martedì 22 ago
  • Il cronista

    Un cronista è un uomo semplice. Ha bisogno di attrezzi semplici: un taccuino, la penna e la verità. Intendiamoci, verità non coincide per forza con realtà. La prima appartiene agli occhi che la osservano, al cuore che la filtra, al cervello che la definisce, alla voce di carta o di suono che la copia su questa o quella pergamena mediatica. La seconda è un affare privato di Dio. Esiste un peccato originale, un serpente incuneato nell’inchiostro di chi racconta “a suo modo”. Può essere perdonato con la buonafede.
    È stata una bella mattinata di sabato, per il sole e per le tante persone che hanno accompagnato Lirio Abbate nella sua passeggiata in centro. Mi chiedo cosa accadrà domani, quando tornerà il silenzio sui passi di Lirio e di quelli come lui. Mi chiedo cosa accadrà quando certi politici – solidali durante le parate – telefoneranno in redazione per raccomandare un comunicato, per pretendere, per suggerire, per imporre. Mi chiedo cosa accadrà domani quando nessuno – nemmeno il portavoce di Fassino – si preoccuperà più dei cronisti precari, di fatto schiavi di un sistema che li imbavaglia e li riduce in condizioni di pietosa omertà col ricatto del pane. Rita Borsellino ha dettato alle agenzie una dichiarazione che il sottoscritto condivide: “Mi domando perché i giornalisti siano così spesso costretti a scrivere libri. Probabilmente perché la questione della libertà di stampa è legata al fatto inquietante che sui giornali tante cose non si possono scrivere. Se il giornalista cerca un’altra strada, ovvero il libro, per scrivere le notizie scomode e diventa responsabile in prima persona, ecco che arrivano le intimidazioni”.
    Alla professione, si giunge spesso per caso. Io ho cominciato da bambino, facendo la radiocronaca della partita che altri bambini giocavano sotto il mio balcone. Ma se ci resti, nonostante tutto, non è più un caso: è una scelta. Non siamo sempre eroi o persone normali, più spesso ci comportiamo da cialtroni. È un peccato che grida vendetta.
    No, un cronista non ha bisogno di troppi fronzoli. Il calore della solidarietà lo riscalda e può bastare per oggi. Ma cosa accadrà domani?

    Quello che resta nel taccuino
  • 22 commenti a “Il cronista”

    1. Lo scorso inverno al sit-in dei due agenti della Guardia Forestale che avevano ricevuto lettere intimidatorie e bossoli di pistola con incisi i loro nomi non partecipo nessun politico di nessuna fazione. Ancora più facile lì chiedersi: cosa accadrà domani?

    2. Ciao Fabio, probabilmente per qualcuno in quel caso non c’era il ritorno di immagine

    3. Hai detto bene, spesso ci comportiamo da cialtroni. Guidati da cialtroni. Il massimo della cialtroneria.

    4. “la questione della libertà di stampa è legata al fatto inquietante che sui giornali tante cose non si possono scrivere.”
      IERI,PRATICAMENTE,ERA COSI’.
      OGGI GIA’ VIVIAMO UN’EPOCA NUOVA,
      CHE E’ L’ERA DI INTERNET E DEI BLOG
      CHE CONSENTONO A CHIUNQUE DI ESPRIMERSI
      IN MODO INDIPENDENTE,SENZA CONDIZIONAMENTI,E DI POTERSI CONFRONTARE CON GRANDE RAPIDITA’.

    5. sarò giudicato come un cinico, ma il vero problema è mettere la pentola. Molti giornalisti sono i portavoce di politici, e per mettere la pentola non sono più liberi,
      non possono dare un servizio alla collettività. naturalmente queste cose dovrebbero essere vietate, oppure colui che diventa portavoce di altri dovrebbe essere cancellato dall’Ordine professionale.

    6. Sono d’accordo Salvatore. Riki, l’informazione come mezzo è accessibile a tutti. L’informazione nel senso della qualità e della serietà necessita di regole e di una professione apposita.

    7. caro roberto, stamattina con un sole stupendo ed un mare che mi tentava parecchio, mi sono fatta kilometri 20 (non molti, ma per me valgono) per far sentire lirio meno solo.
      un gesto semplice come la presenza per dirgli, ti ammiro, tifo per te, e sono con te.
      non ho mai negato la mia più totale assenza di stima per la gran parte dei giornalisti italiani. non ne ammiro la codardia con l’alibi del ricatto. è vero il ricatto del pane, ma non basta a scagionarli.
      quindi ad uno dei pochi che ha dimostrato coraggio e professionalità volevo rendere omaggio.
      arrivo ed erano li tanti, non so se tutti ma tanti, alcuni per la sola presenza, altri per lavoro.
      tutti comunque li insieme a sostenere lirio.
      bene, fin qui almeno.
      poi accade l’incredibile. nella folla di giornalisti, passanti, politici, turisti e chi più ne ha più ne metta, l’interessa della “stampa” su chi si posa?
      risposta facile. sulla politica.
      intervistavano i politici! presenti per i motivi che tu hai correttamente esposto.
      ma davvero un giornalista l’unico giorno in cui puo’ far esprimere i colleghi avviliti da censure e frustrazioni, non capisce che è forse il caso di tener fuori le istituioni?
      caro giornalista, forse al principio fu il ricatto del pane, ma ti ci sei abituato al punto da non capire più che lavoro fai?

      domani leggeremo del grande sostegno della stampa, mirabilmente espresso dai presidenti di ordine e ansa.
      e poi le belle parole dei colleghi dei protagonisti del libro di lirio.
      ionesco non avrebbe saputo fare di meglio.

      stefania

    8. Ciao Stefania, difficile dirlo meglio di così. Hai colto nel segno: la sottrazione di libertà diventa un riflesso condizionato a cui ti adegui perché fa più comodo

    9. Piccola postilla al discorso di Stefania: il precariato non è solo un legittimo problema di persone che vorrebbero programmare un futuro e devono accontentarsi di briciole. Nel caso del giornalismo è un’ipoteca alla libertà. Poi ci sono aziende e giornali diversi, più o meno illuminati. Ma – in generale – la mancanza di un contratto a tempo determinato può indurre un cronista a essere più morbido, a valutare se “gli convenga” scrivere questo o quello, a sentirsi più indifeso nei confronti dell’arroganza di certo potere politico.

    10. Vorrei inserirmi in questa bella conversazione aperta in maniera folgorante da Stefania e Roberto con questo mio scritto di alcuni anni fa che riguarda anche e ovviamente la professione giornalistica che svolgo da anni con…abnegaziobe. Grazie. Jana

      “Il lavoro rende liberi”, “Lavorare stanca”, “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro… il lavoro nero, il lavoro minorile… il lavoro che non c’è…”.
      E ancora : “A trent’anni in Italia se sei disoccupato non rischi la fame, rischi la dipendenza, che non è la morte, certo, ma è pesante, perché si diventa pressoché impotenti”. Perché, qual è lo scopo ultimo del lavoro, se non “la realizzazione circoscritta alle attività produttive del sé interiore?”. E perché, spesso, “si studia, ci si laurea inseguendo una prospettiva che si ritiene interessante, utile, soddisfacente, e poi si scopre che a nessuno interessa la propria preparazione, quella che può diventare una professione, anche a servizio della collettività?”.
      E, non da ultimo, perché il nostro Paese si ostina a rimanere una “terra di dei e di orchi, di tempeste del cuore e di fastose allegrie, di arrabbiature dell’anima e di vibranti piaceri? Una terra di sole, ma buia di diritti?”. Il luogo in cui si “soggiace a quella maledetta regola secondo la quale se non si fa si è colpevoli, ma se si fa bisogna subito distruggere, tornare indietro, cancellare le tracce di quel che si è fatto, per tornare a ripetere che qui da noi tutto è fermo, che niente mai cambia”.
      Perché? Ci chiediamo tutti, mentre constatiamo giorno dopo giorno la veridicità e la reale consistenza di questi interrogativi senza risposta, ribaltabili in affermazioni che non prevedono replica, drammatiche e tormentate, ma sempre più comunemente divulgate anche con ironia, con quella rassegnata ilarità necessaria per sfuggire a una tristezza altrimenti senza scampo?
      Citazioni in libertà, illuminanti ma assolutamente riconoscibili perché pensieri già pensati, frangenti di sconforto in cui riconoscersi e talvolta, anziché compiangersi, sorriderci sopra, o, in alternativa, arrabbiarsi e cambiare. Uccidendo le illusioni e strappando alla vita ogni possibilità.
      Spudoratamente leale e solidale, questo volumetto (“Al lavoro. 18 articoli per una giusta causa” – Coppola editore) attinge dall’attualità paure e speranze, ricerche più o meno affannose, stanchezza e pseudocertezze accumulate negli anni. Racconta e consegna al lettore, mai veramente indenne da tali travagli, pratici ed emotivi, una verità sempre più vicina e sempre meno rassicurante, tanto tangibile quanto poco riposante.
      Racconta la verità di ognuno con le parole e le emozioni di diciotto autori; diciotto voci ed altrettante vite che con grande intensità esprimono le amarezze, le attese e le piccole e grandi sconfitte incontrate lungo il viale dei tentativi e delle trafile; contiene una denuncia sociale rappresentata con lucidità e sano sarcasmo, con coraggio e dignità, con l’ironia che aiuta a mutare la sopraggiunta, quasi inevitabile, rassegnazione in voglia di provare ancora a sfidare la sorte.
      Raccoglie le esperienze, vere o presunte, di diciotto scrittori, alcuni di professione, altri improvvisati, che affidano a queste pagine disponibili ed accoglienti, una narrazione fitta e sofferta, scaturita da un diritto negato, o goduto da sempre, solo a metà.
      E’ sicuramente un libro alle cui pagine, disponibili ed accoglienti, viene affidata una narrazione fitta e sofferta, scaturita da un diritto negato o goduto da sempre solo a metà.
      Una pubblicazione, preceduta da una massima intelligente e sempre molto vera, da non dimenticare – “La peggiore battaglia non è quella che si è persa, ma quella che non si è combattuta” (C.Chaplin) – voluta da un editore che negli anni si è contraddistinto per la capacità di osservare con lungimiranza gli eventi da valorizzare, e per quella di creare degli spazi originali in cui confrontarsi, si rivela una sequenza da gustare nonostante gli scenari della frustrazione più autorizzata, nonostante la precarietà delle conquiste prospettate, la mediocrità degli interlocutori incontrati ed ampiamente descritti. E grazie, naturalmente, alla spontaneità e alla freschezza preponderante di ogni singolo racconto, alla saggezza abbandonata tra le righe e all’ironia impagabile di molti autori, studenti, docenti, scrittori avviati e aspiranti scrittori, tutti comunque alla ricerca di “qualcosa, lassù o laggiù, che abbia ogni tanto un occhio di riguardo”, di una stabilità dovuta, di un equilibrio essenziale per non elemosinare la serenità. Di una certezza, che solo un’occupazione può dare. Perché solo il lavoro rende liberi.

    11. Anche io ho partecipato alla manifestazione per Lirio Abbate, nonostante delle condizioni di salute generale non proprio delle migliori.
      Mi avrebbe fatto piacere vedere piu’ gente al corteo, ma sono contento lo stesso della partecipazione.
      Faceva caldo ieri. La presenza, poi, dei politi, di certi politici, ha sicuramente fatto da “deterrente”.
      Quello che mi e’ sembrato di avvertire e’ stata una sensazione di ..tristezza, di rassegnazione a quello che sta succedendo a Lirio quasi fosse una cosa ineluttabile.
      Qualcuno ha avvertito la stessa cosa?

    12. Roberto, ieri ci siamo incrociati. Solo che ho collegato dopo che eri tu e non mi sembrava opportuno perdersi in convenevoli (e mi stava scadendo la scheda parcheggio :-D). Però avevi una fretta e un’espressione che avrei voluto vedere in tante altre facce. Sarà una considerazione un po’ vaga, ma io vivo d’istinto.

    13. Ciao Samu, hai fatto male a non bloccarmi in tackle. Io ci sono andato come tanti col sentimento di aiutare un bravissimo cronista in difficoltà. Ed era – devo dirti – una cosa condivisa da tutti i colleghi. Diciamo che qualcuno ha fatto la ruota come i pavoni. Certo che è ineluttabile, Maurizio. Quando scavi vai a sbattere. Però non è detto che si debba sempre chinare la testa.

    14. Roberto,
      anch’io avrei voluto partecipare alla passeggiata insieme a voi, ma non mi è stato possibile perché non abito a Palermo e perché in questo momento non mi posso permettere la somma del viaggio. Sono uno di quei cronisti da soma, che lavorano giornate intere per poi essere pagati una miseria, senza la possibilità di appoggiarmi a una redazione, senza un minimo di rimborso spese. Dopo aver tanto studiato per diventare giornalista, mi ritrovo schiacciato da un sistema che non solo non mi permette di far luce sulle verità scomode, ma che mi espone ogni giorno ad attacchi di politici e a querele del commendatore di turno. I responsabili di tv e giornali se ne lavano le mani e io, dopo le prime “botte”, ho deciso che per pochi spiccioli non vale la pena di lottare. Sto smettendo di credere in questo mestiere. Forse presto lo abbandonerò. Ma poi penso che ci saranno tempi migliori, che il sistema dell’informazione, così come è strutturato adesso, non potrà reggere ancora per molto, che finirà per accartocciarsi su se stesso, che le redazioni saranno costrette ad assumere tanti giovani giornalisti preparati per poter fronteggiare la domanda di un pubblico sempre più esigente… Non so come finirà, ma è certo che se cederò alla stanchezza, mi riprometto di non leggere mai più un giornale in vita mia e di spegnere la tv ad ogni sigla di tg.

    15. Invece credo proprio che andrai avanti, la passione ti si legge addosso. La piccolezza è la dimensione adatta di un cronista: così puoi infilarti dappertutto.

    16. Roberto hai toccato una grande e scomoda verità quando scrivi : “Mi chiedo cosa accadrà domani quando nessuno – nemmeno il portavoce di Fassino – si preoccuperà più dei cronisti precari, di fatto schiavi di un sistema che li imbavaglia e li riduce in condizioni di pietosa omertà col ricatto del pane”. Di fatto l’estorsione non è soltanto quella odiosa e violenta della richiesta del pizzo, ma anche quella di dover ridurre generazioni di persone a mendicare un favore per lavorare e per vivere. Come dicevo in un altro post qui da noi si esporta la logica del clan in ogni cosa: per esercitare un tuo diritto, fare una domanda di lavoro, e per qualunque altra cosa, anche le più semplici e ordinarie, ci rivolgiamo a cugini, parenti e amici degli amici. Perchè qui l’esercizio del potere “appartiene” sempre a qualcuno, e da qualcuno devi sempre andare a bussare. Cosi’ non ci sarà mai una crescita e l’eco dei passi di Lirio Abbate e dei tanti altri che lo hanno preceduto e che lo seguiranno sulla strada della testimonianza e dell’impegno, rimarrà il flebile rintocco della nostra coscienza.
      Grazie per quello che scrivi.

    17. Grazie a te per l’attenzione con cui leggi

    18. Roberto dici
      L’informazione nel senso della qualità e della serietà necessita di regole e di una professione apposita.
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      Professione che ti consente
      (senza ironia) di campare la famiglia.
      ***************************************
      Io mi considero solo un DILETTANTE col privilegio di non avere condizionamento
      di sorta.

    19. Ma anche i professionisti – se ci pensi bene Riki – possono essere più o meno liberi

    20. Sono un collaboratore della provincia, spesso considerati di serie b.
      volevo dire che spesso noi scriviamo di realtà poco conosciute e sulle quali non esitono i riflettori delle testate nazionali. Proprio per questo motivo siamo spesso più esposti. E forse per questo motivo si cerca di evitare di scrivere articoli scomodi.
      Per quale somma? 4,03 euro a pezzo e 1,02 a breve. La lunghezza non conta. Anche per le aperture.
      Ho anche saputo che c’è chi guadagna meno. Che culo che ho io!
      Forse per questo motivo capita di evitare di scrivere cose scomode.
      Cialtroni? Forse si…
      Martino

    21. certamente,Roberto,e lo hai dimostrato
      in tantissime occasioni.Te ne do atto
      ed ulteriore conferma

    22. io da Dilettante,ci ho provato,ma senza tanto successo.
      Mi riferisco a “quelli” che scrivono commenti interminabili,incomprensibili,
      agli intasatori di traffico sul blog,
      (in Parlamento si parlerebbe di
      Ostruzionismo).
      Vuoi provarci tu a scrivere qualcosa a riguardo
      e spiegargli che “stanno perdendo tempo”?
      ******************************************
      Questa sarebbe cultura a Palermo ?

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