mercoledì 23 ago
  • “Parenti” dall’estero

    Il parente dall’estero è una delle esperienze che ha accompagnato la mia infanzia e non solo.
    Il primo ricordo è la Zia Pietrina, quella delle Chewing Gum colorate, una sorta di attentato all’esofago, dal diametro tipo albicocca gigante: ne portava sempre tre, quattro chilate.
    La sua faccia era diventata americana, non so spiegarvelo: una sorta di mutazione genetica; il suo abbigliamento era american-sconclusionato, con tessiture floreali, ampio uso di rosa e bianco sparso, all’americana pure quello, occhiali spessi, marroni, so american. La zia Pietrina veniva dal Massachussets, ribattezzato dai suoi parenti di Sferracavallo “Massaciucciu”. Io, la zia Pietrina del Massaciucciu la ricordo con grandissima simpatia per via dei dollari, ne avrò circa 500, che mi pare male a scambiarli, anche se ho pensato di restituirli agli americani comprandomi un iPhone, quando sarà disponibile.
    I parenti dal Belgio, a mio avviso, avevano un nonsocché di inquietante, a partire dal fratello di mia nonna. L’ultima volta che l’ho visto sputava a Maradona, in tv, durante la finale dei mondiali 90. Lo zio sosteneva che Dieguito avrebbe dovuto sbagliare il rigore contro l’Italia come segno di riconoscenza verso il popolo italiano che lo aveva ospitato. Il discorso filava, per carità: quel tremendo rumore di “sgracchio dispregiativo”, meno.
    Ogni tanto arrivava a casa nostra un parente, o pseudo tale, dall’estero. E partiva l’albero genealogico: «Sono i figli del cugino di secondo grado del marito della cognata della nonna».
    E quindi, in pratica, dei perfetti sconosciuti?
    E mentre cercavo di capire la differenza tra loro e un passante qualsiasi, i “parenti” si presentavano alla porta, a braccia aperte e osavano darmi del “cucino” e mi trattavano come se avessimo mangiato nella stessa pignata per decenni interi. Loro ci tengono molto alle radici parentali e io lo apprezzo molto. Però avrei voluto spiegargli che quelle radici parentali non ero io.
    In queste occasioni mi toccava fare quello che si deve accollare una serie di sconosciuti per una settimana e fargli girare la città e Corso Vittorio Emanuele alla ricerca del gadget stereotipo.
    Il più delle volte, a ruota, arrivavano anche i figli, in pratica i figli dei figli del cugino di secondo grado del marito della cognata della nonna. Coetanei, ragazze e ragazzi come me, ai quali nessuno padre, nonno, zia o chissà chi aveva mai spiegato quella sottile differenza tra siciliano e italiano.
    A uno gliel’ho detto: non è che domani vai a Verona e gli dici pigghiami ‘u sali e loro tutti contenti ti portano la saliera. Se caschi male, al limite, ti portano Borghezio. C’è rimasto malissimo, lui, che pensava di parlucchiare un petit peu d’italien e di metterselo nel curriculum. No no, ma che italien: parli proprio come il nonno del cugino della cognata di mia nonna. Ah, e a chi siamo ti ricordo che non è mio parente. Tu meno che mai.
    Nonna aveva un set da “parenti dall’estero” e lo usciva solo in presenza dei “consanguinei ritrovati”. L’aroma del caffè stretto, molto, troppo, criminalmente stretto, era la cornice olfattiva perfetta in un trionfo di tazzine bordate oro molto 50’s, campionario linguistico siculo-internazionalizzato, mocassini “rettilizzati”, calzini bianchi, anelli al mignolo, vorticose acconciature, trucchi audaci (un giro di viola sulla palpebra non mancava mai), ricordi di zone palermitane sconosciute al sottoscritto. Per me era il videoclip perfetto della canzoncina “Aiu un cappiduzzu beddu e sapurito”.
    L’ultima volta sono venuti a trovarci “alcuni parenti dall’America”. Non ho neanche tentato di capire chi venisse cosa a chi, nel senso parentale; ricordo solo che il capofamiglia, sulla settantina e oltre, continuava a dire “La mia Calabria, la mia bedda Calabria”. Boh, secondo me o si erano persi o la demenza senile aveva fatto capolinea.
    A seguito del settantenne un po’ andato, moglie e nipoti: una si chiamava Ariel e credo di averla chiamata, per un mese intero, usando tutte le marche di detersivi che la memoria man mano mi andava suggerendo.
    Il fratello grande ascoltava gli Smashing Pumpkins e questo era un punto a suo favore.
    Punto, puntualmente perso il giorno dopo, quando lo beccai mentre si mangiava l’arancina, sul piatto, con la forchetta.
    Il leit-motiv del “parente” (o pseudo tale) dall’estero (oltre quello di pretendere l’insalata di arance, olive nere e scalogno) era quello di ricordarti che anche tu ce la potevi fare nella vita. Ovviamente lasciando Palermo.
    E quindi non si contavano i vari «Tu devi venire a Boston, nell’Indiana, a New York, ad Heidelberg, a Liegi, a Bruxelles; Brooklyn, Australia, Hannover».
    «Tu devi venire a fare University da noi. Youll’be our guest».

    Io credo, a distanza di anni, che ‘sti attempati semisconosciuti rincoglioniti mi avevano dato il consiglio giusto. Eddire che manco erano miei parenti.

    Palermo, Sicilia
  • 14 commenti a ““Parenti” dall’estero”

    1. bravo samuele per la tua accurata descrizione… tutti abbiamo dei”set” parenti all’estero che ormai parlano un italiano “maccheronico” che parlano metà e metà… (metà siciliano e metà miricanu). complimenti per il pezzo.

    2. Bravo Samuele, si si!
      Anche io ho dei dollari regalatimi dai parenti ma…la banca non me li vuole cambiare perchè sono rattoppati con lo scotch.
      Mi sorge un dubbio: che ‘sti parenti miricani siano anche un po’ bastardi? 🙂

    3. Caro blogger o per meglio dire Compà!
      Come va? anche tu dunque sei palermitano, e vedo che il tuo blog è attrezzato benissimo. Sono finito qui perchè ho bisogno di aiuto per il mio blog sul palermo calcio, mi mancano commenti e vorrei i tuoi per vari motivi:
      1- sei palermitano
      2-tifi palermo
      allora se sei interessato? vieni a trovarmi al http://www.palermomania.splinder.com
      ciao e grazie tante!

      ps: quasi mi dimenticavo, ti sto linkando, sarei molto felice se facessi la stessa cosa

    4. Davide per queste comunicazioni bisognerebbe usare l’e-mail.

    5. una volta andai negli Steiz, così per fare un po’ di giri per città e parchi nazionali che tanto mi piacciono.
      Mentre ero a Nuova Iork, ospitato da un simpatico amico nel Quins, mi ricordai che mia madre si era raccomdandata affinchè andassi a trovare una mia zia piu’ o meno di 3 grado che viveva a Bruklin.
      Così una matina partii da Coni Ailand, nel quale il mio ospitante aveva il suo ufficio e senza cartina, mi avventurai per questa città dentro la città!
      Passai circa 2 ore e mezza a camminare e non appena arrivato nel quatiere dove avrebbe dovuto vivere questa mia parente, cominciai a vedere per l’indirizzo esatto. Un quartiere di cinesi e italiani dove non si possono vedere gli uni con gli altri ma vivono porta a porta.
      La zia non sapeva nulla della mia visita perchè io non avverto quasi mai quando faccio visite, si c’è c’è si un c’è nienti !
      Suono al campanello e attendo.
      Si apre la porta e spunta una signora in grembiule (sicilian stail anni 70 dell’entroterra) e con I BICODINI in testa !!!!!
      Per me tutto normale, comincio a fargli un po di festa, ” ciao zia, come stai, vedi ti sono venuto a trovare a sorpresa !”
      Cosa che non gli avessi detto mai !!! Anzicchè abbracciarmi e gioire mi comincio’ a guardare per qualche secondo come stordita e poi esordisce:
      ” e accussi si veni, senza diri nenti,
      e io ne ca sugnu priparata,
      haiu i bicodini ntesta,
      sugni cu lu fadali….
      e ora chi te fari manciari ?
      iihhh… beddamatri e ora nzoccu ci a ghiri a cuntari a lu paisi ??????
      C’anna pinsari li cristiani ???? ”
      A quel punto non sapevo se mandarla a fare in …. in siciliano oppure in inglese per disostrargli che anche chi vive in sicilia puo’ mandare a quel paese in lingua inglese !!!
      ….., ma poi mi ricordai che mia madre ci teneva affinchè non facessi ca….te (si era pure raccomandata esplicitamente) e allora cercai di dirle, “ehhm ma che devo dire al paese, non ti preoccupare che non dico nulla, solo che mi hai accolto con festa” (vuole dire niente)!
      E fu così che dopo oltre 5 minuti di stare all’uscio mi fece entrare in casa! Finalmente ! Non ci credevo quasi piu’ !
      La casa a definirla “tascio Kitsch” era un complimento lusinghiero!
      Ma quello che mi colpi’ piu’ di tutti fu il divano! Era ancora con il cellofan e mio cugino che c’era andato a trovarla l’anno prima a questa zia, mi disse che c’era il cellofa sul divano !!!
      Era agosto e si catafotteva dal caldo (100°F eee… la’ questa consonante mettono nei termometri a posto della C). L’idea di sedermi su quel divano mi atterriva! Mi sedetti in una sedia plastica similpelle a striscie pseudo leopardate.
      “Zia, maaa… ancora non l’hai levato il cellofan dal divano, te l’hanno consegnato oggi” faccio io, paraculo !
      LEi: “nooo e pi sarbarisi megghiu!”
      ” Ahhh ” faccio io, “non ci avevo mai pensato” !
      La discussione continuo’ su vari temi dei nostri parenti e sulle loro vite d’oltreoceano.
      Ma una cosa la volete sapere ?
      A mio cugino, che l’ando’ a trovare l’anno prima, avvertendola anicipatamente del suo arrivo, così da darle la possibilità di preparare qualcosa da mangiare e di mettersi in ghingherli, gli diede 100 $ in regalo, usanza di molti siculoamericani.
      A me che scoppai davanti la sua porta un giorno d’agosto per caso e la vidi con i bicodini in testa, non mi diede proprio nulla !
      Morale: se andate a trovare parenti siciliani a Bruklin avvertiteli prima !!!

    6. Io avevo uno zio americano che ogni anno mi portava un sacco di diavolerie elettroniche… peccato che le prese erano sempre di tipo “americano” e che quindi in Italia erano pressochè inutilizzabili…

    7. Enzo hai appena descritto il set di zia Assunta de “La Tata” 😀 (che poi in realtà non era la zia ma la madre. E non erano italiane ma ebree… mistero dell’adattamento).

    8. Ma il vero scoop di casa “Cacace” è che zia Yetta in realtà era la nonna

    9. Vero! E Annarosa di Pappa e Ciccia non era napoletana. Tutte idee di un grande autore televisivo italiano. (Fonte: un vecchio tv sorrisi e canzoni :-D)

    10. yeee! annarò era italiana!! e la tata francesca era di frosinone! huu!

    11. OuaUuuuu, che notizie, picciò, avvertitemi prima, sono in piena zona infarto Io, mica come voi che vi alzate ancora ..con “le voglie” al mattino, e comunque affermo “la tata” era proprio “bbona”.
      Niente Zii Americani per mè, però mi hai fatto pensare a tutto l’odio che provavo quando Mamma mi portava al ” Capo” a far spesa e cominciava la “via crucis” di parenti dei parenti ( assoluti sconosciuti ), con annesso calvario (per mè) dei “buffetti”.
      – OHHHH ma chistu cu è? u cchiù nicu? che sapurituuuuu.

    12. Di luglio, mè cucina di Boston, ci venne a trovare.
      Ci raccontò che quando era in Sicilia sognava in bianco e nero e le foto che mia nonna riesumò ne erano la prova.
      Lei aveva un’ottantina di anni ma suo nipote era gallerista e pittore a Miami. Qualcosa per me l’avrebbe fatta.
      Mi organizzai: una para di misate a casa sua, il tempo di ambientarmi con la lingua e con il cibo e poi via. Avrei cominciato a sognare a colori sgargianti puru io.
      Prenotai. Sarei partito a ottobre se non fosse che qualcuno decise, a settembre, di scolorire il mondo in apparecchio.

    13. MI HAI FATTO DAVVERO SORRIDERE CON LA DESCRIZIONE DELLE Chewing Gum DAL DIAMETRO DI UN’ALBICOCCA. COMPLIMENTI PER IL RACCONTO…. ANCHE A ME OGNI ANNO TOCCA FARE DA CICERONE. CIAO

    14. Meno male che non hai seguito il consiglio, forse adesso non potremmo leggerti!!
      Compliments
      😉 ciao ciao

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