martedì 12 dic
  • Il dialogo fra le civiltà

    Seyyed Mohammad Khatami

    La settimana scorsa è stato in visita ufficiale a Palermo Seyyed Mohammad Khatami, ex Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran; nel suo giro in Italia, l’ex presidente ha incontrato le autorità civili e religiose e il pomeriggio di lunedì scorso la gente, durante un convegno tenutosi alla Pontificia Facoltà Teologica di Palermo.
    Khatami è oggi direttore dell’Istituto Internazionale per il Dialogo tra le Culture e le Civiltà, uomo politico e religioso, prima di venire a Palermo aveva già incontrato il Papa, il Ministro degli Esteri e altre autorità.
    Avevo già avuto modo di conoscere Khatami, e di sentirlo parlare, a Teheran e lunedì mattina c’ero anche io ai saluti ufficiali e poi al convegno. Devo dire che raramente mi capita di provare una così forte ammirazione sentendo parlare una persona (e poi in campagna elettorale…). Bene, davanti alle parole di Khatami mi è successo. In questo momento parlare di spiritualità e di dialogo non è facile, nel senso che scadere in una retorica – seppure da capo di stato, quindi una buona retorica – è più che possibile, direi quasi automatico. Eppure dalle parole dell’ex Presidente è uscita fuori una profondità spirituale e un’arguzia politica fuori dal comune.
    Ho già avuto modo di parlare del fascino dell’Iran e ho accennato al progetto che mi vede coinvolta in prima persona grazie alla collaborazione con l’Istituto Arrupe e l’associazione Anastasis per il restauro della chiesa di Santa Maria del Rosario ad Isfahan, splendida capitale dell’antica Persia, lo stesso progetto e gli stessi attori, insieme alla Facoltà Teologica e all’Ambasciata dell’Iran presso la Santa Sede sono stati i motori della visita ufficiale a Palermo.
    Quando ci si accosta ad un’altra civiltà si deve stare molto attenti a non portarsi dietro convinzioni ed entusiasmi propri. Le credenze e i punti fermi vanno abbandonati e va lasciato campo libero ad un nuovo seme di pensiero e modi di fare. Altrimenti si tenterà invano di spiegarsi il perché e come mai. È come tradurre un testo di una lingua sconosciuta senza prima avere chiari i riferimenti culturali della stessa, è impossibile non sbagliare. Chi si è accostato “pulito” alle parole di lunedì pomeriggio, a mio parere è uscito più ricco.
    La sfida del nostro tempo è il dialogo, il titolo del convegno era “La spiritualità via del dialogo fra le civiltà”, mons. Raspanti, preside della Facoltà Teologica, ha scelto una bellissima frase di Kierkegaard come tema: “Nel tempo si decide l’eternità” e ha aperto i lavori.
    I relatori hanno cominciato a fare domande a Khatami. Vi racconto solamente una di queste risposte, quella ottenuta dalla domanda di padre Notari (il direttore dell’Istituto Arrupe) sul dialogo. L’ex presidente Khatami è partito dalla necessità di concordare effettivamente su cosa sia il dialogo, contrapponendolo ad altri tipi di scambi: il dibattito e la negoziazione. Nel dibattito si parte da due punti di vista diversi e ognuno cerca di affermare il proprio, di avere ragione. Nella negoziazione ognuno cerca di mantenere la propria pozione, di non arretrare di fronte le richieste dell’altro e anzi, di conquistare posizioni a discapito dell’altro. Così anche nelle discussioni in cui si cerca di arrivare, ognuno ribadendo le proprie convinzioni, alla conclusione. Il dialogo invece vuol dire confidarsi con l’altro, aprire il cuore verso l’altro, il dialogo non è artificialità e può svolgersi solamente fra persone che abbiano una buona conoscenza reciproca e che condividano lo stesso dolore. L’uomo è l’unico essere sofferente su questa terra, ha detto Khatami, e condividere, essere attenti al dolore dell’altro significa entrare in dialogo con l’altro. Solo mettendo da parte tutti i principi e i fondamenti cui crediamo, il nostro orgoglio, e avvicinandoci con umiltà possiamo unirci all’altro nella sofferenza. Siamo prima di tutto esseri umani, partendo da questa posizione, abbandonando l’orgoglio e rendendo umili i nostri cuori dobbiamo appoggiarci su ciò che ci unisce e tralasciare ciò che ci divide.
    Io credo che fa bene all’anima ascoltare parole così grandi (talmente vaste e sconfinate che fanno quasi paura), ma se i nostri sguardi non si misurano con l’infinito, i nostri pensieri rimangono bassi e pesanti e si abituano talmente alle pesantezze che poi risulta difficile abbandonarle e cercare di alzarsi un po’ più su, sopra le difficoltà di ogni giorno, sopra i manifesti elettorali, sopra i furbetti e i clacson.

    Palermo
  • 3 commenti a “Il dialogo fra le civiltà”

    1. Un discorso controcorrente ed essenziale. Si potrebbe tacciare di relativismo ma dietro ci vedo il pensiero e l’azione del sufi. Ciascuno sale per il suo sentiero, consapevole non solo della propria fatica ma di quella che chiunque prova durante l’ascesa. Man mano l’orizzonte si amplia e i manifesti elettorali diventano sempre più piccoli e indistinguibili, il suono dei clacson fievole fino a svanire nel vento e l’aria sempre più tersa. Grazie Cristina, volevo andarci ma non ho potuto.

    2. Ottimo spunto, in tempi in cui si tende a caratterizzare l’altro con immagini inconsapevolmente razziste

    3. Grazie anche da me Cri, peccato per me non esserci potuto essere.

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