martedì 22 ago
  • Recuperare Scarpa

    L’occasione per rivedere Palazzo Abatellis è stata una visita guidata, il pretesto per scrivere questo post l’attenzione rivolta ad una panca. Mi spiego. Fateci caso, molti edifici storici di Palermo sono stati restaurati, più o meno in maniera cool, e restituiti alla fruibilità. I cosiddetti “manifesti rossi” (che poi erano bordeaux) e che mal si attagliano ad una giunta azzurra, per questioni ideologiche più che cromatiche, lo hanno sbandierato per mesi: Galleria d’arte moderna, giardini alla Zisa, villa Giulia, etc… Qui non entro nel merito filologico e nemmeno sulle liceità stilistiche, ogni tempo ha i suoi meriti e le sue disgrazie (ovvero, i suoi architetti): quel che va notato è, ancora, il pullulare di cantieri nel cuore della città. Qualcosa, e più di una cosa, ha cambiato volto a Palermo. O ne ha sottolineato le qualità e le fragilità. Lo stato in cui si trovano ancora alcuni quartieri, non ultimo la Vucciria (su cui tornerò a scrivere presto), sembra fare da contrappeso allo splendore di molti edifici. Certo, è difficile mantenere un equilibrio politico tra chi investe in monumenti (o in edifici storici, o in spazi culturali) e chi ritiene che si debbano rendere vivibili (al momento sono “soltanto” vissuti) determinate aree in cui il degrado prevale sulla normalità. Ma torniamo alla panca.

    Quasi vent’anni fa visitare Palazzo Abatellis mi diede una scossa. Studiavo architettura, ed ero appassionato dei lavori di Carlo Scarpa che erano così lontani da quello che mi inducevano a leggere i docenti della Facoltà. Non a Palermo, a Reggio Calabria. Certo, le opere d’arte contenute nella Galleria erano, e sono ancore, pregne di tempi che vanno studiati per essere compresi ma allora ero rapito principalmente dall’essenzialità e dalla precisione maniacale dell’allestimento museografico dell’autodidatta veneto. Già, perché Scarpa raggiunse la laurea in architettura honoris causa (si scrive così, vero?) post mortem; ma da vivo era, a tutti gli effetti, un artigiano con una smisurata cultura progettuale, e con una maniacale attenzione ai dettagli d’ogni tipo: tecnologici, strutturali, progettuali, rappresentativi, tipologici. E infatti, molti degli interventi realizzati da Scarpa a Palermo fecero gridare allo scandalo, allora, per la spregiudicatezza degli accostamenti materici e per il deciso uso di differenze cromatiche tra figure e sfondi. Persino la collocazione delle opere, la loro posizione, la relazione con le fonti luminose, il cambio dei punti visuali, le prospettive dei fruitori, tutto insomma era appuntato, pensato e realizzato con l’intenzione immersiva più che straniante. E poi c’erano le panche, con la seduta in legno e la struttura in ferro e ottone.

    Oggi mi ci sono seduto sopra, come vent’anni fa, ma ho avuto la sgradevole sensazione che qualcosa non funzionasse più. Però, pensandoci: la funzione di una panca è quella di stare in un punto atto alla migliore visione dell’opera, cosa deve fare oltre a questo? Nulla, una panca qualsiasi. Quando entrai nella sala “di” Antonello da Messina, allora, ho ancora la vivida sensazione della luce che traspariva dai tendaggi, e arrivava sulla tela “esattamente” dalla direzione in cui Antonello l’aveva pensata. Come se la tela fosse stata messa esattamente lì (tenendo conto di definite coordinate euclidee) dallo stesso artista, in quella posizione e con quella inclinazione. Oppure, come se la luce presente nel quadro venisse dal punto in cui era stata collocata la finestra della stanza di Palazzo Abatellis. Questioni di lana caprina? Forse, io la vedo come la risposta di una persona attenta alla richiesta di un artista il cui testamento stava proprio nella vibrazione che la luce provocava sul volto della Madonna. Per meglio osservare quel quadro mi sedetti sulla panca in legno che gli si poneva innanzi, ma discosta, in maniera da sollecitare una torsione del collo più che del busto.

    E qui la differenza, dopo tutto questo tempo. Allora, la panca si sedette con me accompagnandomi dentro lo spazio pittorico. Oggi non più. Fateci caso, non ho virgolettato un’espressione che dovrebbe avere dell’assurdo: ho scritto che la panca si è seduta, allora, con me nel momento in cui io mi ci sono seduto. Come? Così: uno dei dettagli maniacali di Scarpa stava ai piedi della panca che erano costituiti da quattro elementi che sostenevano la struttura della seduta. Tali elementi ammorbidivano la pressione della panca sul pavimento, assorbendo il peso dell’astante con una specie di meccanismo a molla che veniva richiamato verso il basso una volta gravato di un peso. E, di converso, una volta che ci si alzava, dopo qualche secondo, la panca scattava in su riprendendo la sua posizione originale, qualche millimetro più in alto. Per molti un dettaglio insignificante, per me l’idea che le cose, trattate per il giusto verso, potessero in certa maniera animarsi e partecipare dell’evento legato allo sguardo, all’attenzione, all’amore per la bellezza. Oggi, invece, l’ingranaggio non funziona più e, anzi, non avendo avuto alcun tipo di manutenzione, risulta esser diventato l’elemento sgradevole, e sconnesso, di una qualsiasi seduta in legno presente in un museo.

    Uno dei custodi del museo, oggi, mi ha detto che presto ci saranno restauri d’interni a Palazzo Abatellis, che alcune sale verranno temporaneamente chiuse, e che i lavori verranno ad interessare anche l’opera di Carlo Scarpa. Impresa ardua: come si restaura un restauro? E, episodio panca a parte, chi restaurerà l’opera di un maestro? Uno più bravo di lui o un filologo? La questione è di un certo interesse ma, di là dalla diatriba disciplinare, va posto l’accento su un altro problema, probabilmente più grave e delicato di questo: qualunque opera d’architettura va gestita e restaurata, o monitorata, anno per anno, soprattutto quando si tratta di spazi destinati al pubblico e con un uso oltre ogni logica e ogni intendimento. Prendiamo, per esempio, il caso del Museo di Arte moderna, di recente inaugurazione. Generalmente, la presunzione che un’opera sia recente fa dimenticare il fatto che debba essere continuamente seguita, alla stregua di un’opera d’arte che ha curatori oltre che fruitori. Se tra qualche anno, non sia mai, qualcuno noterà che una porta non apre o si è creata una macchia d’umido su una parete, ecco, è bene intervenire subito, prima di aspettarsi un danno maggiore. E qui non si tratta di Scarpa. Ma cosa faremo quando decideremo che sarà ora di intervenire sul Foro Italico di Italo Rota? Alcuni atti vandalici, di cui è oggetto, vanno subitamente recuperati, oppure se ne attende il tragico prosieguo o la definitiva lacerazione?

    Palermo
  • 5 commenti a “Recuperare Scarpa”

    1. Lo diceva Rudolph Giuliani: “un vetro rotto nel Bronx va subito sostituito”…

    2. Questo pezzo, ha fatto appassionare anche me – non addetta ai lavori – all’argomento.
      Grazie. E complimenti.

    3. ricordo di palazzo abatellis solo la gita alle scuole medie: sn passati 10 anni, è giusto che io vi ritorni…
      architetto la questione che lei pone è giustissima e lecita, e credo che un monitoraggio costante sia assolutamente necessario: ma a chi dovrebbe spettare questo compito? la nostra amministrazione è satura ed ingolfata…
      purtroppo il tempo fa il suo mestiere, anche sulle panche di Scarpa.

      Buona giornata a tutti

    4. per anni mi sono occupata di restauro e sono rimasta particolarmente sensibile all’argomento.
      durante questa lunga esperienza ho visto cose che voi umani… non immaginate neanche!
      allora condivido in pieno i timori di Domenico e purtroppo non sono per nulla ottimista.
      a Palermo chi dovrebbe occuparsi di “sovrintendere” ai restauri non lo fa, non ne ha le capacità nè le competenze.
      Il restauro di Scarpa rappresenta un esempio unico al mondo e come tale andrebbe tutelato con la massima attenzione. la prospettiva che qualcuno possa metterci mano, mi fa rabbrividire.
      inutile dare suggerimenti, tanto poi tutto andrà come deve andare…

    5. A parte che ai tempi di Scarpa ancora non eisisteva ancora la neonata Facoltà di Architettura, e che la cosa fu davvero pretestuosa, perché esisteva ancora l’accademia di Belel Arti, lascio perdere.
      Questa é una vecchia storia di Burocrazia, che somiglia alla discussione vecchi e nuovi ordinamenti, e come tale é vicenda burocratica.
      Al di là della tela dell’Antonello da messina, e sul fatto singolo dell’esposizione museografica e delle ragioni museografiche dell’opera singola, l’intervento di Scarpa si concentrò su una scelta precisa, di stabilire un’esposizione fissa permanente, delle opere da lui scelte come fondamentali ad illustrare la storia dell’arte siciliana, ai suoi picchi ed estremi, allestendole, come installazioni permanenti, mentre aveva proposto un piano di rotazione delle opere conservate in magazzino, come risorsa e riserva di ‘esposizioni tematiche e temporanee’, a rotazione.
      Questo ovviamente implicava una scelta dei valori nell’esposizione museografigrafica,che fanno parte della scelta museografica dell’autore.
      Ma a parte, l’Antolenllo da Messina, Vorrei ricordare, che la sala dove é esposto il crocifisso fu volutà così, anche negli spazi interni da Scarpa.
      Ed é un asala che ho sempre amato per il suo equilibrio,fra l’antico ed il moderno.
      Lui scelse di denunciare il soffitto latero-cementizio come tale (moderno) e non dissimularlo, come spesso si faceva nelle ricostruzioni di quegli anni pitturando le travi in c.a. a finto legno.
      Scelse di fare l’intonaco, semza porlo come limite dello spazio, lasciando un margine che lo denunciava come rivestimento. La lettura di quella sala é per me un capolavoro di misura, ammetto, molto più della sistemazione dll’Antonello da Messina.
      Per me Questo é Scarpa.

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