mercoledì 13 dic
  • Lavoro nero

    “Voscienza benerica” è uno di quei saluti che ti regala la vecchiaia.
    Mastro Turiddu quel saluto se l’era conquistato col rispetto: il rispetto che ottiene chi sa fare una cosa meglio di tutti gli altri.

    “Voscienza benerica, Mastro Turi che fa gliela posso offrire una cosa?”.
    “No Santino lascia stare ché devo fare ancora quattro sirbizi in paese e poi devo andare in campagna”.

    Mastro Turiddu la testa l’aveva sempre al travaglio.
    Suo padre gli aveva insegnato che non è vero che ‘u morto insigna a cchianciri.
    Uno “a cchianciri” ci deve fare l’abitudine, così poi, nsa’ mmai Dio succede qualche cosa, cchianciri ci viene facile.
    E questo insegnamento ereditato, già l’aveva intestato ai figli: “Figli miei a casa nostra ‘u pane può mancare, ma di travaglio ve ne potete saziare”.
    Mastro Turiddu faceva il carbonaio.
    Si ricordava ancora il colore della pelle dei suoi quattro figli alla nascita: bianco come il latte.
    Il carbone, impastato col sudore, quel colore l’aveva ormai coperto per sempre, come già aveva fatto con lui.
    La pelle nera li rendeva invisibili di notte, quando nel bosco girano gli spirti, che si siddìano se uno sta lì a talìarli.
    Mastro Turiddu se le ricordava ancora quelle due femmine, viste di notte a Bosco Cannata, che armate di bummuli andavano a prendere l’acqua.
    Nessuna femmina viva và a prendere l’acqua a quell’ora di notte.
    Il mestiere del carbonaio è mestiere di arte e pazienza.
    Mastro Turiddu comprava mezzo tummino di bosco, la legna degli ulivi svecchiati e con i figli incominciava a preparare il cumulo di legna, selezionando tronco per tronco.
    Il tutto veniva coperto da frasche.
    I cumuli di Mastro Turiddu erano alti quanto una casa di due piani.
    Una piccola montagna di legna ricoperta di terra .
    E cchi c’avìa a ffare l’Etna?
    Un buco in cima per tirare l’aria ed alimentare con brace la carbonaia ed uno in basso, grande quanto la tana di un coniglio, per accenderla.
    Appena era pronta la carbonaia s’aspettavano tre giorni.
    “La terra si deve assestare” diceva Mastro Turiddu “questo lavoro di pazienza è!”
    Quando Mastro Turiddu diceva che era il momento, il più piccolo dei figli accendeva il fuoco e tappava subito il buco di sotto con una palata di terra.
    Il legno doveva covare pigramente, affumicarsi e diventare carbone con lentezza.
    La fossa aveva un diametro di tredici metri, un’altezza di sei; sarebbero serviti trenta giorni prima di scarvunare.
    Un mese di turni e veglie.
    Una sorveglianza ininterrotta a quel tesoro di fuoco e terra.
    Mastro Turiddu dirigeva le operazioni a colpi di imprecazioni
    Educava i figli a comandare, comandando.
    I figli ubbidivano e s’insignavano.
    Era mezzogiorno, Mastro Turiddu controllava il suo gigante di terra dall’alto.
    Se si apriva un foro doveva essere chiuso immediatamente, prima che il lavoro di un anno svampasse in poche ore.
    Fu un attimo, manco il tempo di un respiro, la terra si aprì inghiottendo Mastro Turiddu in uno sbadiglio di fumo e braci attizzate, che rosse e ardenti si sperdevano nell’aria.
    Tutto diventò pietra.
    Soccorrerlo non era possibile, la terra non avrebbe retto.
    Aprire il cumulo? Non bastava il tempo.
    Gli sguardi dei figli si incrociavano pieni di terrore, mentre le mani strofinavano con rabbia la fronte alla ricerca di una soluzione.
    Ogni secondo che passava sembrava un mese.
    L’ordine sul da farsi arrivò da dentro la montagna, eruttato fuori come un urlo dall’inferno.
    “CUMMIGGHIATE! E CHE DIO VI BENEDICA!”
    Una decine di palate di terra sigillarono la fossa.
    Un anno di lavoro salvo ed una notizia da portare a casa.
    Quello del carbonaio è mestiere di pazienza.
    Si tira a campare e…pazienza!

    Colonna sonora: Amara terra mia (Domenico Modugno).

    Ospiti
  • 7 commenti a “Lavoro nero”

    1. Sembra una novella di Verga.

    2. Suggestioni di una Sicilia che (forse) non c’è più…

    3. Una storia d’altri tempi, raccontata come una cantastorie del passato. Bravo Mimmo!

    4. Verga? Apperò! Picciotti se inizio a scrivere come Manzoni avvisatemi! Grazie a tutti

    5. Nicoletta Verga, famosa ripetente catanese, che a dodici anni era ancora all’asilo 😉

    6. Ti dirò di più Roberto, Verga è un cognome che si presta a facile doppi sensi.
      Insomma, “novella di Verga” potrebbe anche non essere un complimento 😀

    7. ciao,
      non riesco a trovare un vecchio film di mafia in bianco e nero, dove cera la canzone di modugno amara terra mia.
      Mi puoi dire il titolo e dove posso trovarla.
      grazie

    Lascia un commento (policy dei commenti)