere politico e/o da quello economico un mezzo di informazione il cui bilancio dipenda dai contributi della legge sull’editoria e dalla pubblicità degli enti pubblici e delle imprese? […]

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