giovedì 19 lug
  • Quaderno di Palermo 6

    Sai, Francesco sta morendo.
    Che vuol dire sta morendo?

    Quando uno s’imbatte in una conversazione del genere mentre cammina per la vostra città o, diversamente, nel momento in cui queste parole appaiono all’improvviso nel romanzo di un autore palermitano che gli è capitato di leggere, allora senza volerlo ha già intuito qualcosa di fondamentale sulla Sicilia, sui suoi abitanti e soprattutto su Palermo, capitale e crogiolo di tutti i diversi e contraddittori modi di essere in quest’isola centrale e mediterranea.
    Come straniero e come cittadino di questo luogo, davanti alla notizia di un amico o di un conoscente qualsiasi che sta per morire, e ammettendo tutte le difese connaturali agli esseri umani di fronte a una dichiarazione di questo calibro, io avrei reagito con un silenzio pieno di stupore o con una esclamazione di sorpresa inattesa e carica di tanta tristezza. Mai mi sarei permesso di questionare l’affermazione che mi è stata appena riferita da una persona che conosco e con la quale s’intende ho stabilito un grado minimo di fiducia. È come se una realtà ormai ineluttabile, io l’avessi rifiutata e addirittura inoltrata sola e abbandonata nel mio particolare abisso – ma si può veramente abbandonare questa realtà intrinseca nella mente di una persona? Mai mi sarei riparato dietro alla domanda con la quale davanti alla morte, uno dei fenomeni esistenziali più certi che ci siano, ha reagito l’interlocutore di cui sopra. Come se egli non avesse capito la parola “morire” nel suo vero e unico senso totale, o meglio ancora, come se fosse estraneo al passaggio tra la vita e la morte che stava compiendo la persona che i due interlocutori avevano in comune. Sì, uno non può che rimanere esterrefatto, almeno da questa mia prospettiva non isolana con la quale guardo e cerco di capire il mondo. “Cosa vuol dire sta morendo?”. Certo che non tutti gli abitanti reagirebbero in questo modo, ma dal momento che c’è qualcuno che risponde così, vuol dire che questo atteggiamento verso la morte è intrinseco alla società palermitana e probabilmente appartiene a tutta la Sicilia.
    Mettere in dubbio l’unica verità per ognuno di noi, quella della morte dopo la vita, è a dir poco un aspetto singolare, sorprendente, ma anche meraviglioso della natura degli abitanti di questa irreale città. Da una parte può sembrare strano e incredibile agli occhi – alle orecchie – di uno straniero che i palermitani si rifiutino non solo di capire, ma addirittura di accettare la realtà del fatto di spegnersi in vita; dall’altra, è anche meravigliosa e straordinaria la capacità che avete di illudervi addirittura su una cosa così seria, grave, drammatica. Così forse la drammaticità con la quale viene rappresentata sia la città di Palermo che i suoi cittadini, questa intricata raffigurazione anche nel parlare, avrà a che vedere con questa negazione così categorica della quotidiana semplicità del vivere e del morire.

    Interpretazione.

    Ospiti
  • 7 commenti a “Quaderno di Palermo 6”

    1. Il palermitano tende a minimizzare i fatti gravi e ad ingigantire quelli di scarsa importanza, in più è viva una sorta di diffidenza nei confronti dell’interlocutore. Scatta automatica, istintiva l’incredulità( dici sul serio?) e resta sempre forte un sentimento di paura-fascinazione nei confronti del pensiero morte spesso neutralizzato con gesti scaramantici.Il palermitano è fortemente scaramantico.
      Bel post!

    2. Una volta un americano disse, più o meno, “noi e gli inglesi parliamo la stessa lingua; è per questo che non ci capiamo”.
      In effetti i “modi di dire”, la “stilistica” anche del linguaggio orale, non hanno regole fissate nei libri di grammatica, ma soltanto dall’uso, dalla “pragmatica” o “parole” come dicono i linguisti. E allora un espressione, in perfetta lingua italiana, pronunciata in Sicilia, spesso ha bisogno di una traduzione per un orecchio medio italiano, che fraintende, che intende altra cosa.
      Non è un “male”, una “colpa” della Sicilia il fatto che per dimensioni, isolamento relativo, etc. essa abbia sviluppato propri codici espressivi che non coincidono con quelli medi italiani. Non è una colpa più di quanto non lo sia il fatto che un popolo parli una lingua diversa da un altro.
      In effetti, grazie alla TV, queste differenze sono molto diminuite nei decenni, ma in un verso solo o quasi: il siciliano capisce i codici italiani, almeno quello colto, ma mai viceversa. E spesso i codici comunicativi siciliani sono assai più ricchi – senza offesa – di quelli italiani standard, romani o milanesi che siano.
      Venendo al dunque. Il “che vuol dire?”, in Sicilia, non va inteso logicamente come “che significa?”, “qual è il contenuto semantico del verbo “morire”?”. Se così fosse, la reazione dell’interlocutore “peninsulare” resterebbe pienamente giustificata: come puoi chiedermi una cosa tanto ovvia nella sua brutalità?
      Ma il “che vuol dire?” siculo è calco in italiano del siciliano “chì ven’a diri?” che ha un significato leggermente diverso, solo leggermente, ma quanto basta a disorientare l’interlocutore. Esso significa: dimmi di più, dimmi il contesto in cui è avvenuto ciò che affermi, cosa ha causato l’evento di cui mi parli e simili. o, a seconda dell’intonazione, dell’emozione con cui viene pronunciato: “non posso crederci, è una notizia inverosimile, come può essere maturata?, è fuori dalle mie coordinate fondamentali”.
      In questo “codice espressivo” dire “che vuol dire?” significa “non mi basta sapere questo, voglio altro, la causa della morte, i tempi – ad esempio – ed altro ancora”. Oppure, nell’accezione emotiva, “non è possibile che sia morto! e simili”.
      In verità, nel merito della “morte”, ho sempre visto in giro una sua “accettazione” che altrove è più rara. In Continente parlar di morte è tabù, o quasi. Tutti a far gli scongiuri, a cambiare discorso. Da noi un po’ pure, ma molto molto meno.
      Il confine tra la vita e la morte pare più labile. Del resto siamo l’unico posto al mondo dove si festeggiano i morti, anche con cibi e regali. E Pindemonte, nei suoi “sepolcri” ci dà testimonianza di un’epoca in cui le famiglie si riunivano a fare “mangiate” al cimitero in onore dei cari estinti. E si potrebbe continuare.
      Non so se Dominguez accetta questo contributo alla comprensione del popolo siciliano. Se vogliamo anche questa è un’interpretazione, interna.

    3. Sono d’accordo con Massimo: “che vuol dire” è una traduzione di “chì ven’a diri?”.
      Ma mi permetto di osservare: che senso ha tradurre in italiano (e dunque modificarne il significato) una locuzione dialettale?
      E’ un atto comune in città, compiuto con eccessiva superficialità.

    4. Molto interessante l’intervento di Massimo, lo condivido.

    5. Complimenti a Massimo per come ha esposto il concetto che condivido in pieno.
      Aggiungo che la Sicilia ed in particolare Palermo sono state spesso denigrate per il culto dei morti e per l’associazione dei regali per i bambini (ricordo ancora la faccia sdegnata di tale Maurizio Costanzo).
      Di contro Halloween è diventata subito una festa apprezzata, soprattutto nel profondo nord.
      Un altro furto ai danni della nostra terra.

    6. Aggiungo, forse solo per chiudere questa bella discussione, che la frase “che vuol dire?” nel significato piano di “che intendi dire? che significa ciò che hai detto?” in Siciliano si dice in un altro modo:
      non “chì ven’a diri?”, bensì “chì senti diri?”, tradotto poi più o meno o ugualmente “che vuol dire?” o “che intendi dire?”.
      Ora, se l’interlocutore avesse detto “che intendi dire?” sarebbe stata una risposta strana, inusuale, questa sì illogica.
      Come si vede nel passaggio dal siciliano all’italiano due espressioni diverse si traducono praticamente allo stesso modo. E’ dunque un impoverimento espressivo, che genera l’ambiguità di cui sopra si è detto.

    7. Chi veni a ddiri??
      (variante)Ma chi mi stai dicennu???

      Massimo, la tua analisi è corretta
      E’ secondo me una risposta che non esprime voglia di distacco, di prendere distanza dalla notizia ricevuta. E’ al contrario una frasa che seprime affetto e partecipazione. Mi spiego meglio: è come se si rispondesse:”Non è possibile!” ; “Non riesco a crederci!” Perchè la notizia dà a chi la riceve una scossa emotiva, un senso di angoscia, di pena di fronte alla morte prossima di un conoscente, di un personaggio pubblico, di qualcuno di cui si sa – o si presume di sapere_ vita morte -appunto…- e miracoli
      Ciao, Eduardo!!!

    Lascia un commento (policy dei commenti)

    Ricevi un'e-mail se ci sono nuovi commenti o iscriviti.