giovedì 23 nov
  • “Boris Giuliano” secondo Billitteri

    È da ieri nelle librerie il libro di Daniele Billitteri Boris Giuliano, la Squadra dei Giusti (Aliberti Editore, 224 pag., 16 euro). Il libro racconta la storia di Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo dal 1976 al 1979 quando, il 21 luglio, venne ucciso dalla mafia. Ma racconta anche la storia degli uomini che in quella formidabile stagione lavorarono insieme con lui. Un libro per ricordare ma anche per raccontare come l’antimafia moderna sia partita da quegli anni quando ancora non c’erano le leggi antimafia ne i pentiti ma solo una squadra di uomini in gamba e un capo che sapeva fare il capo. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un brano del libro.

    Daniele Billitteri - “Boris Giuliano”

    «È sabato, è luglio, c’è una giornata di indefinibile incanto e io, manco a dirlo, lavoro. Colpa della “legge del senatore”: gli anziani hanno diritto di prima scelta su ferie, giorni di riposo settimanali. I meno anziani prendono il resto. Io ho 28 anni, proprio ragazzino non sono e, in un modo o nell’altro, sono al giornale L’Ora da quasi nove anni. Il che, tuttavia, non fa di me un “senatore”. Quindi sabato 21 luglio 1979, alle sette del mattino varco la soglia del cancello di via Veneto 2 e raggiungo via Sciuti, direzione piazzale Ungheria. Se riesco a beccare i titoli del GR1 delle sette vuol dire che sono in orario. Mi annoio con la crisi di governo, con i battibecchi tra Benigno Zaccagnini e Bettino Craxi mentre si profila la possibilità di un governo balneare guidato da Francesco Cossiga. Apprendo che, non si capisce perché, stanno aumentando i “consiglieri militari” sovietici a Kabul che quasi non so dov’è. Insomma, ordinaria amministrazione da giornalismo balneare. Mi tocca il “giro di nera” per controllare gli esiti della nottata. Di grosso non c’è nulla: mi avrebbero telefonato a casa gli amici sbirri o infermieri. “mi dovete chiamare sempre, poi decido io se scendere o no. Voi chiamate”. Funzionava. Ma quella notte avevo dormito.

    Penso al Festino per Santa Rosalia, che si conclude il 15 luglio con la mitica nottata del gioco di fuoco alla Marina, che ha sempre inaugurato un breve periodo di calma, quasi di noia che magari dura sino a Ferragosto. Vista dal cronista, la giornata offre gli scippi ai turisti, liti familiari con la complicità del caldo, il solito “lumpen” che fa il bagno con la pancia piena e affoga, incidenti stradali con particolare attenzione a Bonfornello e, dall’altro lato, a Isola delle Femmine-Capaci. Allora non c’erano neanche le stragi del sabato sera. Lo so: varcata la soglia della redazione il capocronista Walter Buzzoli mi chiederà: che abbiamo? E io, come sempre, risponderò: sonno. E telefonerò al bar Di Gesù per farmi portare il primo caffé della giornata. E accenderò la radio. Quella del giornale, dico. Quella che gracchia con la voce degli appuntati della centrale operativa della Questura. Non è ancora uno scanner quindi si deve cambiare frequenza per ascoltare pure cosa dicono dal Nucleo Radiomobile dei Carabinieri. Quando ero “signorino”, nove mesi prima, me la portavo sempre dietro con tanto di auricolare mentre scorrazzavo sulla mia moto BMW R60/5, tanga piccola, nera e cromata. Ma chi ha detto che il matrimonio non ti cambia subito la vita? Niente radio della polizia a casa nuova. Ma il cronista che stacca, moglie mia, è un cronista che resta indietro… Eh no: il cronista che stacca è uno che fa un lavoro e, ogni tanto, riposa. Di notte per esempio. Quando ci sono anche altre cose. E questo è vero.

    Alle sette e mezzo sono alla mia scrivania, quella accanto alla porta-finestra che dà sulla terrazza che si affaccia su via Mariano Stabile, di fronte al cinema Ambra e che di mattina è bella fresca e ombreggiata perché il sole sorge dall’altra parte. Prendo il Giornale di Sicilia e vado a controllare subito se Sergio Raimondi e Giovanni Rizzuto ci hanno dato qualche dispiacere. Cioè se ho preso qualche “buco” dalla concorrenza. L’ho preso. C’è stata una “retatona” dei carabinieri, cinquanta mafiosi arrestati. Sulla prima pagina del “Sicilia” c’è un articolone del mio amico “Rambo”, Sergio Raimondi. Be’ che ci posso fare? Non è certo colpa mia se il “L’Ora” esce nel pomeriggio. Poi squilla un provvidenziale telefono. È mio compare La Licata che mi avverte che ha passato la notte alla caserma Carini con il maggiore Antonio Subranni e il capitano Titobaldo Honorati ad occuparsi della retata. La patria è salva. In cronaca ci sono Tano Gullo, Marcello Sorgi, Roberto Baudo, Giacomo Galante. Della nera, per il momento, solo io e Gianni Lo Monaco con la inseparabile cagnetta Pallina.

    La radio mi informa che “la venticinque è in zona”. Penso al maresciallo Navetta. È sabato, è luglio e lavora anche lui. Inossidabile. Capello candido, faccia da nonno. L’uomo che sa quando deve tirare fuori dalla tasca la Beretta 91 bifilare o una santina di Santa Rosalia o un chewing gum. Attilio Navetta è il capo equipaggio della “volante centrale”, la “venticinque”, quella che sta sempre in giro e arriva subito dopo la volante territoriale. È alla “venticinque” che spetta l’onore e l’onere del sopralluogo, l’atto che racconta il fatto e ne descrive luoghi e protagonisti noti. Un adempimento che costituisce la base originaria di un eventuale rapporto giudiziario e quindi, magari, anche di un processo. La “venticinque è in zona” vuol dire che la “Giulia Super 1.600” è già in giro. E aspetta. Arriva pure Attilio Bolzoni e comincia il duetto scherzoso con Gianni Lo Monaco, come ogni mattina, col tormentone sfottente di Gianni ad Attilio: “Tropis, uomo o scimmia?”

    Arriva il caffé nella tazza-thermos che non so aprire neanche a martellate e che invece il ragazzo del bar sembra violare con un semplice sguardo. Addento la brioche fritta ripiena di ricotta che qui tutti chiamiamo “Iris”, anzi, “Ines”. “Centro da Siena Monza 21”. “Avanti Siena Monza 21”. “Centrale, vado a prendere il dottore”. “Ricevuto ventuno”.

    Siena Monza sta per Squadra Mobile. E 21 è il capo. Bene: Boris, Giorgio Boris Giuliano, è ancora a Palermo. Ora vado alla Mobile e lo aspetto così vediamo se c’è qualche novità sulla storia di via Pecori Giraldi. Magari c’è un dettaglio, qualche piccolo particolare che consenta di scrivere un pezzo per il lettore del sabato pomeriggio. Vero è che c’è la super retata dei carabinieri. Ma io preferisco scrivere le storie più “piccole”, quelle meno incasinate. Il sabato è il giorno in cui la gente vuole storie, un po’ di misteri. E se c’è qualche femmina, meglio. So che nell’appartamento, che ora considerano un covo di mafiosi, hanno trovato profumi ma niente tracce di femmine. Pazienza. Bastano droga, armi e documenti falsi. Quelli li hanno trovati. E poi si sa: da mesi ormai Boris sta cercando le raffinerie della droga, le prove della nuova santa alleanza tra i clan palermitani e le famiglie di New York.

    Boris fa notizia. Vuoi mettere? Uno che si chiama così e che fa lo sbirro a Palermo? E che ha i baffoni da sorpampurio, lo sguardo furbo e divertito? Uno di quelli che te lo vedi mentre entra ed esce dal 31simo distretto del Bronx? Uno che parla un inglese da madrelingua e che tutti chiamano “lo sceriffo”? E senza sfotterlo? No: con Boris non puoi sbagliare. Fa notizia pure se ti dice che ore sono. E poi, da molte settimane, i suoi amici americani, quelli veri, si vedono sempre più spesso alla Mobile. Non parlano con nessuno. Solo con lui: in inglese. Un giorno ero nella stanza di Boris, al primo piano del palazzo della Mobile. C’era uno degli americani, un certo Charlie. Parlavano in italiano e Charlie, a un certo punto, stava facendo un accenno a qualcosa. Boris lo fermò e gli disse: “Speak English Charlie”. Chissà perché, era convinto che io parlassi solo il palermitano e un po’ di italiano. Dissi: “Ok mr. Charlie: if you speak only English and Italian, better you don’t say anything till I’m here…”. Nessuno parlò ma tutti ridemmo.

    Boris mi aveva detto che stava per raggiungere moglie e figli nel Catanese per trascorrere qualche settimana di vacanze. Ma con Boris non si può mai dire. Infatti è ancora a Palermo. Vado dal capo cronista. Cioè attraverso la grande camerata della cronaca. “Walter ora vado da Giuliano e proviamo a fare un pezzo sul covo. Vediamo se conferma che era il nascondiglio di Bagarella. Forse è bene dire a Giannuzzu che naschia pure in procura e si fa spiegare com’è che hanno fatto uscire Marchese così presto”. Giannuzzu è Gianni Lo Monaco, cronista di giudiziaria, grande segugio del Palazzo di Giustizia. Marchese è uno degli arrestati per un altro covo, quello di Corso dei Mille che faceva da base ai rapinatori del colpo alla cassa di risparmio, metronotte ucciso.. Lo stesso che dopo neanche due mesi di galera, ha presentato istanza di scarcerazione perché, dice, ha le coliche addominali, e lo hanno messo fuori senza neanche una visita medica. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti fondamentali: un covo, la droga, i documenti falsi, due arrestati dal cognome “importante”, le armi, le istituzioni “distratte”, il “tira a campare”, gli avvocati azzeccagarbugli. Una grotta di alibabbà. Un cronista, con un covo così, ci campa un mese. Uno sbirro di più. Oppure non ci campa proprio. Anzi ci muore.

    “Attenzione. Per tutti”. Guardo l’ora, le 8,10. Presto per le prime rapine, tardi per gli omicidi al mercato ortofrutticolo o nei cantieri edili. Troppo allarme per uno scippo.

    “Attenzione. Per tutti. Sparatoria. Via Di Blasi, bar Lux”. Una rapina in un bar alle otto del mattino? E che rapinano, i cornetti? “Attenzione, trattasi di omicidio. Volante Politeama notiziate immediatamente. Venticinque, bar Lux accanto al cinema. Confermo: trattasi di un avventore. La vittima è un avventore”

    Guardo il capocronista mentre chiamo Franco Zecchin, uno dei fotografi. Poi chiamo la centrale operativa. Dalla voce alla radio ho riconosciuto un amico. “Totò, Billi sono. C’è qualche cosa che devo sapere?”. “Billi, non può essere per ora. Troppo casino. Aspetta… chi? Ripetere volante politeama, ripetere…”. Poso il telefono tanto li sento alla radio. “Centrale, la vittima era armata. Un attimo, un attimo… Pronto centrale, sono il dottore Gentile. È il dottore Giuliano. Ripeto: hanno ammazzato Boris Giuliano”.

    Per una di quelle misteriose e assurde associazioni, in quel momento penso al poker. Anzi, a un poker nell’atrio della “diurna e notturna” quando Boris dava le carte. Non che fosse un’abitudine. In fondo Boris era il meno “notturno” della sua squadra. E poi era il capo e con le “trasgressioni” doveva andarci cauto. Perché adorava dare l’esempio. E per questo lo adoravano. Ma non era un bacchettone, così ogni tanto non disdegnava e ci divertivamo mezzora. Naturalmente, da buon “americano”, gli piaceva il poker con quattro carte scoperte e tutto il mazzo dall’Asso al Kappa. Una sera prese un piatto con due assi e due otto. “Sono le carte che aveva in mano Wild Bill Hickock quando lo uccisero sparandogli alle spalle mentre giocava a un tavolo su un battello in servizio sul Mississipi. Da allora questo gioco si chiama la mano del morto. Ah, per inciso, Wild Bill era un Town Marshal, capo degli sceriffi….»

    Palermo
  • Un commento a ““Boris Giuliano” secondo Billitteri”

    1. Perchè lui è un grande!

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