lunedì 20 nov
  • Aria fritta

    Ci sono posti a Palermo che di giorno sono una cosa e di notte un’altra. Prendete la piazzetta Comesichiama nel quartiere San Lorenzo. Di mattina è come l’osso pizzillo di un piede: ti aspetti di trovarlo dove in effetti lo trovi. È il classico luogo della borgata sul quale si affacciano le botteghe degli artigiani, un’officina, un piccolo bar, il tabbacchino. Non può mancare la classica “filiera alimentare” fatta di un panificio, una salumeria, un macellaio e un fruttivendolo. Insomma un luogo che – se ti ci portano bendato, poi ti liberano e ti chiedono dove sei – non è certo da quello che hai attorno che tu capisci se sei a Brancaccio o, mettiamo, a Cruillas.

    Per la verità un piccolo segno distintivo c’è. È la friggitoria dei fratelli Lo Piccolo. Non che si tratti di una friggitoria particolare. A Palermo ce ne sono tante, fissse, itineranti, nel centro storico, nei quartieri residenziali. All’insegna della “trasversalità” della panella che fu cibo di poveri capace di meritarsi un destino di cibo per tutti. La particolarità di quella dei Lo Piccolo è che, in realtà, nessuno sa bene se il quartiere sia nato prima della friggitoria o viceversa. Un modo di dire, naturalmente. Certo che è nato prima il quartiere, che già ai primi del Settecento ospitava alcune delle più belle ville di campagna della migliore nobiltà palermitana, costruite in quella Piana circondata dai colli che, dalla costa occidentale, introduceva alla grande spianata della Conca d’Oro. Ma quel “buco”, che certo non risale ai tempi dei Vicere, lo ricordano tutti da sempre e sempre lì, sulla piazzetta. Prima di Giovanni e Vincenzo c’era il padre Salvatore, e prima di lui suo padre Giovanni e prima ancora suo nonno Totò. Ma di quest’ultimo si parla solo per sentito dire e grazie ad alcune, per la verità sommarie ed incerte, ricerche condotte dai due fratelli per una sorta di vanità araldica che li ha portati, di conseguenza, a montare sull’ingresso la seguente tabella: “Friggitoria Lo Piccolo, la più antica di Palermo”. Decisione singolare visto che, per misteriosa regola comunemente accettata, le friggitorie palermitane non hanno mai un’insegna. Perché tutti lo sanno dove sono le panelle. Sarebbe come scrivere “Acqua e spremute” in un chiosco nel deserto: lo sai sempre dov’è. E quando uno si trasferisce da un quartiere all’altro vuole sapere dov’è la farmacia, l’ufficio postale, il tabbacchino, il bar. E la friggitoria.
    I Lo Piccolo, in materia di offerta ai clienti, sono – si direbbe oggi – “minimalisti”. Nella loro friggitoria non si trova la pasta al forno, la teglia di lasagne, la cotoletta con le patata surgelate fritte, la frittura di calamari, la frittata con le patate. Niente di tutto questo. Ci sono solo: panelle, crocché, e rascature e poi fette e quaglie ma solo quando è tempo di melenzane. I Lo Piccolo, pensate, non tengono neanche le arancine. “Minimalisti” quanto volete voi, certo è che i Lo Piccolo con quel “buco” ci campano due famiglie e neanche tanto piccole visto che Giovanni ha quattro figli e Vincenzo tre. Questo perché i due fratelli, come si suol dire, con le panelle “si chiamano di tu”, per dire che se ne intendono a livelli di accademia dell’artigianato. Direte che in fondo le panelle sono solo frittelle di farina di ceci e acqua. Vero è. Provate a farle a casa. Da soli. E tanti auguri.
    Ma nella piazzetta Comesichiama c’è pure un pub, uno di quei locali che di giorno è solo una porta chiusa ma verso le dieci di sera comincia ad animarsi perché, appena il fruttivendolo libera il marciapiedi delle cassette di frutta e dalle cataste di carciofi, Angelo Panepinto, il gestore, tira fuori tavolini bassi e poltroncine e “apparecchia”, si potrebbe dire, il suo locale per strada.

    Luci basse, stereo senza esagerare, un maxischermo in fondo alla sala fisso su MTV, signorine in jeans neri, maglietta nera attillata e grembiuli bianchi. Ogni sera verso le dieci tutto è pronto per accogliere i TPT ovvero i Trentenni Panormiti della Tampasiata. Arrivano in comitiva, abbracci e baci e ciao cumpa’ e come te la passi? e minchia, della bella, cumpa’ e Sabriiii, ce l’hai tu l’accendino, minchia ma sempre te lo fotti? e ciaooo Mauri ci hai tre chiamate mie nel telefonino. Questo Nokia nuovo è una pena, non è come il mio motorola, guarda mi posso pure collegare. Miii che palle, un altro sms di Robbi. Ma che palloso questo. E via così sino alle tre del mattino sorseggiando birra rigorosamente dal collo della bottiglia. E se chiedete una Forst agghiacciata e si sparge la voce, avete chiuso.

    Ora non vorrei che sospettaste che io nella questione che qui si narra, parteggi per la friggitoria, che i TPT mi stanno sulle palle perché (tutta invidia) io trent’anni me li sono scordati da un po’. Giuro che non è vero anche se, onestamente, la friggitoria ha sicuramente un pubblico più “trasversale”: ricchi, poveri, bambini, vecchi, donne, uomini, italiani, marocchini, filippini e rumeni. Il pub è più “selezionato”. Ma non è che è un delitto, intendiamoci? E poi: ognuno per conto suo e non c’è problema.

    A dire il vero quei due posti così diversi, per tipologia, diciamo così, merceologica e per frequentazione, hanno a lungo convissuto pacificamente senza intersezioni nè interferenze. Ma Giovanni e Vincenzo sono ancora giovani e non hanno raggiunto l’età in cui si diventa conservatori, si tirano i remi in barca e si campa del proprio. Loro pensano al futuro. Magari già immaginano una catena di friggitorie, lo sbarco nel Nord. Insomma, quanto costa un sogno? Niente c’è di male.

    Una sera di primavera inoltrata i due fratelli vanno nella piazzetta con l’intenzione, nel quadro dei buoni rapporti di “vicinanzo”, di prendere un gelato al pub. È già quasi mezzanotte ma la piazzetta è ancora stracolma di gente che, a guardarla, diresti che non ha nessuna intenzione di andarsene.

    “Vice’ – dice Giovanni – qua ormai non si vuole andare a coricare più nessuno e ci passa la nottata a tampasiare”

    “Hai ragione Giovanni – risponde Vincenzo – E magari poi verso le quattro si vanno a mangiare il cornetto o la pizzetta da Ganci”.

    “Quello si che è furbo”, medita tra sè e sè Giovanni. In fondo ha cominciato con un piccolo laboratorio vicino alla via Notarbartolo. Faceva cornetti, ines e cartocci e pure pizze e calzoni per i bar. Ma non c’è peggio di quando i palermitani si insegnarono la strada. In quella straduzza si arricampava tanta gente che quelli dei palazzi attorno chiamavano il 113 un giorno sì e un giorno sempre. Allora quello che fa, chiude? Nonsi, fratello mio. Al contrario. E ora vallo a toccare: ha, quanti? Tre o quattro punti vendita che stanno aperti giorno e notte. E si sta facendo d’oro.

    “Giovanni – lo consola Vincenzo – già ci ha pensato lui. È inutile che fai bile. Se nasciamo di nuovo invece di impastare panelle, facciamo ines”.

    “No Vice’. Non è questo il fatto. Però noi, invece di chiudere alle sei di sera…”

    “Ho capito Giovanni. Stai vedendo tutta questa gente e già conti soldi. Ma non è così. Il pane e panelle è cosa che si mangia di mattina e a pranzo. Già la sera alla gente ci pare che ci deve fare acido”.

    “Mai Maria o’ frati. Ti stai scordando che quando chiudiamo ogni pomeriggio prepariamo la fornitura per i ristoranti? Ormai, dove vai vai, c’è l’antipastino caldo che sono le panelle, le crocché e le patatine fritte. Ma secondo te, questi che ora sono seduti qua panelle non ne mangiano? E dov’è scritto che le panelle si mangiano dalle sette alle due di pomeriggio? Ci sono cose veramente strambe. È come la pizza che, dice, si mangia solo di sera come infatti le pizzerie di giorno sono chiuse e qualche ristorante che è pure pizzeria, se fa la pizza a pranzo ce lo deve scrivere sopra un cartello. Ma per cortesia….

    “E allora che pensi?”.

    “Penso che noi alle sei chiudiamo, ci facciamo la fornitura per i ristoranti e facciamo la mignon pure per noi: panelle piccole, crocchettine di patate, crocchettine di latte. Niente rascature che questi ragazzini manco sanno che cosa sono. E niente patatine fritte che quelle ce le fa il pub e se le facciamo pure noi al signo’ Angelo ci pare che ci vogliamo toccare il culo. Come ti pare?”.

    “Certo, ci viene pesante. Tutta la giornata…”.

    “Magari proviamo solo d’estate e solo il sabato. Tanto per cominciare. Poi vediamo che succede”.

    La prima volta della versione “by night” della “Più antica friggitoria di Palermo” arriva un sabato sera ed è preceduta da una piccola, casalinga, campagna pubblicitaria fatta di un cartellone strategicamente rivolto alla zona dove il pub “apparecchia” i suoi tavoli. Giovanni e Vincenzo hanno dato una rinfrescata al lacale, hanno messo fuori una decina di tavolini rotondi alti alti dove si può appoggiare il piattino con le panelle e la bibita.

    Il primo sabato, più curiosità che altro. I ragazzi del pub guardano, ridono. Qualcuna di quelle che se la tirano ci mette una buona parola. “Ci mancavano solo le panelle. E che siamo ancora a scuola? O siamo muratori? Ma poi di sera? E che è novità? Fabry come ti pare che mentre uno si cala un Margarita deve sentire il feto della frittura?”.

    Non sappiamo se Fabry ha risposto. Molto più probabilmente si è alzato per prendere “un piattino”, unità di misura singola della produzione di Giovanni e Vincenzo, fatto di sei panelline, quattro crocchette di patate e quattro crocché di latte: 2 euro e cinquanta. Il primo sabato i due fratelli incassano solo centocinquanta euro. Ma già quello successivo raddoppiano. La panella serale funziona. Così, dopo il primo mese i fratelli Lo Piccolo decidono di “allargarsi”. Non più solo il sabato ma dal giovedì alla domenica.

    Angelo Panepinto tenta di incassare il colpo con eleganza. Pensa, e non ha tutti i torti, che chiunque fa qualche cosa che porti gente nella piazzetta, lavora anche per lui. Ma non ha fatto i conti con i TPT più “integralisti”, quelli che “il mio pigiama è una goccia di chanel n.5”, quelli che “ci devo cambiare il carburatore nella Cayenne, per questo oggi sono sceso con la Panda”. Per non parlare della comitiva gay, bravissimi ragazzi, per carità, ma un po’ particolari. No, no, che avete capito? No perché sono arrusi. Ma perché, come dice sempre il signo’ Angelo “loro ci tengono assai all’estetichezza”. Insomma, tutti quelli di cui sopra si lamentano per l’odore di frittura che, a loro dire, è incompatibile con la serena fruizione della serata in una borgata dove, se riesci a immaginartelo bene, potresti anche sentire il prufumo della zagara provenire dai giardini poco distanti.

    Angelo Panepinto è tutt’altro che un attaccabrighe. La friggitoria, calcola, rispetto al suo pub, è a mezzogiorno. Di conseguenza ogni volta che cè Libeccio (che a Palermo è quasi un vento costante), Mezzogiorno o Scirocco, il suo pub viene investito dalla ventata dell’odore di frittura. Prova un primo approccio ma capisce subito che i fratelli Lo Piccolo da quall’orecchio non ci sentono. Magari pensano che lui ci vuole mettere difficoltà a motivo di concorrenza. E reagiscono da palermitani, tirando fuori le unghie. I discorsi si fanno allora sempre più spigolosi fino al punto che un giorno i fratelli Lo Piccolo ricevono una bella lettera dell’avvocato che, citando misteriosi articoli di tutti i codici del mondo, “in nome e per conto del signor Panepinto Angelo” li “diffida a proseguire un’attività inequivocabilmente responsabile di portare un grave nocumento all’ambiente circostante e agli interessi legittimi del sopracitato signor Panepinto”. E poi la citazione di una serie di leggi di Palermo, dell’Italia e dell’Europa per dimostrare, in sostanza, che non si possono friggere le panelle in santa pace.

    I Lo Piccolo decidono che questa volta, con gli avvocati in mezzo, non si possono “tenere la carricata” e la stessa sera affrontano il “signo’ Angelo” accusandolo, dopo la lettera dell’avvocato, di meditare certamente una corrispondenza anonima con la locale stazione dei Carabinieri con l’intenzione di provocare un accertamento di quelli che se ti trovano una formica in cucina devi chiudere per tre mesi.
    Panepinto reagisce perché “quando uno le cose non le sa fare, non le dovrebbe manco cominciare a fare. Che ci voleva a montare un impianto di depurazione?”. E i Lo Piccolo: “Seee, in caso il mutuo me lo fai tu?”. Insomma come poteva finire questa questione? È ovvio: seggiate in testa, gazzelle che corrono, infermieri che medicano, appuntati che scrivono, giudici che sequestrano, puntunieri che chiudono. E pensare che, alla fatta dei conti, era una questione di aria fritta.

    Solo a Palermo
  • 11 commenti a “Aria fritta”

    1. Ecco perché mancò accussì tanto!

    2. aria fritta horror show

    3. bellissima!!!!!!!!!!

    4. Però perché non possono convivere le panelle notturne?
      Io quando ero più giovane mi andavo a mangiare lo sfincione appena fatto in via Candelai, di fronte al Palazzo seicentesco, che adesso non mi viene il nome.
      Tpt scemi direi, i frequentatori di Panepinto.
      E cmq é vero che i Ganci, hanno costituito una specie di rete alimentare per chi sta sveglio fino alle 4 del mattino (a volte ci vanno anche le famiglie), come Bobuccio in Via Volturno vende sigarette fino a tarda ora (e cerca anche di fare concorrenza ai Ganci sulla rosticceria).
      Il Panepinto secondo me si é infastidito, perché non gli compravano più le patatine, si é incazzato per la sottrazione di una clientela, che lui pensava solo sua, e solo sfruttabile da lui.
      In questo uno stupido. L’odore di zagara e campagna cmq a S. Lorenzo, a parte che non l’ho mai percepito, ma forse ho un odorato poco sensibile, e cmq in una friggitoria l’odore del fritto é dentro, certo non si propaga fuori.
      Perché non credere alla collaborazione, alle sinergie?
      Questo mi sembra il senso ultimo di questo racconto, invece.

    5. e io che c’ho vissuto per 25 anni in quella strada…MI VADO A TRASFERIRE PROPRIO ORA CHE SCOPPIA LA GUERRA DELLA PANELLA??? porca miseria!!! :o)

    6. Welcome back Dan Bill. It was worthy the wait!

    7. Ehi…ma così rischiamo di fare indigestione!
      Mi riferisco alle parole di Billi (tante e bellissime dopo troppo tempo), mica alle panelle! 😉
      Ehi, non mi abituare male chè poi sento i segni dell’astinenza!

    8. Concordo che Panepinto ci abbruciò che gli veniva sottratta la clientela.
      Non vorrei che vincesse però la legge del più forte che dalla sua parte legge non ha, ma che si fa giustizia da sè, che se non basta quella vera, chiama due picciotti che il fumo che fanno si vede da Mondello al Papireto, altro che friggitoria.
      Mi auguro che la vicenda si concluda a panellucce e vino e perché no, anche con un margarita.
      Non sia mai che poi uno scopre che la panella e il margarita siano un’accoppiata vincente?

    9. scrivi “cazzate” (senza offesa), ma le scrivi bene con stile, che mi ci appassiono… BRAVO!

    10. io non mi sento fritto.

      la qualità nel mangiare è nel mio DNA..

      poi…non condivido cosa mangia la parte orientale dell’isola…

      sangue del MAIALE più o meno fritto e più o meno zuccherato……

      bisi pieni di sangue……

      ma quanto sarete domenica a bordo campo??????

      tanta tenerezza.

    11. E’ vero, come dice “derelitto”, “sono cazzate” ben scritte. Ma, secondo me, questo episodio di sottocultura non merita di essere romanzato, o di farne un racconto simil-intellettualizzato, è un fatto di cronaca, di sottosviluppo morale e civile, merita solo alcune righe nelle pagine di cronaca alla voce “cronaca squallida”. In qualsiasi Paese civilizzato un fatto simile si risolverebbe nel rispetto della legge, del convivere civilizzato. Non meritano ulteriori commenti i tristi personaggi di questa vicenda, o forse c’è da aggiungere che purtroppo ce ne sono troppi come loro a Palermo. In ogni caso io non spenderei mai i miei soldi per darli a simili individui.

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