mercoledì 18 ott
  • Le cose nostre e le cose giuste/1: L’Ausiliario

    Una garitta al centro del palcoscenico. Dentro c’è un uomo seduto, quasi accasciato su un ripiano sul quale c’è una sorta di registro aperto. Tiene una matita in mano. Indossa una maglietta, una casacca catarifrangente e un cappellino con la visiera. Si sente il rumore di un’auto che passa e l’uomo la segue con la testa girando il collo da sinistra a destra. Poi lecca la punta della matita e l’appoggia sul registro.

    Nummaro treccentocinguantasette. Ore…

    Guarda l’orologio che tiene al polso sinistro. Si capisce, da come si muove, che ha difficoltà a vedere bene.

    …otto meno un quarto. Ma si scrive diciannove e quarantacinque… Ecco qua!

    Si sente il rumore molto ravvicinato di altre due auto cui corrisponde lo stesso gesto della testa. Poi appoggia i gomiti al ripiano e si prende la testa tra le mani

    Buttana della miseria e ora quante ne scrivo? Una o due. E che ci metto: ore diciannove e quarantacinque e un pizzuddu? Non è che me lo hanno detto come si fa quando qua le macchine passano a tempesta. E io non ci scrivo niente, così se lo insegnano. Vedi che deve fare un galantuomo per vuscare qualche dieci leuri.

    Si sente suonare un cellulare

    Pronto? Sissì, sono l’ausiliario seicentotredici. E che fa non lo sa? Mi sta chiamando nel telefonino. Chi doveva rispondere u sinnacu? Sì sorvegliante. Tutto ochei. Posto a camarora di qua hanno passato trecentocinguantasette machini. Anzi trecentocinguantotto. Forse trecentocinguantanove.

    Brevissima pausa

    Come sarebbe che viene a dire? Viene a dire che ne passarono due insieme. Anzi una stava sorpassando. Mi passarono davanti apparaggiate. Che ne conto una o due? Due? Va bene, come dice vassia: due.

    Un’altra brevissima pausa

    Eh no, non lo so quante persone c’erano in ogni machina. Fino a quanno ne passa una col guidatore e basta, magari ce lo posso scrivere. Ma antura passò un purmino della scuola che era chinu di picciutteddri. Non è conto che lo potevo fermare e ci dicevo: aspettate un momento che vi devo contare.

    Pausa

    Alle quattro, sorvegliante, Sissi. Smonto alle otto. Sissi. Ah, a proposito: ma quando mi metto in macchina per andarmene, io mi devo contare pure?

    L’uomo ascolta e allontana il telefono come se dall’altro lato ci fosse qualcuno che grida

    Ma c’è bisogno di fare di questa maniera? Manco se ci avrebbe detto palore. Ma quale babbio. Io dico vero. Ci mancasse altro

    Pausa

    Perché, che c’era di male se mi dovevo contare pure io? Allora perché lo fate questo lavoro? Per contare tutti quelli che passano da questa ora a tale ora. Tutti vuol dire tutti. E io che sono, nessuno?

    Pausa più lunga

    No egregio amico, questo non lo deve dire. Io vengo qua per vuscarmi un pezzo di pane. Ma sempre in mezzo a una strada sono. Ora non è esatto che lei mi dice che mi state facendo un regalo. Perché non è Natale e manco il mio compreanno. Se voglio fatto un regalo vado da mia moglie e non vengo da lei caramico. Ecco com’è il fatto

    Pausa

    Sì, sì, certo: m’incazzo. E pure assai. Perché se siete i primi che andate dicendo piedi piedi che siamo cose inutili e lagnusi, non è conto che poi potete sperare che la genti ci passa davanti e si leva il cappello per rispetto. No caro sorvegliante. La gente pensa: ecco quel pezzo di lagnuso che ci sta levando il pane dalla bocca ai miei figli. Ecco il motivo di cui aumentano tutte cose e non si può campare più. La colpa è di questi fannulloni (sottolinea la parola che evidentemente non appartiene al suo vocabolario) come li chiama pure il ministro, quello…. come si chiama? Brunetto!

    Pausa

    No, carissimo amico. Non è come dice lei. Certo i lagnusi esistono. E poi che ci dicevate così quando arrivavate nel quartiere a dire che dovevamo fare la cooperativa, che la dovevamo finire di lavorare con le sigarette e con le truffarme? Abbracci, baci, qualche carta di dieci. Poi ci spiegavate che l’importante era mettere un piede dentro. Precari? Sì ma per poco. Poi ci facevate la sanatoria e magari finivamo a fare i bidelli in qualche scuola alimentare. L’importante era votare per il Dottore perché se acchianava lui, acchianavamo tutti. Me l’ho visto questo firm: lui acchianò. E io pure…. (Fa un gesto ruotando il braccio destro con la mano aperta verso l’alto) assai!

    Pausa

    Ma che vuol dire così gira il mondo? Per noi non gira niente. Solo i coglioni, con rispetto parlando. Ma che ne sa lei di me? Forse non sa nemmeno come mi chiamo. Per lei che sono? L’ausiliario matricola seicentotredici? Bentivegna mi chiamo. Salvatore Bentivegna. Totuccio per mia madre. Totò per mio padre, Salvo per gli amici, sangu mio per mia moglie. Per vassia sono Salvatore. E basta.

    Pausa

    “No sorvegliante. Non mi sono offeso. Ma forse a lei ci pare che noi nella vita non avevamo altro pensiero che venirci a fottere cinquecento leuri al mese al municipio per fare finta di lavorare quattro ore al giorno. L’altro giorno passavi dalla Favorita perché ci dovevo spiegare una cosa a mio cognato Gino che è pure lui precario. Stavano pulizzianno un’aiuola e erano sei più il sorvegliante. Ma benedettiddio, che devono fare sei per fare un pirtusu? Uno non ci basta. E infatti si misero d’accordo: sono sei, uno zappa e cincu taliano. Pino zappa u lunniri, Mario u martiri, Gino u mercuri, Fanuzzu u ioviri, u chiovu u vinniri, Vanni u sabatu. Ci pari giusto?

    Pausa

    A lei ci pari! Nonsi, non è esatto. Non va bene. Non è conto che siamo latri. Cioè, magari eramo latri ma latri veri di quelli che arrubbavano e se sbagliavano finivano a pane e formaggino. Voi mi buttate qua per quattro ore della mia vita ma, quando finisco, non è che mi vado a leggere il Corriere per sapere cu iuoca domani nel Palermo. Io, egregio amico, vado a fare un altro lavoro.

    Pausa

    Ma va, che ci intererssa… Preparo le panelle e le crocchè che poi il panellaro si porta davanti alle scuole con la lapa. E comunque non è che faccio quello solo. Pure di mattina ho un altro lavoro: ci spicchio le sarde alla pescheria per vendere quelle allinguate che le possono mettere più care. Poi ci preparo pure le sarde a beccafico che le vendono già pronte per essere infornate. Sissi, un’industria. E allora? Uno si deve dare aiuto se non c’ha, come a lei, uno stipendio che ci corre ogni mese e poi la tredicesima e pure la gratifica del premio di produzione.

    Pausa

    Ora che fa si è offeso lei? Non facesse abbile. Pensasse alla salute che quella è la cosa più importante. Io che ce l’ho scarsa, lo so.

    Pausa

    Ci ho tutte cose alte: la pressione, ‘u zuccaru, il polisterolo.Mi passa la giornata ad ammuccarmi pinnole e pinnole.

    Si avvicina una donna. È una prostituta che si ferma accanto alla garrotta stringendo una grande borsa al petto. L’uomo si sporge per guardarla col telefonino ancora all’orecchio

    Va bene sorvegliante, speriamo a Dio. Ora lo saluto che devo smontare. Sì domani mattina alle otto monta il settecentododici, a mezzogiorno la cinquecentottantatre… sì è femmina. Alle quattro monto di nuovo io. Va bene sorvegliante. No, non c’è pobblema. Una buona serata.

    L’uomo esce dalla garitta, si sistema la casacca stirandola sul petto, si passa le mani sui capelli come a pettinarli. Guarda la donna che invece sembra interessata solo alle auto di passaggio.

    Ausiliario: Guarda che qua non ci puoi stare. Se no pensano che questa gabina è il posto tuo e invece è il posto mio. E io e tu facciamo due mestieri diversi

    Donna: non ti preoccupare che me ne sto andando. È che mi litigai con un cliente che mi ha lasciato mezzo chilometro prima di dove mi metto io. Ora, il prossimo cliente prima lo faccio ficcare poi mi faccio lasciare al mio posto.

    Ausiliario: ho capito. E… non per farmi gli affari tuoi… ma perché ti sciarriasti col cliente?

    Donna: perché era un vastasunazzo. Ma purtroppamente non li possiamo scegliere.

    L’uomo si avvicina, ha l’aria complice, un vago sorriso sulle labbra.

    Ausiliario: Vastasunazzo? E che ti fece? Diccelo alla zio, che se quello ripassa di qua ce la faccio vedere io: lo conto sei volte!

    Donna: e che viene a dire?

    Ausiliario: Niente, non ti preoccupare. Ava’, racconta.

    Donna: tu sei sposato?

    Ausiliario (infastidito): E questo che c’entra? Che ti interessa a te se sono sposato o non sono sposato?

    Donna (guardando il cielo): siete tutti gli stessi. Quando ci venite a cercare e come se per un quarto d’ora diventate vedovi.

    Ausiliario: ma che viene a dire? Se uno se ne vuole andare, con rispetto parlando, da una buttana, non è conto che appena arriva ci racconta che è sposato, di quanto è brava sua moglie eccetra eccetra, è giusto?

    Donna: no. Ma se lui si presenta con una seicento multipla che io ancora non ero nata e, appena abbiamo pattiato quanto viene e sono salita, lui prende e leva la calamita con la foto di una signora anziana e la scritta: non correre pensa a me…Ecco: mi incazzo.

    Ausiliario: certo, ne poteva fare a meno. Ma comunque che ci vuoi fare? Tutti i lavori hanno una latata che magari ci va per traverso. Pure il tuo.

    Donna: sì, sì. Di queste latate il mio ne ha tante. Io campo perché sono l’unica locale della zona. Ormai sono tutte di la fuori: russe, polacche, romene, dall’ucraina. Poi ci sono le nivure. Quelle sono terribili. No, no, aspetta: non perché sono nivure. Ma perché lavorano insieme, stanno sempre insieme, fanno come le ciaule, si sciarriano coi magnacci e fanno correre la polizia.

    Ausiliario: Ho sentito che ora c’è la legge che ci mettono la multa pure al cliente e ce la spediscono a casa così tutti sanno che lui se ne va a ficcare con le buttane.

    Donna (con aria canzonatoria): Che fa, ti preoccupi?

    Ausiliario: Io? Ma quale. A parte ogni cosa, io non ne ho piccioli per pagare pure la contravvenzione per le buttane. Mi bastano quelle che ci prendono a mio figlio Enzo quando lo fermano senza casco nei motorini degli amici.

    Donna: e tu che fai? A che serve questa gabina?

    Ausiliario: io conto le macchine che passano.

    Donna (stupita): Non ci credo…

    Ausiliario: in parola d’onore. Privo di vedere i bambini stasera se ti sto contando una minchiata.

    Donna: e a che serve contare le macchine?

    Ausiliario: dice che serve per decidere di allargare una strada o di farne un’altra perché c’è troppo traffico. Così sotto un numero lasciano tutte cose come sono, sopra un numero fanno la strada nuova.

    Donna: Ah, bello…

    Ausiliario: Ma quale: tutte minchiate. La verità è che loro vogliono che il numero che contiamo noi è assai così possono dire che devono fare la strada nuova, trovano i soldi levandoceli dalla bocca ai morti di fame, fanno pagare i medicinali e i spitali, fanno il bello appalto, fanno entrare i malantrini, si ammuccano la parte e sono tutti contenti. Per questo io questa soddispazione non ce la do.

    Donna: No? E che fai?

    Ausiliario: scrivo nel registro una macchina che passa sì e una macchina che passa no…

    Donna: (con ammirazione) tale’ che scartu…..

    Ausiliario: Eh sì: a me non mi fottono. Io favori a loro non ce ne voglio fare.

    Donna: però loro a te il favore te l’hanno fatto…

    Ausiliario: Non è come dici tu. Secondo loro con questi maledetti cinquecento leuri al mese mi hanno accattato, sono diventato cosa loro che loro mi prendono di qua e mi mettono di la, mi dicono fai questo e quell’altro e se io ci chiedo perché loro mi dicono “e che te ne fotti?”. Io nel mio piccolo, ero cosa mia, lo capisci che viene a dire?

    Donna: Ma però magari ci spartono un poco di picciuli che a una poco ci servono proprio per mentere la pignata.

    Ausiliario: Non lo so. Può essere. Ma stai sicura che loro si vanno a prendere a quelli che ci piacciono a loro, a quelli che poi fanno come dicono loro specialmente a ora delle votazioni. Ora bella la verità: io prima di questo non è che non campavo. Campavo lo stesso. Se mi capitava qualche cunghiuntura me la spirugliavo, poi ho i lavori che faccio lo stesso quando non sono qui. Insomma, alla famiglia non ci ho fatto mai mancare niente.

    Donna: Ma allora perché ci dicisti va bene?

    Ausiliario: Ma scusa: si presentano e ti dicono: scriviti nella cooperativa che prima o poi ti faccio entrare definitivo… Hai presente che vuol dire definitivo? Vero è che forse con le cavigghie io vusco di più di uno stipendio. Ma se mi infilano in un posto dove poi le cavigghie me le posso fare lo stesso non è meglio? Per non parlare della pensione che con la cavigghie me la sogno.

    Donna: Ma allora di che ti lamenti? Ti hanno comprato. Ma tu ti sei venduto. Perché non è conto che ti ha comprato la società, come quando uno fa un concorso e vince chi è meglio degli altri. No, a te ti hanno comprato quattro pescecani che loro poi si fottono il quarto di chilo e a te ti lasciano le molliche. Che fa non lo sapevi?

    Ausiliario: Sì, ora è come dici tu. Ora lo abbiamo capito che non ci sistemano nemmeno per sbaglio. Eppure a ogni votazione si presentano e ci dicono: fatta è, ecco il decreto che vi sistema a tutti. Ma il decreto dura due mesi, il tempo che acchianano. Poi si scopre che picciuli non ce n’è, che è colpa del governo centrale, che ci sono i tagli… Ma che tagli e tagli… Se poi qualcuno a questi ci taglia la faccia, che siamo malacarne? Ma ci puoi mettere la firma: così finisce.

    Donna: così si finisce solo in galera. Io non ci sono voluta andare. Ce lo avevano chiesto pure a noi: fate la cooperativa e ci inventiamo il servizio di lavanderia della scuola materna e degli asili nido. Ma appena si seppe… miii, e che fu? Successe un casino. Nei quartieri si lamentarono che non volevano le buttane piedi piedi. Ma quando poi vengono a darci cinquanta leuri per mezzo e mezzo…allora esistiamo, pezzi di merda che sono.

    Ausiliario: Ma chi me lo doveva dire che la mia situazione, in fondo, non è poi tanto diversa da quella di una buttana?

    Donna: ma io ci sto pensando. Sai che faccio? Adesso mi faccio la valigia e cambio città. Dove arrivo mi faccio passare per rumena e cerco un posto come badante. Appena trovo un vecchio con una bella pensione, ci stuio il culo per sei mesi, poi me lo sposo ed è fatta.

    Ausiliario: io mi chiamo Salvatore. Salvo per te. E tu come ti chiami

    Donna: Antonia. Antonella per te.

    Ausiliario (le porge la mano) Piacere Antonella.

    Donna: (gli stringe la mano) Piacere Salvo.

    Qualche secondo di silenzio imbarazzato.

    Donna: (sospirando) A quest’ora non passa più nessuno….

    Ausiliario: Io me ne sto andando…

    Donna: Ah…

    Ausiliario: (Imbarazzato) Non lo so, vuoi un passaggio?

    Donna: eh…magari, se non è troppo disturbo.

    Ausiliario: Vieni, ho la macchina laddietro.

    Donna: Salvo…

    Ausiliario: Che dici?

    Donna: vuoi ficcare?

    Ausiliario: ficcare?

    Donna: Sì. A gratis

    Ausiliario: Antonella, senza offesa. Io me ne vado a casa.

    Donna: Lo capisco, scusa. Ho sbagliato.

    Ausiliario: Ma no, io ho capito che lo facevi di cuore. Ma non è cosa.

    Donna: Sì…

    Ausiliario: Antonella…

    Donna: Sì?

    Ausiliario: Vattene a casa pure tu. E fatti quella valigia

    Donna: Vediamo…chi lo sa….

    Ausiliario: ma vedi tu se uno si deve inventare fannullone o badante rumena per potere campare la famiglia.

    Donna: (ride) Hai ragione Salvo.

    Ausiliario: amuni che tardi si fece.

    Si allontanano, lui le tiene una mano sulla spalla, lei gli cinge il fianco. Escono di scena. Sipario.

    Palermo
  • 18 commenti a “Le cose nostre e le cose giuste/1: L’Ausiliario”

    1. Domando scusi signor Billitteri, ma non pozzo fare a meno di faricci i coplimenti a lei. La matinata avia accominciato storta, lei ci dette una addrizzata.

      Grazie, un suo fanz

    2. Grande Billi. Mi sentivo in un’agnuneddu a veder sta scena.

    3. Mi chiedo, ma come fai ad essere cosi bravo?

    4. Mi piace, mi piace, mi piace1
      Complimenti, complimentoni, complimentissimi!

    5. siiiiiiiièèè e secondo lei io mi leggo un post lungo 10 metri?? arrivedorciiiiiiiiiiii

    6. Che si deve fare per portarla in scena? E’ stupenda.
      Dottor Billitteri ci facci sapere!!

    7. Condivido sarebbe da portare in scena…

    8. grandioso, come sempre

    9. sta piece mi piace

    10. Mi propongo x calcare l’ultima volta le scene, se fosse poi a scopo benefico …. meglio.
      P.S. bellissimo anche se purtroppo “mi fotte” per la seconda volta un mio futuro impropabile post, causa soggetti simili; bè … meglio tu che un altro 😉

    11. La buttana a chi ce la facciamo fare?

    12. ah ah ah ah…Totò, mi levasti il prio di dirvi chi secondo me potrebbero essere i personaggi perchè detto così po XY magari si offende….

    13. @Totò
      ma come non l’avevi capito? io volevo QUELLA parte.
      😀
      P.S. stò babbiando Totò ( nn si sa mai). 😉

    14. Bellisima! non volevo leggerla perchè mi saltano gli occhi, ma non ho resistito, leggendo gli altri commenti!
      Non so, è comico e romantico allo stesso tempo, finisce come un film di Chaplin!

    15. bella, veramente bella

    16. Un nuovo stile…Romantragicomicoprecario alla palermitana…I miei piu sinceri complimenti. Da valutare per davvero una ricostruzione teatrale. Anche se la ricostruzione di fantasia ognuno può viverla con una sensazione e con personaggi diversi…

    17. Complimenti davvero

    18. Boss, organizziamo una mega presentazione del tuo libro, invitiamo tutti i politici spiegando che non c’è niente da mangiare (così un veni nuddu) e tutti gli amici di Rosalio (ahimè anche Siino). Cchi dici? Faciemu u buottu

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