lunedì 25 giu
  • Vinnirina

    Il paese era quello che era e Mariannina l’aveva capito subito, l’autunno in cui diventò picciotta. C’era un solo bar, un barbiere (che quando serviva era capace pure di cavare i denti, con certe tenaglie grosse e lorde) e la culonna, una specie di fontanella (senza l’acqua) attorno alla quale nelle sere d’estate si riunivano due o tre vecchi a fumare e scambiarsi ricordi di quando partirono soldati o, più spesso, a stare muti e a murmuriarsi tra i denti. Poi, sempre nell’unica strada del paese, c’era una putìa che vendeva sale, zucchero, sigarette sfuse, marche da bollo ed era di proprietà di donna Rusina che era pure la mammana del paese. Tutti i carusi nati negli ultimi vent’anni erano passati dalle sue mani. Pure Mariannina aveva aiutato a nascere. Era un venerdì e il commento laconico del padre, dopo che sua moglie aveva trascorso tutta la notte a lastimarsi sudando e pregando Sant’Anna, mentre la muntagna tremava che pareva dovesse partorire lei, era stato il solito “nuttata persa e figghia fimmina” e se ne era andato a lavorare in campagna. L’avevano chiamata Marianna coi nomi di tutte due le nonne e la mammana aveva esclamato sollevandola “sì vinnirina, niente ti può succedere”. E infatti niente, le successe ma non nel senso che spirdi e lupi mannari non la potevano nuocere, come si dice per tutti quelli nati di venerdì. Era sveglia, di fantasia pronta e vivace, troppo vivace per essere una fimmina. Cresciuta senza né fratelli né sorelle, come se sapesse di essere in pericolo a parlare di certe cose, si era creato un posto nella sua testa in cui c’erano negozi, gioielli e carrozze, abiti lussuosi e feste danzanti Aveva gli occhi neri neri che, quando rideva, si illuminavano come se dentro avesse la bracia addumata e i capelli sempre legati in una treccia duppia e fitta. Quasi ogni sera assaggiava la currìa del padre che provava a insegnarle l’educazione, ma il sazio di piangere non se l’era concesso manco una volta. ‘Nza mai potevano pensare che era scantulina! Le lignate ci ribbummavano, come diceva sua madre. La notte nel letto col materasso imbottito di paglia e le lenzuola pulite ma troppo rascuse, fantasticava sul suo futuro e sulla bella vita che avrebbe voluto fare da grande. Sognava un marito gentile, alto, che profumasse di dopobarba e che la riempisse di attenzioni continue, che le comprasse vestiti e che la portasse a teatro la domenica. Tutte queste cose Mariannina le aveva scoperte andando a mastra da donna Tanina, che faceva la sarta e ogni tanto vestiva le signure che passavano qualche settimana al paese, per trovare un poco di fresco in certe estati affucate durante le quali manco le lucertole uscivano dalla tana. Lei ascoltava con la bocca aperta quei racconti “di città” e restava intronata, puntualmente veniva svegliata da una scorcia di coddu e da un rimprovero: “Mariannina ‘ncima quest’orlo che domani dev’essere pronto! Chi si? ‘Nzonna?”. Portava a casa gli scampoli che avanzavano e li custodiva sotto al cucino come un piccolo tesoro. La sera, consumata in fretta la cena, fatta di patate con due uova rutte all’acqua o un piatto di broccoli affuati, li rimirava, li lisciava con cura e poi nei sogni danzava in saloni pieni di specchi e si vedeva volteggiare tra la musica dei violini.
    L’arrivo in paese di Marco coincise col primo paio di calze lunghe che Mariannina indossò. Si era fatta donna ma le fantasìe di quand’era carusitta non l’avevano lasciata mai. Si naschiarono subito, il pomeriggio stesso che Marco arrivò. Faceva l’università per diventare dutturi, come suo padre. Si ‘mbriacò all’istante del suo profumo e, col rischio di venire cacciata a timpulate dalla sarta, rubò il fazzoletto che il ragazzo si scordò (o si volle scordare) da donna Tanina, un pomeriggio che accompagnò la madre per una prova. Lo annusò ogni notte fino a consumarlo e addormentandosi gli accarezzava i capelli ricci e scombinati e sognava promesse di matrimonio e una casa coi mattoni di marmo bianco e pure i balconi.
    Venne una domenica. Era la festa del Sacro cuore di Gesù e dopo la processione Mariannina, sua madre e suo padre si facevano la passiata mangiando simenza. Il padre si addunò degli sguardi troppo prolungati che il picciotto “di città” rivolse alla figlia e sentenziò “non è roba ppi’ ttia” e la levò da mastra dicendole che tanto ormai quello che c’era da imparare l’aveva imparato. …Marco se ne tornò in città scordandosi di Mariannina, che invece perse il fuoco negli occhi che giorno dopo giorno si astutavano e restava ore ore seduta sul letto a lisciarsi le pezze di quand’era nica. Interpellarono pure la mammana che all’occorrenza era capace di levare pure il malocchio. Le passarono tre volte un piatto sopra la testa snocciolando litanìe: “Santa Lirìa di Roma vinìa, di unni passava la benedicìa, fuora malocchio ‘intra Maria”. Le gocce d’olio restavano intatte e la mammana se andava seccata per il disturbo, dicendo: “Ve l’avevo detto! Vinnirina è, ‘unn’è malocchio, un ci ponnu”.
    Passarono ancora un inverno e un’estate e Mariannina era sempre più muta ed era pure diventata sicca sicca. La madre provava a suo modo a farle coraggio: “Mariann’ ‘a matri, sei sempre c’a testa n’tallaria…che pensi?”, si svegliava dal suo sogno ad occhi aperti e scuotendo le spalle diceva: “Vossìa non si pigliasse pensiero, non pensavo a niente, a niente pensavo”. Invece pensava Mariannina, la notte specialmente. Chissà cosa pensava pure la notte che se ne partì per sempre per “la città”. Quella notte il cielo pareva una delle sue stoffe di seta nera, interrotto qua e là da punti bianchi a disegnare le stelle. Non si portò niente. Solo le pezze da sotto al cuscino e un fazzoletto vecchio. Tanto era venerina

    Sicilia
  • 16 commenti a “Vinnirina”

    1. Maria, brava come sempre!Ecco un’altra delle tue “Donne alla riscossa”, piccole grandi eroine che pur attraversando dei periodi cupi, non si lasciano abbattere da nulla e reagiscono al destino che le attende, cambiandolo drasticamente!Cosa c’è di autobiografico?
      P.s:ma Mariannina u ritruvò u figghiu du dutturi?Ai “POSTER” l’ardua sentenza!!!
      😉

    2. Donna Marì lei mi trasporta coi suoi “viaggi” eccezzionali.
      Accetti i miei piu sentiti complimenti come pedaggio.
      Grazie.

    3. …veramente bellissima…atmosfere da novella dei grandi Maestri…

    4. Maria, bravissima. Vorrei aggiungere alla tua vennerina la veresione vennerina incudduriata che proprio non ci può niente. Consiste neol nqascere non solo di venerdì ma con il cordone ombellicale attorcigliato al corpo. Quella è una categoria che proprio manco i più tinti e stratinti. Un bacio

    5. Complimenti, complimentoni, complimentissimi!

    6. Una storia molto bella e ricca di atmosfera, leggendola sembra persino di sentirne gli odori e i rumori.

      Complimenti da un vennerino! 🙂

    7. Mi piacque. E anche tanto.

    8. bella storia!!!! 🙂
      bacini

    9. Bella, bella, bella! Una storia densa di sensazioni oniriche, vecchi odori di paese, un vero amarcord…
      Aspetto il seguito: non mi dire che non c’è!
      Tuo Leone

    10. Il seguito? Ma perchè, non è morta? E se non fosse morta, una ragazza in quel contesto socio-familiare, scapparsene di casa sarebbe stato alquanto improbabile, sarebbe stata per tutto il paese una poco di buono, una reghettata, una donna facile. Mi viene difficile pensarla scappata di casa. Meglio immaginarla suicida.

    11. Bravissima

    12. Ciao a tutti…di autobiografico ci sono i luoghi, i colori, gli odori…un seguito?Mmm non credo.
      Grazie a tutti 😉

    13. MI PIACE !!!! KE CORAGGIO..MARIANNINA…
      BELLA STORIA!!!

    14. Con tutto che ho il naso tappato per un intervento recente, ho sentito e odorato tutte le atmosfere.
      Sei magica

    15. Mi piace moltissimo la tua scrittura… la sua bellezza supera quella della trama… Complimenti da un’altra siciliana vinnirina…

    16. SPLENDIDO, GRAZIE, E BRAVISSIMA MARIA! A QUANDO IL SEGUITO?

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