mercoledì 23 ago
  • Teresa non s’arrende

    Incontro Teresa nella sua casa dei “Piani”. È una donna di settant’anni. Indossa un vestito blu a fiori, fermato da una cintura bianca, un velo di rossetto sulle labbra, la pelle fresca e chiara. Il suo aspetto è quello di una donna distinta; i colori appropriati, il sorriso le dona dieci anni di meno. Mi accoglie, insieme al marito Tonino, 82 anni ben portati, corpulento, una bella pancia, in camicia celeste e pantaloni lunghi. L’appartamento, al primo piano, è luminoso, ha tre porte che danno sul terrazzo. Al pianterreno una famiglia di palermitani, riunita a mangiare attorno ad un tavolo zeppo di piatti, fa un gran baccano con le posate, il chiacchiericcio e le risate. Prima di entrare in casa mi soffermo sul terrazzo per uno sguardo al panorama. La casa sorge oltre la strada statale, a cinquanta metri dal mare. La striscia dei giardini ai margini della spiaggia è una serie ininterrotta di ville. Quest’anno il mare è stato generoso: ha depositato sulla spiaggia una grande quantità di sabbia per la felicità dei bagnanti. Anche tra gli antichi frutteti, a sud della casa, sorgono ville e villini; ciononostante il verde prevale ancora e la vista di questa grande piana rimane gradevole. Ad est lo sguardo arriva allo stabilimento balneare della Vetrana ed, in fondo, alla punta della Rocca di Cefalù. Sulla striscia di sabbia, lunga un paio di chilometri, dalla Vetrana ai Pilieri, si affollano i bagnanti che bivaccano, giocano a tamburello, si rincorrono, si tuffano, i giovani, e nuotano con vigorose bracciate, a beneficio delle ragazze che a gruppetti chiacchierano in acqua o sulla spiaggia, apparentemente noncuranti.

    Teresa è l’unica componente, rimasta in Sicilia, di una famiglia emigrata in America. Negli anni Cinquanta la partenza dei suoi per la California fece meraviglia in paese. Il padre di Teresa apparteneva al ceto dei proprietari terrieri, cioè della classe più elevata di Trabia. Possedeva frutteti, oliveti, vigne e case ma il mito americano lo seduceva. Fin da ragazzo aveva ascoltato rapito i racconti sull’America del padre adottivo che vi era stato tre volte, fin dal 1890. Il suo immaginario era zeppo di cose avveniristiche, per quei tempi in Sicilia: ville, grattacieli, automobili lussuose, città sfolgoranti. Non sarebbe stato il classico misero emigrante in cerca di lavoro: con l’aiuto della sorella e col ricavato delle vendite delle proprietà siciliane avrebbe potuto ricostruirsi una posizione economica piuttosto solida. Partì nel 1955. Tre anni dopo lo seguirono la moglie e i tre figli più piccoli. La loro partenza dal porto di Napoli fu straziante per Teresa che in mezzo ad una marea di gente in lacrime gridava e sventolava il fazzoletto fino a quando il transatlantico non scomparve dietro l’ultimo molo. La famiglia si spezzò; i figli più grandi Teresa e Geremia rimasero a Trabia; la prima perché un paio di anni prima aveva sposato Tonino, ben radicato in Italia col suo impiego di maresciallo dell’aeronautica militare, l’altro perché impigliato negli obblighi militari e nelle trame dell’amore per Amelia, una bellissima ragazza venuta dalla Toscana a trascorrere qualche settimana a Trabia presso gli zii. Nel giro di qualche anno Teresa si ritrovò col solo marito, perché Geremia, sempre pazzo di Amelia, per superare la contrarietà dei suoi, fece la sua bella fuitina con l’innamorata e andò a vivere in continente. La felicità coniugale di Teresa ben presto naufragò nella tristezza del distacco dalla sua famiglia d’origine.

    Teresa mi fa accomodare in un salotto di pelle beige in una grande sala affacciata sul mare. La conversazione prende subito l’avvio: è lei a sostenerla, con vivacità. Si dice felice di questa mia visita. Marito e moglie mi dicono che era loro intenzione venirmi a trovare al Cozzo Corvo. Io li ho preceduti. Chiedo della gente che mangia allegramente al pian di sotto. Mi dice che sono gli inquilini che non riesce a mandar via.” Sono gente prepotente” dice “Avrei bisogno della disponibilità dell’appartamento per vendere l’intera villa, ma loro non ci sentono da questo orecchio. Mi tocca andare dall’avvocato. Sai quante cause ho dovuto fare per varie questioni con vicini, mezzadri, ecc.? Sei! Le ho vinte tutte. C’è stato uno che ha dovuto pagare sedici milioni di spese. Io non ho paura. Quando sono sicura di avere ragione non mi faccio mettere i piedi sulla testa da nessuno. Faccio cause e le vinco. Ben gli sta”. “Teresa, tuo padre stava economicamente bene. Poteva rimanere in Italia, non ti pare?” faccio io. “Era pazzo per l’America” risponde “Voleva vederla a tutti i costi. Certi figuri di Palermo, cui si era rivolto, se ne approfittarono; promettendogli di farlo sbarcare negli Stati Uniti clandestinamente. Però io penso che ci siano stati anche altri motivi. C’era stata la storia del motopeschereccio. Figurati, lui agricoltore si mise a fare l’armatore; non era il suo mestiere. Le cose andarono così. Durante la guerra era sfollato a Trabia da Palermo un certo mastro Mariano che sapeva costruire barche. Abitava in una casa qui vicino. Per mesi stette dietro a mio padre. Gli parlava della pesca in alto mare con i motopescherecci, dei grossi guadagni che si potevano fare. Mio padre si convinse. Gli fece costruire un grande motopeschereccio. Mi ricordo sempre, quanto legno duro c’è voluto! Come comandante prese uno di San Nicola , Stempellino, motorista un tunisino, lo chiamavano Campanella. La ciurma era formata da una decina di pescatori con paga base e cointeressenza sul pescato. Nel frattempo altri due soci si eran uniti a mio padre. Nei primi tempi le cose andarono bene. A casa arrivavano certe casse di pesce. Quanto pesce distribuiva mia madre ai vicini! Stempellino ben presto si dimostrò un uomo poco responsabile, si ubriacava, si curava poco della pesca e del lavoro dei pescatori, cercava sempre vino. Un giorno invece di attraccare la barca al porto di Termini Imerese l’ancorò a San Nicola su un fondale di sabbia. Nella notte si buttò lo scirocco e la barca andò a finire sugli scogli davanti al Castello. Danni enormi e spese alle stelle per ripararla. I due soci si ritirarono e mio padre dovette comprare le loro parti. Dopo qualche tempo successe un altro incidente. Il motopeschereccio era alla boa al porto di Termini Imerese, si levò un vento fortissimo, la barca finì nuovamente sugli scogli. Per tirarla fuori un grosso rimorchiatore stentò ore e ore. Mio padre ad un certo punto voleva portare il motopeschereccio al largo per farlo saltare con una bomba: si succhiava il nostro sangue; spese, spese, sempre spese, la nostra famiglia si ridusse male. Mio padre era tutto concentrato su questa barca e non riusciva ad aumentare la proprietà. Con quello che ricavava dai suoi terreni poteva triplicare o quadruplicare i suoi possessi, invece ingoiava tutto il motopeschereccio. Alla fine degli anni trenta, poco prima di farsi la barca, mio padre aveva tanto denaro da potersi comprare tutti gli oliveti d’u Brauni. Sai quanto è grande ‘u Brauni, tutta quella zona vicino al paese, era in vendita ad un prezzo conveniente e gliela offrivano; lui già era in trattativa. Sciaguratamente gli capitò tra i piedi quel mastro Mariano. Durante la guerra il motopeschereccio fu requisito dal governo per mettere le mine lungo le coste della Sicilia. In quell’occasione mio padre fece dei bei soldi. Poi andò sempre peggio. Mio padre non s’intendeva di motori. Non era in grado di controllare. Stempellino era un disonesto. In combutta con gli altri dipendenti acquistava la nafta in quantità superiore ai consumi del motore e rivendeva il surplus oppure stava giorni e giorni fermo con la scusa di fare delle riparazioni e le paghe correvano lo stesso oppure vendeva di straforo parte del pesce. Alla fine si stufò e nel 1949-50 vendette il motopeschereccio ad un tizio di Porticello che pagò con cambiali che non furono mai onorate; le conservo ancora in casa. Mio padre riuscì ad assorbire le perdite, ma le conseguenze ci furono lo stesso”. “Come mai” chiedo ”Erano passati 5-6 anni”.”Mio padre negli anni Cinquanta si ritrovò con la stessa proprietà di prima della guerra, avendo riversato tutto sul motopeschereccio. I tempi intanto erano cambiati: l’agricoltura siciliana cominciava ad andar male”.

    “Dopo la partenza dei miei ho dovuto affrontare personalmente i tanti problemi dell’amministrazione di questi beni, nelle more delle vendite che via via facevo. Mi ha dato una mano mio marito. Ma vi poteva dedicare poco tempo al di fuori del suo lavoro”. Qualchelacrima scende sul suo volto. Non è stata facile la vita di questa donna per la lontananza dai suoi familiari ed anche per i sette aborti spontanei subiti: non poté mai portare a termine una gravidanza. Ad un certo punto dopo il trasloco da Trabia a Palermo, per via del marito che lavorava in quella città, si trovò lontana anche dall’ambiente del suo paese, dagli zii, cugini, amiche, ecc., senza figli, tra sofferenze fisiche e traumi psichici. Per una gravidanza dovette rimanere a letto sette mesi: una condanna terribile per una donna attiva come lei. “Pur di riuscire ad avere un bambino mio, sopportai volentieri questo sacrificio. E poi? Poi finì male lo stesso. Tu non sai che significa non avere figli, essere soli…”. La sua voce s’incrina e si asciuga con un fazzoletto le lacrime che sgorgano. Le chiedo se ha rivisto i suoi. “ Sì, siamo stati diverse volte in California. Adesso i genitori non ci sono più, ma io desidero con tutta l’anima di riunirmi con mia sorella e i miei fratelli. Ma come si fa. Qui c’è ancora da vendere delle proprietà. Io non voglio svendere. Devo ricavare quello che è giusto e dividerlo con i miei fratelli”.

    Le lacrime sono scomparse. Leggo nel suo volto una grande determinazione. Nel corso degli ultimi quarantasei anni ha dimostrato di possederne molta. Non è stato facile tener testa a inquilini, mezzadri, salariati, scadenze, ecc. Ha dovuto lottare, anche duramente. Il cinismo e l’egoismo sono sempre in agguato. “Geremia da oltre dieci anni mi ha fatto l’atto di richiamo per trasferirmi definitivamente in America, ma ancora non è arrivato il mio turno. Vorrei andarci per tre mesi, ma non mi danno il visto. Ecco, guarda, ho scritto questa lettera al Console degli Stati Uniti per spiegargli che io non farò la furba, non mi nasconderò, tornerò in Italia. Sono pensionata. Vado per vedere i miei. Poi dovrò tornare per forza, per badare alle ultime proprietà e cercare di venderle. Speriamo che mi ascolti questo console americano. Tu non sai un’altra cosa: abbiamo avuto un incidente stradale. La macchina è andata completamente distrutta; mio marito quattro vertebre rotte; il labbro gonfio e un forte dolore sul petto, tagli e sangue dappertutto. Siamo vivi per miracolo. Io non è che ho raccontato tutto ai miei fratelli. Gli ho detto che non c’è stato pericolo”. Mi chiede della mia nipotina Aurora. Le mostro alcune sue fotografie. Lei le scorre con attenzione. Un sorriso di tenerezza le si disegna sulle labbra. Le spiego che Aurora ha due mesi, ma è lunga e vivace, fa la ginnastichina con le braccine e le gambine. “È una bambola” dice Teresa “Non è scura, è come suo padre”. La mamma di Aurora è indiana, ha bei lineamenti e la carnagione scura. Dico: “È mezza e mezza”. La conversazione dura a lungo. Teresa parla dei genitori e dei fratelli, delle loro vicende americane. “Mio padre” dice “dovette ricominciare da capo. L’azienda di sua sorella non andava tanto bene e poco dopo chiuse. Mio padre con i soldi che via via gli mandavo, a fronte delle vendite di parti di proprietà, avviò una propria attività e riuscì a vivere dignitosamente, a Lodi, California. Negli ultimi anni stava decisamente bene a seguito di alcuni acquisti di appartamenti suggeriti da mio fratello Geremia, nel frattempo rivelatosi un imprenditore di successo nel settore immobiliare. Carmelo, il fratello più piccolo, è stato sfortunato. Si è sposato con una americana; ha avuto quattro bambini, la moglie ha voluto adottarne altri due. Vi immaginate che da fare c’era in quella famiglia? Ma la moglie usciva spesso e si dedicava poco alla famiglia. Carmelo ha dovuto arrangiarsi con l’aiuto di qualche donna ad ore e accudendo i bambini personalmente. Nel frattempo ha aperto un ristorante, e poi un altro. La moglie badava all’amministrazione, ma ad un certo punto combinò tanti di quei guai da portarlo alla rovina. Adesso Carmelo è divorziato e s’è trovato un altro lavoro. L’altro fratello, Gaetano, dopo alterne vicende, ha intrapreso un’attività industriale e va a gonfie vele. Adesso vorrei raggiungerli. Ce la farò? Ci vorranno tre-quattro anni. Sarò ancora viva? Mia sorella Leda mi vorrebbe subito con lei. Ha due figli sulla trentina che lavorano e stanno per conto loro. Vive col marito in una grande villa su una collina nei pressi di Sacramento. Quando partì per l’America era una bambina. Ha quattordici anni meno di me. Si può dire che l’abbia allevato io. Per me è come una figlia. Leduccia mia! quanto le voglio bene. Andremo a vivere con lei. Io non mi arrendo”.

    Tonino per tutto il tempo è rimasto ad ascoltare cercando di tanto in tanto di infilare qualche parola nel fiume in piena della moglie. Fa capire di non essere entusiasta del futuro trasferimento negli Stati Uniti. “Alla mia età, che vado a fare? Ma lei vuole stare con la sorella. D’accordo, andiamo; che ci posso fare?”.

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  • 3 commenti a “Teresa non s’arrende”

    1. una storia struggente.

    2. bel racconto, ottima la descrizione dei luoghi che sembra quasi di vederli

    3. Per Anna e Ultras Palermo, sono luoghi e personaggi veri, aldilà di ogni mio eventuale merito. Grazie per la vostra generosità di giudizio. Ciao.

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