lunedì 21 ago
  • Parole

    Da pochissimo ha aperto il Teatro delle Balate, in città. Il programma proposto, da qui a giugno, ha il pretenzioso nome Utopia e dipana una serie di appuntamenti di giovani compagnie. Prevale, su tutte, quella di chi gestisce il teatro: Nina Lombardino e Dario Ferrari. Credo sia comprensibile, ma vorrei andare oltre. Ritengo (avendo esperienze di libri, e dunque estrapolando le mie conoscenze) che fare l’attore sia una precisa e sofferta scelta di vita, continuare a farlo in un luogo in cui i teatri non hanno un pubblico di massa sia una sfida, aprire un teatro e gestirlo nel meridione d’Italia è una follia, pensare di continuare a viverci in una città come Palermo è quasi una perversione. Però.
    C’è almeno un però che va scandagliato: questa perversione fa i conti con una precisa ricerca, con un’idea di teatro che, per dirla con Foucault, “risale alle origini, esponendole”. E quali sono queste origini? Secondo me – per quanto il mio essere profano aiuti, appunto, a profanare con alcune ipotesi un luogo che non mi è proprio – la ricerca riguarda l’esibizione delle parole. E cioè?

    Una sera della scorsa settimana ho assistito a “Turpis Gyrovagus Vanus”, non facile pastiche di testi che sembrano sorgere dalla letteratura di Camus, di Perec, di Marinetti o di Victor Hugo e invece non sono nulla di tutto ciò: piuttosto, un viaggio nelle parole di testi medici, letterari e teatrali di origine medievale. Ho scritto, con coscienza di causa, “viaggio nelle parole” perché di questo si tratta, per quanto sia una riscrittura mediata. Si tratta di una rappresentazione teatrale in cui né il corpo, o l’attore, vien fuori con la sua fisicità, né il testo, inteso come opera letteraria riconosciuta, emerge rispetto all’interprete: qui si tratta, in certo modo, di “sostanza di cose sperate”, come ha scritto, a proposito d’altro, Nathan Rogers. La parola prevale sul testo e sull’attore. Per questo motivo l’ascolto non può rimanere inerte, non può permettersi di essere passivo, ma deve andare oltre gli attori e oltre il testo in quanto tale. I primi stanno in scena per emettere i coordinati suoni che si deformano, o si trasformano, in parole; il secondo non è che l’otre di una cornamusa in cui le parole, prima di essere emesse, si scaldano per frizione.

    Gli attori in scena, e la scena stessa, si possono dire “artefatti” della parola recitata. Sono, in quanto tali, gli artifici senza i quali non sarebbe possibile alcuna rappresentazione del testo. Ma l’origine di artificio è artifex: per cui artificio e artefice si confondono e si annullano, resta così l’articolazione di parole nude. Prive del testo, e prive di un’attorialità preminente. Ma se non c’è il testo, e non ci sono attori, cosa rimane? Roland Barthes, da studioso di semiotica, scriveva: “Ho una malattia: io vedo il linguaggio. Ciò che dovrei soltanto ascoltare, una strana pulsione, perversa in quanto il desiderio si sbagli d’oggetto, me lo rivela come una visione analoga (con le dovute differenze!) a quella che Scipione ebbe in sogno delle sfere musicali del mondo. Alla scena primaria, in cui ascolto senza vedere, segue una scena perversa, in cui immagino di vedere ciò che ascolto. L’ascolto va alla testa come scopìa: del linguaggio, mi sento visionario e guardone”. Questo accade, e in questo ritengo si collochi la ricerca dei due attori: scrivere per far vedere le parole.

    Palermo
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