martedì 21 nov
  • Quaderno di Palermo 2

    Come sempre succede con la memoria, con il ricordo, quando uno si mette a scrivere su un luogo non può fare a meno di mitizzarlo perché non si serve d’altro che della parola, vale a dire della rappresentazione di una realtà che non c’è più. Così accade con le città che uno ha vissuto o qualche volta conosciuto o anche solo intravisto nei momenti della sua vita, così è successo pure a me con la vostra Palermo. Quattordici anni sono passati tra quell’uomo ancora giovane che per tre giorni invernali si era trattenuto nella prima capitale delle Due Sicilie e questa persona matura che da un anno e mezzo ci vive. Certo che io non sono lo stesso e che la mia percezione iniziale è variata, ma è anche vero che la realtà non ha niente a che vedere con la nostalgia, l’altra faccia del mito. Diciamo che il tempo modifica in ambedue le parti la prima apparenza che era stata non solo raccolta, ma innanzitutto sentita e vissuta.
    Quello che il forestiero – mettiamo che si tratti di un viaggiatore minimamente navigato e di conseguenza curioso – porta con sé prima di arrivare in questa città è l’idea di centralità che essa ha avuto durante il passato e allo stesso tempo la consapevolezza della posizione preminente che dal punto di vista storico e culturale ha goduto l’intera isola. D’altra parte, non riesce a nascondere una certa apprensione proveniente dall’immaginario collettivo che nell’ultimo secolo tanto ha contribuito a costruire sia attraverso il cinema che tramite i telegiornali e la letteratura, non solo straniera ma anche autoctona. Il fatto è che per questo cittadino, venuto da un altro paese europeo e ormai di fronte alla città, o meglio, dentro un luogo preciso via via che cammina per le strade, le piazze e i vicoli di questo spazio che io precedentemente ho definito una vecchia pelle che avvolge un corpo urbano, ebbene i primi attesi momenti di un forestiero a Palermo sono attimi di sconcerto. “Finalmente ci sono, è vero, ma c’è qualcosa che non mi rende partecipe al cento per cento”, si dice nonostante si trovi in questo posto inconfondibile e tanto desiderato. Sicuramente perché nelle prime ore ancora non è consapevole che sta mettendo a confronto due realtà, quella vera e attuale, che appartiene solo al luogo, con quell’altra immaginaria, senza tempo, che è alloggiata nel suo pensiero ed appartiene al mondo dei sogni e delle sensazioni e della parola scritta. Sì, perché il forestiero vive dentro di sé l’incontro di due realtà, sebbene elaborate con del materiale diverso. Una obiettiva, che si trova fuori e che può anche puzzare, deludere, fare male. Un’altra che è collegata all’idea che lui si era rappresentato, in altre parole all’aspettativa che aveva in mente da tanti anni. E lo scontro inevitabilmente avviene e ci vorrà del tempo per sapere se si tratta di un rifiuto inibito o di un’intensa eccitazione o addirittura di uno squarcio imprevisto.

    Irresoluto.

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  • 4 commenti a “Quaderno di Palermo 2”

    1. Si dice che il genio di Palermo sia Cammarata

    2. Eduardo Dominguez Castillo è un poeta dolente e irresoluto…Una modalità esistenziale che mi appartiene.

    3. carissimo forastiero irresoluto,
      chi sà se ti porti già addosso la teoria della Sicilia di Sgalambro…
      “Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio. Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie del nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera”

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