domenica 19 nov
  • Un pettirosso fuori stagione

    La nostra scuderia era a Paterna, dalle parti di Terrasini, a un centinaio di metri da una falesia che ci faceva intuire il mare, sentire il frangersi delle onde, senza che potessimo vederlo. Il suo lontano azzurro sfumato, in ogni caso, era inquadrato dalla sagoma della antica torre quadrata messa a sentinella della costa cinque secoli prima. Eretta in quel posto a picco sul mare per incutere timore ai “saracini”, anche se non era servita a granché. Però era bella da vedere come scenografica quinta prima del mare. Delle onde che s’infrangevano una cinquantina di metri più in basso, giungevano le folate salate che accarezzavano per prima cosa i limoneti e dopo i vigneti che provvedevano a trasformare quella nebbiolina salmastra in fragranze e aromi che si ritrovavano poi nel bicchiere.
    I cavalli ci stavano bene in quell’angolo di paradiso terrestre. Le stalle erano ampie, ognuna con la sua bella mangiatoia in marmo grigio di Billiemi; l’abbeveratoio rettangolare, grande quanto un letto, prendeva il centro del grande cortile su cui si affacciavano i cavalli per raccontarsi i fatti loro. Quando noi non c’eravamo.
    Campo ostacoli, paddock e prati recintati erano frequentati anche dai nostri numerosi cani, raccolti per strada come i gatti, che dividevano pacificamente quegli spazi con le caprette tibetane e le gallinelle che nidificavano tra i rami degli alberi.
    C’erano pure tanti uccelli che si manifestavano secondo stagione. Ospiti abituali erano passeri, merli, usignoli, gazze, civette e qualche cardellino. A secondo dei venti ci venivano a volteggiare i gabbiani, ma senza mai posarsi. A primavera arrivavano le rondini, i rondoni, poi gli aironi, e tanti pettirossi. Mai nello stesso ordine: a volte giungevano per primi gli aironi oppure i rondoni e le rondini: chissà perché. Poi, alle prime folate di vento fresco, tutti quanti sparivano all’improvviso. Così da sempre.
    Tranne una volta. Quando nel box di Milord, in un buco del soffitto, ci rimase un pettirosso. Sarà stato lungo 13/15 centimetri con un bel piumaggio colore oliva tranne sulle guance; fronte, gola e petto di un bel rosso arancio rugginoso. Le piume arruffate e la scarsa voglia di volarsene ci fecero pensare che stesse male. Il veterinario che venne un paio di giorni dopo per le visite periodiche ai cavalli, decretò che il nostro pennuto, Erithacus rubecula per lui, era denutrito e non stava tanto bene. Ci consigliò di nutrirlo con uova di formica e larve di mosche, costose quanto il caviale, e più economici vermetti, chioccioline, e quant’altro di vivente c’era vicino alla concimaia. Tutti quanti ci mettemmo al lavoro sotto lo sguardo incuriosito di Milord che non capì tutto quel trambusto attorno alla sua lettiera…
    In poco più di un mese il nostro uccelletto si rimise in buona salute e fummo felici quando nelle giornate soleggiate svolazzava attorno alla scuderia. Ma i suoi simili non c’erano più. Erano partiti per lidi più caldi.

    Gli mettemmo i suoi bocconcini in posti ben precisi che imparò a individuare con facilità, lontano da cani e gatti che del pennuto colorato ne avrebbero fatto un solo boccone. Attorno a Natale cominciò ad avvicinarsi alla nostra mano con il cibo: ci dava l’impressione che avesse capito che stavamo facendo di tutto per farlo sopravvivere.
    Poi finì che ce lo trovammo dietro ai cavalli quando uscivamo in passeggiata. Ci veniva dietro per i quasi mille metri della trazzèra che andava fino a Partinico. Il fondo era morbido e umido e ai lati c’erano rovi, canne e fichidindia che offrivano un buon riparo in caso di pericolo. Scoprimmo che affondava il becco nelle impronte profonde lasciate dagli zoccoli che svelavano, sicuramente, tante cose buone da mangiare.
    Malgrado tutto questo non si lasciò mai avvicinare più di tanto. Quel “tanto” fummo curiosi di misurarlo e così quando lui s’allontanava noi eravamo già pronti con il metro. Incredibile, la misurazione dette sempre lo stesso risultato: centimetri 40!
    Misurazione scientifica la nostra: dal dito con il cibo fino all’impronta delle sue zampette c’erano sempre 45 centimetri: Considerando che il becco le precedeva di 5 centimetri, la distanza di sicurezza erano quei benedetti 40 centimetri.
    Era quella la distanza giudicata limite da non oltrepassare: in effetti la spinta per decollare l’avrebbe portato ad avanzare ancora, di poco certamente, su quello spazio considerato come limite ultimo di sicurezza.
    Bastiano, il nostro uomo di scuderia pomposamente chiamato “palafreniere”, era stato carrettiere in gioventù ed analfabeta sempre; illetterato sicuramente, ma colto. Dotato di quella cultura che gli anziani si portano dietro perché ereditata e così bene impressa nella mente da essere trasmissibile ad altri. Ci aveva insegnato mille cose sulle piante foraggere, sui cavalli, su come ferrarli o curarli in caso di emergenza, usando il dialetto oppure un suo personale italiano ad orecchio che ci divertiva. Decise che quel pettirosso era ormai “patronale”, come se noi ne godessimo una sorta di diritto di proprietà.
    Poi arrivò una tiepida primavera e con le rondini giunsero altri pettirossi. Lui, il nostro, rimase un po’ sulle sue: fino a metà aprile continuò a vivere nel box di Milord da cui si allontanava per procurarsi il cibo da solo. Poi se ne andò, senza che ce ne accorgessimo. Scomparve unendosi agli altri pettirossi. Magari sarà ritornato per un saluto. Ma noi, rimasti uomini, non fummo in grado di riconoscerlo.

    Ospiti
  • 3 commenti a “Un pettirosso fuori stagione”

    1. Grazie per i profumi, i colori, gli odori, le emozioni che mi sono ritornati alla mente e agli occhi!

    2. E’ davvero un immenso piacere leggere i suoi articoli.
      Grazie.

    3. Mi auguro di trovare i Suoi articoli pubblicati sempre più spesso, solo Lei è capace di arricchire il racconto con quelle sfumaturee quegli aneddoti che affascinano.
      Grazie

    Lascia un commento (policy dei commenti)