giovedì 23 nov
  • Palermo crocevia e migranti col container

    Lo sanno tutti che da sempre Palermo è stata crocevia di razze e commerci. E di conseguenza anche faro di cultura multietnica per il ruolo di efficiente melting pot nel suo genere. Infatti è innegabile che la migliore cultura araba, prima del 1070 che fu l’anno della conquista normanna, sia passata per le nostre strade insegnandoci anzitutto il rispetto più alto della natura e di uno dei suoi bene più inestimabili. Il rispetto dell’acqua che è fonte di vita quanto l’aria quando questa è meno inquinata possibile. E mentre la filosofia araba veniva pure tenuta in gran considerazione nella Curia Regis di Federico II Stupor Mundi – sulla cui tomba alla Cattedrale ogni mattino non manca un fiore fresco – è altrettanto innegabile, e ne restano evidenti tracce in biblioteche e conventi, che anche la cultura greca, quella latina, quella bizantina e quella umanistica nel senso più vasto passarono di qua lasciando quanto di meglio potevano nei centri di studio e nei cenacoli di scienza che avrebbero anticipato le tre grandi università siciliane.
    Ma a proposito degli accennati transiti di razze diverse, devo dire che stamani, il primo di un ottavo giugno del terzo millennio, ho avuto la possibilità di riflettere amaramente sul concetto di vecchio e storico crocevia affacciandomi di tanto in tanto dalla finestra di chi mi accoglieva dalle parti della cosiddetta Zisa Nuova. Ed è successo che, ad un tratto, quell’incrocio secolare impiantato nelle vie della città mi è parso di rivederlo rimpicciolito ma proprio piccolo piccolo quanto mai avevo potuto presumere di ritrovarmelo davanti. Perché stamattina ho visto posteggiato su una bella strada alberata e a doppia corsia un enorme container su un carrello in attesa di motrice. E l’ho visto circondato da un numero incredibile di fagotti di povera roba, impacchettata alla meglio. Dentro involucri di fortuna, taluni di plastica trasparente che mostravano vecchie stoviglie, decrepiti televisori ed elettrodomestici di seconda generazione.
    Tuttavia, forse le uniche ricchezze materiali della numerosa gente di pelle scurissima rimasta intenta per ore a caricare dentro il container tutta quella roba tra la quale, stranamente, non mancavano almeno una quindicina di quintali di vecchie copie del più antico quotidiano cittadino. Ma nemmeno troppo vecchie dato che tantissimi di quei pacchi recavano in prima pagina, a caratteri di scatola come si diceva una volta, la notizia del trionfo elettorale delle schiere dell’ultimo governatore.
    E fu inevitabile che quella vista mi facesse mettere a fuoco due concetti.
    Il primo è il più serio riguardava il fatto che – almeno apparentemente – da queste parti la cultura del vicino continente africano, che attraversava il Mediterraneo per essere nostro tramite traghettata a nord viene ora esitata – ma solo per trasferirla chissà dove, in container sigillati – da quei fratelli di colore ai quali evidentemente non passa nemmeno per la mente di stanziarsi qui a diffonderci le loro apprezzabili e opportune tradizioni suggerite da una vita ingiustamente molto difficile. Ardua tanto quanto quella che qui stanno cominciando a patire troppi fratelli più chiari. Tartassati di tasse e balzelli, forse quanto mai potrebbe essere successo dai tempi di Carlo V.
    Mentre con tutto il rispetto – come dicono i francesi sauf le respect que je vous doit – ho pensato a quella tonnellata di giornali che trasferiranno a nord, chissà dove, tante di quelle notizie delle quali non abbiamo di che essere orgogliosi. In qualche altra parte d’Europa che con tutta certezza sarà preferita a quest’Isola dai fratelli migranti. Ai quali non resta che augurare sinceramente buona vita e buona fortuna in posti dove non si senta parlare di pizzo, di appalti truccati, di politici condannati a pene severe e tuttavia eletti in parlamento, di malavita organizzata, di mondezza ineliminabile e di ogni altro genere di fetidi rifiuti morali e materiali che ci accerchiano e soffocano.
    E quanto al mio prediletto giornalaio – che stamattina mi aveva chiesto provocatoriamente quali buone nuove io gli portassi –ho dovuto necessariamente rispondergli con le parole di uno struggente personaggio di De Andrè . “Ma tu che queste notizie le vendi, cosa vuoi comprarti di migliore?”.

    Ospiti
  • 4 commenti a “Palermo crocevia e migranti col container”

    1. a giudicare dai commenti,pare proprio che dei “boveri” emigranti di passaggio non importi un c…entesimo a nessuno.

    2. Non è questo il fatto. Il fatto è che siamo così curvi sui nostri problemi che natr’anticchia ni ni jemu nuàutri…e i ragazzi palermitani sono già in pieno esodo, soprattutto i laureati. In quest’apocalisse nostrana avere pietà per quelli che passano e non riescono a fermarsi mi pare pretendere un po’ troppo…

    3. personalmente ho sempre pensato che la pietà non sia mai troppa per nessuno, nemmeno per quelli che passano e non si fermano; e che non hanno avuto un padre che li mantenesse fino a fargli prendere la laurea che, se conseguita bene,diventa si un passaporto per emigranti, ma per emigranti un poco più privilegiati, se non di lusso, come un mio amico chiama suo figlio approdato altrove in Europa, e giustamente, a posizione prestigiosa.

    4. (colonna sonora “Lettera a G”, L. Ligabue)
      Caro Lucio,
      tutto alla fine si è compiuto.
      Non so neanche come mi è venuto di scrivere qui queste parole, che tu non potrai più leggere, nell’ultimo thread che hai lasciato su Rosalio.
      Ma lo faccio perchè è giusto che chi non ha avuto la fortuna di conoscerti sappia chi eri e cosa facevi.
      Eri una persona perbene, d’altri tempi, una persona che testimoniava con il comportamento quotidiano i valori in cui credeva. L’insegnamento era una vocazione per te, e grazie a te io ho imparato molto: sugli uomini, sulla vita, su cosa è giusto e cosa è ingiusto, ma soprattutto su Palermo, questa città difficile che tu amavi veramente e silenziosamente, di un amore bambino, puro, genuino.
      Il vuoto che hai lasciato cercherò di colmarlo con questa preziosa eredità, distillando i tuoi insegnamenti come un liquore raro, antico.
      Voglio pensarti lassù, sorridente mentre sfogli le pagine della storia di Palermo e ci scatti una delle tue foto con la tua inseparabile macchina fotografica.
      Semper Tuus,
      Leone

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