sabato 21 ott
  • Marzo (parte prima)

    Per il tema trattato ed il linguaggio esplicito si consiglia la lettura a un pubblico di soli adulti.

    (Quel marzo fu davvero un marzo di merda)

    Quel marzo fu davvero un marzo di merda.
    Fu allora che Palermo iniziò a svuotarsi.
    Una città spettrale.
    Non c’era più nulla da mangiare.
    ‘Un arrivava niente dai campi, niente dal mare.
    Era d’obbligo ingegnarsi, addumàre ‘u cirivèddu e rivestirsi di insensibilità. L’assenza di sentimenti aiuta. Rende impenetrabile.
    Palermo era ammalata, costretta a letto e senza medicine.
    Tutto si consumava troppo in fretta, perché qualcosa era sempre in agguato, lì lì per accadere.
    Allora: mantenere l’occhio vivo, i nervi saldi, il corpo pronto all’azione.
    Fidarsi del proprio intuito, sempre.
    Fidarsi del prossimo, mai.
    È questo che accade quando la vita si trasforma in lotta per la sopravvivenza.
    Accussì: impegnare quel che rimane dei ricordi di famiglia.
    Raccattare dagli angoli di strada tutto il raccattabile. Ogni cosa, anche la minchiata più impensata, può tornare utile.
    Tenere sempre un coltello a portata di mano e non temere di usarlo.
    Affittare gli antri del corpo per una pugno di farina, di sale, di amuchina.
    Guardarsi le spalle.
    Quartiàrsi.
    Cambiare strada ogni singola volta. Non dare punti di riferimento. A nessuno. Neanche a se stessi. Non esistono punti di riferimento. Non in questa realtà lacerata.
    Mai ammalarsi, per nessuna ragione al mondo. Soprattutto: convincersi di stare bene. Aiuta. Si muore per scorbuto, febbre, dissenteria, tifo, colera. Qualcuno per un ascesso. Qualcun altro per diarrea.
    Il culo. Confidare in esso e soltanto in esso. È il mio culo che mi salva la vita, in lui io credo, al mio culo io consegno questo mio straccio sporco di esistenza balorda, amen cosissìa e che si fotta tutto il resto. Che colpa ne ha l’essere umano se l’avere culo era diventato non “un” ma “il” talento, il più importante, il più necessario. Segno dei tempi, si diceva in giro.
    Soldi, ne giravano sempre meno.
    Prezzi al mercato nero schizzati alle stelle.
    Comprare medicine: impossibile.
    Il baratto era molto usato. Si barattava di tutto con tutto: vestiti, cibo, utensili, disinfettanti, corpi.
    Fu allora che si iniziarono a mangiare i topi. I gatti: scomparsi già da due mesi.
    L’intera giornata era spesa a scansare chi era pronto a incularti, sempre e comunque.
    L’intera notte invece la si attraversava rannicchiati dentro i cosiddetti ricoveri, rifugi che si sperava dessero protezione.
    Erano iniziati i bombardamenti aerei. Sempre più frequenti. Sempre più fitti. Sempre più disastrosi.
    All’alba la conta di quelli che erano rimasti era sempre più dolorosa. Era un tempo in cui le madri piangevano i figli e Palermo cadeva giù a pezzi, ferita da una morte indifferente, piovuta giù da un cielo che se ne fotteva che le madri e Palermo erano in ginocchio, e piangevano pezzi di sé perduti per sempre.

    Davvero, quello fu proprio un marzo di merda.
    Era il 1943.
    L’inizio della fine.

    “Buttane. I bombe sù tutte buttane”, piangeva Salvo Pecoraro. Casa sua, all’Albergheria, non c’era più. Non c’era più la stanza dove era nato. La cucina ùnne si era insegnato il travàgghio di cuoco, lavoro peraltro inutile in ‘sti tempi di pitìtto cieco e miseria nera. Non era rimasto niente di casa sua. Non c’era più il tavolo rotondo di legno scuro. Non c’erano più le sedie di paglia, gli armadi alle pareti, i bicchieri da un quarto di vino, il letto col bordo in ferro battuto. Non c’era più la foto della sua povera madre, Assunta, riposi sempre in pace, amen. Non c’era più niente di niente di niente. Non un muro, una porta, un crocifisso. Soltanto una tomba di macerie.
    Nemmanco la casa che hai sotto i piedi è una certezza. In pochi secondi: scomparsa, ridotta a un cumulo di polvere e frantumi.
    La realtà fisica della memoria si era perduta nel crollo.
    Non è questa di vita l’aggrapparsi alle certezze materiali.

    Il mondo fa schifo.
    Casa mia ‘un c’è cchiù.
    I bùmme sù tutte buttane.
    La triade della realtà, dell’evidenza e della sofferenza.

    Umbertino osservava la scena.
    Era straziante la pena con cui Salvo Pecoraro scavava a mani nude tra le macerie.
    Non rimaneva nulla di ciò che fu casa sua. Nulla.
    Erano mani dentro un requiem.

    Le altre case circostanti, intatte e in piedi per miracolo, avevano tutte le finestre chiuse. Occhi stretti e serrati davanti alla verità di averla scampata per un minuscolo pelo di minchia. Chìsto pensava Umbertino. Salvi per un pelo di minchia. Quel vuoto aperto tra le case rimaste, quello squarcio nella composizione della piazza era il segno tangibile che, per quanti calcoli puoi fare, non esiste una matematica della sorte. ‘U culo. Chìddu è l’unico talento da avere. Perché imponderabile, incalcolabile, imprevedibile. Il resto è poesia. E, ad ora di bombardamento, ‘a poesia si nni può ìre bellamente a farsi fottere.

    Umbertino osservava che nel posto del crollo si scavava a mani nude. Ovvio, le vanghe erano scomparse, tutte. “Ferro alla patria” ordinò ‘u duce. E tutto ciò che era ferro, vanghe picconi rastrelli carriole cancellate inferriate, era finito in chissà quali fucine per costruire chissà quali armamentari per vincere la guerra chissà come contro chissà cu è ‘u nemico poi. Mah.
    Umbertino, mani in tasca e sguardo imperscrutabile, non poteva fare a meno di notare come, nella sfortuna, ‘sta piazza ebbe però un culo memorabile, l’unico e vero requisito che permette di sopravvivere alle persone e alle cose.
    Quando un palazzo è pigghiàto da una bùmma esistono due tipi di crollo. O il palazzo esplode con tutta la bomba, o collassa su se stesso. Quando il palazzo esplode, qualcosa rimane, a volte intere sezioni. Quando collassa, no. Si perde ogni cosa. Il palazzo abbùcca tutto su se stesso. È una morte mortificata. La casa di Salvo Pecoraro era morta accussì: collassata su se stessa. Un monticello informe di rovine, abiti, assi di legno, pezzi di vetro, polvere: ecco cosa restava. Ma fu proprio la dinamica del collasso che salvò tutte le altre abitazioni. Perché l’inferno vero è quando la casa bombardata decide non di collassare ma di esplodere. Perché si trasforma da unità: la casa, a molteplicità: i schegge. E i schegge si nni vanno in tutte i direzioni, veloci e feroci, e a cu pìgghiu: pìgghiu. È una morte urlata. E i schegge fanno danni mostruosi, e chìsto Umbertino lo sa bene. I schegge penetrano le carni, amputano braccia e gambe a persone, animali, alberi, cose. Casa sua Umbertino la perse quattro giorni addietro perché fu annagghiàta da una scheggia che pesava qualche quintalàta. I schegge non dovevano amarlo troppo a Umbertino. L’odio era reciproco, beninteso. Comunque, succirìu accussì: ‘sta quintalata di scheggia trasìu dentro casa di Umbertino, senza bussare, e portò via con sé la stanza ùnne ìddu era nato, la cucina, il pavimento del bagno e due muri portanti. Un buco c’era adesso laddove Umbertino, di solito coricato sul letto di legno chiaro, orizzontale e mani dietro la nuca, sognava i fìmmine. Si vedeva il cielo indifferente e lontano. Sapìddu come, rimase però intatta, illesa: una facciata del palazzo, ed in essa il balcone del tinello con al suo posto il vaso dei gerani, rossi e materni. In quel quadro di dolore, i fiori sembravano i segni dei baci delle fìmmine che ti rimangono sulle guance durante l’amore. In quell’immane disastro, quei gerani fieri e presenti diedero tranquillità a Umbertino, tanto che non disse nulla per la dipartita della sua casa né inveì contro le bombe buttane, tanto tutti i suoi parenti, sentendo ciàvuru di bastonate e intuendo che per Palermo era carta màla pigghiàta, se ne erano sfollati a Terrasini già dall’ultimo sabato di febbraio. Era rimasto solo ìddu ‘mPalermo… dormendo un giorno ccà… un giorno ddà… sì, ‘un ti scantàre zu Cesare ca m’arricàmpo a Terrasini, tranquillo… c’è sempre òcche cosa da disbrigare in città… fosse anche solo per capire come trovare pìccioli… o cibo… torno, giuro che torno a Terrasini… non muoio, tranquilli… Umbertino rinnànzi allo sventramento di casa sua non disse una parola una: stava imparando a rivestirsi con quella corazza di insensibilità necessaria a sopravvivere. In più quel muto sussurro rosso dei gerani materni al balcone sopravvissuto lo calmò. Umbertino chiese con lo sguardo al signor Scrima una sicarìetta, l’ottenne, l’addumò, la svampò senza dire una parola una, sguardo lontano, altrove, a una femmina dai capelli rossi conosciuta qualche giorno prima, ma comu minchia si chiama?, mentre tutt’intorno era Palermo insanguinata e si scavava, si santiàva, si pregava, si consolava, si trovava, si spingeva, si consigliava, si ammutoliva, si osservava, si agiva, si piangeva, si abbanniàva ca i bùmme sù tutte buttane.
    Marìu… la femmina dai capelli rossi si chiama Mariù… finisco a sicarìetta e ‘a vado a cerco… Mariù… tanto, mi sa che non ho niente di meglio da fare, oggi.

    Le bombe non sono buttane.
    Non hanno sentimenti, le bombe.
    Nel silenzio della paura e della preghiera, loro da qualche parte devono arrivare, e ùnne hanno a colpire, colpiscono. Fottendosene di tutto e tutti.
    Le buttane invece.
    Le buttane ne hanno di sentimenti. Da vendere.
    Non tutte, certo.
    Ma alcune.
    Alcune la vita potrebbero riceverla in consegna sotto un bombardamento, e mantenertela intatta. Te la restituirebbero, la vita, tutta improfumata, mentre attorno è polvere, crolli e urla di madri.

    Come fece Giovannella la buttana.
    Che diceva che per te avrebbe dato la vita.
    Infatti.

    (1. continua)

    Palermo
  • 23 commenti a “Marzo (parte prima)”

    1. Questo ti è venuto bene. È bello. A leggere questo, per chi ti ha visto recitare è facile immaginarsi la tua voce e il tuo corpo espressivo, anche se stai solo seduto su una sedia.
      Un giorno dovrai fare una cosa, cambiare.

    2. non cambiare mai. sei talmente vero da sembrare vero.
      un ammiratore

    3. la buonanima di mio nonno mi raccontava sempre di quell’anno, il 1943. Lui perse la madre sotto i bombardamenti e la casa all’albergheria, e mi diceva sempre quando raccontava: “massimo, non puoi capire nzoccu ho visto”, e mi raccontava visioni assurde!
      Grazie che ci ricordi cosa ci è successo…
      attendo la seconda parte

    4. Bravo Davide, sempre un balsamo, per l’anima, gli occhi e i pensieri.

    5. sindaco..
      va cuiccati

    6. CLAP CLAP CLAP

    7. Anche le parole, come le bombe, dove devono colpire colpiscono. Sempre!

    8. Sig. Enia. A leggerlo ho sentito i fischi delle bumme nelle orecchie. Mi sono arriparato nella voce di me’ figghia.

    9. come sempre, grande e doloroso come un disinfettante su una ferita… brucia ma fa bene…
      insomma mi disinfettasti l’anima oggi…

    10. E’ sempre esercizio alto e necessario il preservare la memoria, e tramandare ciò che è stato per non dimenticare. Attendo con ansia l’evoluzione del suo scritto. Lei non lo sa, ma io quei giorni li ricordo, impossibile dimenticare. Buon lavoro

    11. Davidù o frati,
      u 43,arristo rintra ne nuatri,anche nei più giovanissimi picchi un c’e’ un nonno,ca unnicunto,macari in una giornata triste nel clima,i suoi ricorid del 43
      Tu sei andato oltre,e chistu ciabasta.
      Ti abbraccio

    12. Enia i tuoi fans sono veramente noiosi! Non è vero: i fans in generale sono noiosi.
      Va bene, almeno l’usuale sfilza di complimenti sarà una manna per il tuo ego.
      Non che non te li meriti, per carità!
      E poi chi sa se avresti voglia di ascoltare qualcosa d’altro. Anche se scrivere su un blog, uno spazio libero e pubblico, potrebbe a buon diritto esporti anche ad altro. E potrebbe offrire ai commentatori ben altre possibilità.
      Per il fan che ti dice di non cambiare: Enia può far quel che vuole, suppongo. Quello che intendevo è che cambiare tocca. Tocca cambiare. A parte Davide Enia come uomo, che non conosco e della cui esistenza immagino si occuperà lui medesimo, a Davide Enia autore toccherà cambiare. Diciamo, tra un po’.
      A me per esempio piacevano molto i libri di Pennac; mi piacevano non solo perché pensavo che fossero ben scritti, fantasiosi e molto divertenti, ma perché erano tutti uguali e ogni volta che li avevo per le mani sapevo cosa ci avrei trovato: quello che mi piaceva. Ero a casa. Poi Pennac si è accorto che non poteva scrivere sempre degli stessi temi, delle stesse atmosfere, degli stessi personaggi, anche se con i nomi cambiati. Ha scritto un libro diverso. Non so, forse è solo che si era stufato della famiglia Malaussène, o forse Belleville aveva esaurito la sua potenzialità. Quando ho visto lo studio per il nuovo spettacolo di Enia mi aspettavo già qualcosa di diverso, anche se io non sono un critico teatrale e anche se lo spettacolo mi è piaciuto. Il pubblico a un certo punto si stufa, senza nulla togliere alla maestria e alla bellezza, va a cercare da un’altra parte. E anche se di fans ce n’è sempre di nuovi, per fortuna si stufano anche gli autori. Forse per un autore è difficile mantenere la propria cifra distintiva evitando di ripiegarsi su se stesso, cioè su quello che di se stesso ha già esplorato e conquistato.
      Forse per il pubblico, o per un lettore, è difficile non restare un po’ deluso quando in quell’autore non si sente più a casa.
      Io non sono autrice, non so cosa significhi. In quanto pubblico posso dire però che apprezzo chi sa cambiare, chi ha questa esigenza, una sorta di istinto di sopravvivenza che non ti snatura ma ti spinge. Quando è reale e vivo, non solo formale, in genere produce buoni risultati, buoni quanto i precedenti se non migliori. E infatti ho molta fiducia per Davide Enia. E sono curiosissima e impaziente di ascoltare il nuovo programma radiofonico, quando andrà in onda?
      Questo è quel che penso, se qualcuno ha qualcosa da dire in proposito lo dica, olè! O se qualcuno preferisce tacciarmi di intrusione in un luogo consacrato alla consacrazione di Enia, giudicarmi fuoriluogo sconveniente noiosa pedante maniaca quel che volete, potete! Potete al pari di me! È un blog! Potete anche stare zitti, chiaro. Anzi forse è meglio.

    13. No luci,io ti vorrei conoscere,per offrirti un aperitivo…e mgari anche il dopo aperitivo..alla faccia di Enia;-)magari non m trovi cosi noioso….dai porto lo swisser per le ragnatele nell’eventualità 😀

    14. Prima di cambiare però aspetti un po’. Aspetti, che devo finire di leggere Rembò. Aspetti, che la devo vedere a teatro. Aspetti, che la devo ascoltare alla radio.
      Poi, da parte mia, può pure cambiare.

    15. …un po’ Palermo ’43…
      Bellissimo, quindi.

    16. …Aspetti che ancora devo leggere marzo (parte seconda) maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ricordo#2 e se proprio deve cambiare presto presto, cheffà ce la fa a scrivere anche ricordo#3?

    17. Ciao Davidù di Scanna, bientournè!
      tagliente, sarcastico, profondo, tanto verace.
      Sembra che tu abbia vissuto davvero la Guerra -cosa che non auguro a nessuno- la racconti con grande maestria e precisione.
      E questa volta purtroppo, mentre leggo, non immagino più Davide che recita sulla sìeggia, sotto lo spot luminoso,
      ma un fiume di ricordi reali mi assale, vengono a galla sparpagliati, spuntano ovunque, tipo pesci avvelenati, e non so da che parte orientare i pensieri..

      Storicamente: all’anno ’43 ci sostituisci un fatidico fine marzo ’92, passarono altre quarantanove primavere..
      Geograficamente: da Palermo ti sposti, sulla cartina, di qualche riquadro più a Est e poi più a Nord, in una Sarajevo assediata.
      E poi, ogni guerra è Guerra,
      disastramente: tutte si assomigliano,
      e i sintomi della diagnosi li hai descritti tanto bene nella prima parte del testo…
      Tronco qui, altrimenti c’è il rischio logorrea.
      Aspettando la parte seconda,
      un grazie e un bacio.

    18. Andrà in onda ad Aprile, in una settimana che si protende nei giorni col 2 davanti.
      20-27.
      22-29.
      Non ricordo adesso.

    19. bravo Davide! il cambiamento credo verrà da sè, in qualche modo misteriosamente avverrà, seguirà silenziosamente i ritmi del tempo e ti si appiccicherà addosso, prima che tu possa averne coscienza, e per me, sarà sempre piacevole leggerti.
      Ciao

    20. La guerra è sempre presente, ìn ogni telegiornale, in ogni parte del mondo, poi cammini per palermo e la vedi, continuamente nelle sue ferite… sei un grande artista, Davidù, e tutto il resto non conta

    21. Andrà in onda dal 16 al 20 aprile, rai radio 2,
      FM 96.9 ore 12:10

    22. Più che sollecitare al mantenimento nella memoria di fatti dolorosi del passato (lavoro di per sé nobilissimo), le parole di Marzo sembrano sollecitare all’apertura degli occhi sul presente. Le immagini, quasi correlativi oggettivi, inducono con risonanza ridondante la contemplazione dei bombardamenti del marzo 2007 sulla persona umana e le macerie tra le quali ci aggiriamo sgomenti.
      In questo sei in buona compagnia: “these fragments I have shored against my ruins”; “as a lone ant from a broken ant-hill from the wreckage of Europe, ego scriptor”.
      Però bisogna andare oltre. Questi due autori (Eliot e Pound) infatti ……
      (1. continua)

    23. Davide, l’unica volta che ho pianto a teatro è stato quando ho visto Maggio ’43. A Lisbona, pensa. Te lo volevo dire da allora, ma solo adesso ho trovato il modo. Vabé grazie, tutto qui, grazie davvero. Magari i complimenti del pubblico non servono a niente, però se uno piange, sempre stabilisce un legame con chi lo ha fatto piangere. e viceversa. un vincolo emotivo, diciamo. e chest’è. torna a Lisbona, portaci un altro po’ di poesia…

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