martedì 12 dic
  • Aspettando il “Festino”

    È una storia di luce. E di buio. Il Festino somiglia a un gigantesco interruttore che separa, in un clic lunghissimo, la speranza d’oro dal fondo di bottiglia della tenebra. Non andate a cercare le carcasse dei desideri, il mattino dopo. La quantità delle spoglie mai transitate dal campo del sogno alla realtà vi metterebbe malinconia. La siepe di concertina, al confine, è altissima. Ma è bello lo stesso esserci nella notte che ti prende in braccio, per lasciarti vedere una città diversa, nella rifrazione delle anime incendiate di semenza. Ognuno, poi, ha la sua. L’italo-americano di due anni fa rimpiangeva Palermo d’allora. Quando lui era giovane e l’oceano rappresentava appena una chiazzolina blu sulla carta geografica. Cominciò a battere le mani, saltellando, mentre i fuochi spruzzavano lingue rosse in cielo. «Io me l’arricuordo Paliemmu – disse nel suo slang che lo rendeva simile a una caricatura di don Vito Corleone -. C’erano le carrozze e i cavalli. Vulissi turnari n’arreri». Scherzi della memoria, in groppa a un ricordo chiamato cavallo. Mille volti sono rimasti appiccicati al taccuino che li ha strappati alla strada. Una volta mancò l’acqua. La peste aveva preso le sembianze aride della siccità. I rubinetti sfiatavano polvere e soffi di aria calda. Un’altra volta, quando il carrò incespicò, distruggendo la carriera politica di un assessore promettente, una signora urlò: «Malu signu. Ci sarà il terremoto». Fu accontentata. Un’altra volta ancora, una vecchietta affacciata al balcone sosteneva che i capelli e gli occhi di Santa Rosalia fossero neri come la pece. «Abbiamo parlato fino a ieri sera – confidava con uno sguardo trasognato – è venuta a prendere il caffè a casa mia, nel salotto con gli arazzi e il tavolino d’epoca. Ti giuro che è corvina di capigliatura». Chioma buia – per uno scherzo cromatico – da cui scaturisce la luminosità benedetta. Il solo chiarore che Palermo accetti senza schermature sul cuore e cinismo.
    Anche quest’anno qualcuno vedrà passare la Santuzza tra la gente e tenderà la mano per sfiorarle i lembi della veste. Tutti cercheranno parole e immagini nuove per costruire – almeno nell’immaginazione – una città più bella. Ma poi, vinti dallo scintillio dei fuochi, abbandoneranno piano piano i pensieri del suolo, sull’asfalto del Foro Italico. E guarderanno lassù.

    Quello che resta nel taccuino
  • 11 commenti a “Aspettando il “Festino””

    1. …mentre i pensieri finiranno calpestati insieme a quintali di scoccia di semenza! Ben tornato Puglisi! 😉

    2. bentornato ovviamente!

    3. Puglisi, mi dispiace ma stavolta non commento.
      Aspetto i post sui morti disgraziati. Pero’ sei tornato, è questo che conta…solo gli sciocchi non cambiano parere.

    4. Ora hanno ragione gli altri sei dappetutto come il prezzemolo.

    5. Bentornato Roberto!.

    6. Signor Puvglivsi, neanche io commento, noto con piacere il Suo ritorno.

    7. …anche se mi ricorda Zamparini che minaccia tutti i giorni di lasciare il calcio invece per il piacere del pubblico…e per soddisfare il suo narcisismo…
      Pero’ Lei, Signor Puvglivsi, è lontano, in tutti i sensi, da Zamparini.

    8. Orazione per Falcone e Borsellino
      Io per me, per quello che sono,
      nella mia pochezza, nella brevità di me, immondo,
      io non ho brindato. Non sono di quelli che hanno brindato, fatte risuonare infamie e bicchieri.
      Non è gran merito, ma io non ho brindato,
      questo voglio dire, ci tengo sia chiaro.
      Non ho brindato,l né pubblicamente dissentito.
      Vivo, diciamo, appartato.
      La vita la seguo da un buco.

      La pena ha trapassato… stavolta la pena ha trapassato il buio dei cunicoli. Il classico nodo in gola, i classici occhi sbarrati. Né pianto, né brindato. Potevo fare quello che volevo: chi mi vedeva?

      Eppure non ho brindato.
      Non l’ho fatto il sabato, non la domenica nè gli altri giorni scossi da lampi improvvisi… improvvisi non direi proprio.
      Diciamo attesi.
      Ammettiamolo: temuti. I giorni dello strazio rovente,
      dentro di noi inceneriti,
      ma sì, i giorni della nostra viltà.
      Non ho brindato, né dimostrato.

      Dirò di più: non abbiamo brindato. Parlo a nome dei miei, non una razza a parte, tutt’altro che tribù.
      Siamo milioni, siamo i più. Un po’ difficile, mi pare…
      Abbiamo occhi piccoli.
      Punte di spillo.
      Ma vista acuta.
      Noi per nostra natura, andiamo cautamente,
      per vie interne.
      Guardiamo dal basso in alto. Guardiamo dal nostro male.
      Noi viviamo appartati, dico appartati,
      eppure una volta bisogna mostrarsi,
      possibile bersaglio a un tiro dalle cose…

      Salvo Licata (Orazione per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel giorno di San Rocco, 1992)

      Complimenti ad Alfio per la scelta:che diventi un momento di seria riflessione
      sul futuro di questa città.

    9. Posso dirlo? Con tutto il rispetto per le buone intenzioni, non mi piace che questo Festino sia dedicato alla commemorazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le vittime della mafia. Mi pare un espediente un po’ retorico perchè non ci si concentri troppo sulla penuria di mezzi. Al ricordo dei due magistrati – che dovrebbero meglio essere sottratti alle celebrazioni e consegnati alla memoria del quotidiano – si addicono di più, a mio parere, il silenzio, la riflessione, o la parola pacata. Mai il Festino.

    10. Sono d’accordo con te, Roberto…
      solo nel mio cuore, nel silenzio dei miei ricordi, nella presenza discreta ma consapevole, nell’esempio quotidiano già così pesante da portare sulle spalle, quando si ha un nome che dice tutto e niente di me stessa, della sofferenza eterna x una violenza a cui si vogliono associare termini mai adeguati…

    11. Capisco benissimo Sabi. Sopportare il dolore di una perdita è difficile. Sopportarlo in mezzo alla retorica e alla melassa che tutto travisa deve essere quasi impossibile.

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