martedì 21 nov
  • Ogni volta che facciamo la spesa scegliamo il mondo che vogliamo

    La struttura della società nella quale viviamo ha progressivamente inquadrato il ruolo del cittadino in termini estremamente passivi. Abbiamo perso la sensazione di potere influire sul nostro contesto. Siamo a tutti gli effetti nella società dell’acconsento. Nella quale è concesso di scegliere solo tra cose uguali. La totale assenza di scelta è camuffata da un’infinità di possibilità, che di fatto hanno il solo scopo di esaurire le nostre energie. Questo vale per l’informazione: centinaia di giornali e telegiornali tutti uguali; per la politica: due schieramenti identici, che presentano liste nelle quali hanno già determinato gli eletti; fino alle scelte del nostro quotidiano: come far nascere e crescere i nostri figli, cosa mangiare, e finanche cosa sperare.
    Questo presupposto è a mio avviso determinante: se non prendiamo consapevolezza che le nostre azioni oggi sono ovattate da un modello organizzativo che ha lo scopo di anestetizzarle, non riterremo mai indispensabile modificare il nostro comportamento e quindi il contesto nel quale viviamo. Di fatto, invece, il nostro comportamento ha una potenza inarrestabile, neanche un sistema totalitario può essere in grado di fermare l’effetto della scelta di milioni di persone.

    In questo contesto si inserisce l’attività dei GAS, gruppi di acquisto solidali. Il principio dei GAS è ribaltare il modo ordinario di acquistare cibo e prodotti. Sono delle realtà ormai consolidate nel nord Italia ed in Europa da decenni.
    È bene sapere che solo una piccola percentuale del prezzo che paghiamo per acquistare un prodotto serve per pagare il prodotto stesso, la gran parte va via per tasse, spese commerciali (ricarichi di distributori, grossisti e commercianti al dettaglio), spese di marketing ecc. I GAS ripristinano il rapporto tra chi produce e chi compra, eliminano i passaggi inutili, costruendo la fiducia del “cliente” attraverso la cura estrema del prodotto, e non attraverso le sfibranti campagne pubblicitarie.
    Uno dei principali ambiti di intervento dei GAS è il cibo. La ragione è semplice. Nelle nostre città, sempre più inquinate e separate dalla campagna, è quasi impossibile trovare cibi di qualità. Questo a causa delle stesse modalità di scambio dei prodotti agricoli. Il produttore che conferisce i prodotti ai mercati ortofrutticoli è oramai l’anello più debole della catena. Qui un intermediario cura la vendita ai rivenditori. Gli intermediari, in questa Italia dei privilegi e di rendite di posizione sono pochi, e fanno il prezzo in acquisto ed in vendita. Il risultato è che sono quelli che guadagnano di più, pagando spesso sottocosto produttori e vendendo a prezzi alti ai commercianti al dettaglio. Le vittime di questo sistema sono i produttori, indotti ad abbassare la qualità per rientrare nei costi, ed i consumatori che pagano prezzi alti, e spesso per prodotti di scarsa qualità.
    I GAS garantiscono di fatto un patto non scritto tra le due categorie deboli della catena. I produttori vedono riconosciuti dei prezzi equi, ed a fronte di questo si impegnano a mantenere alta la qualità. I consumatori pagano prezzi decisamente più bassi dei prezzi di mercato ed hanno la certezza di consumare alimenti non nocivi per la salute.
    I GAS sono una rivoluzione silenziosa, il cui presupposto è una forte assunzione di responsabilità da parte di chi produce e di chi consuma. Quando il produttore conferisce il prodotto al mercato, di fatto non ha alcun contatto con il consumatore, nel caso dei GAS invece i produttori rispondono personalmente e direttamente ai consumatori della qualità del prodotto stesso. I consumatori in questo scenario devono rivedere il proprio modello di consumo, adattandosi ai prodotti di stagione, ed acquistando i prodotti disponibili in un processo di mutuo scambio e rispetto.
    Entrambi da soggetti passivi gestiti dal mercato diventano attori consapevoli dei propri diritti e della propria sfera di influenza.
    La buona notizia è che anche a Palermo, grazie all’ostinazione di alcuni, i gruppi di acquisto stanno diventando una realtà. Ne abbiamo censiti sette e li incontreremo il prossimo giovedì 15 aprile alle 18.00 presso Mondadori Multicenter.

    http://www.solexp.it/home/index.php?option=com_content&view=article&id=94:aspettando-solexp&catid=15:prima-pagina

    Sarà un’occasione per prendere contatto con i gruppi che agiscono in città, per discutere, e magari per associarsi ad uno di questi e vivere l’esperienza di libertà che consiste nel provare a cambiare le cose.

    Ospiti
  • 18 commenti a “Ogni volta che facciamo la spesa scegliamo il mondo che vogliamo”

    1. ….se poi i gas e quindi i produttori diventassero anche Pizzo free e quindi aderissero alla campagna del consumo critico addiopizzo il cerchio si chiuderebbe.
      buon lavoro

    2. penso che i GAS possano essere uno strumento utile per dare le garanzie economiche a quelle aziende che decidono di denunciare. Sono convinto che il consumo critico deve ancora mostrare la sua forza. e potrà farlo solo quando il rapporto tra chi consuma e chi prodice diventa stretto come nel caso dei GAS.

    3. Sono convinto che i gruppi di acquisto sono il futuro del consumo. Sono infatti i consumatori che devono garantirsi la qualità dei prodotti e la trasparenza dei prezzi. La grande distribuzione oltre a non garantirci riduce all’osso i piccoli produttori a discapito della qualità dei nostri consumi, che oggi sono condizionati dalla pubblicità piuttosto che dalla salubrità e della riscoperta di un rapporto diretto con chi produce. In fondo, la verdura, le uova e il latte fresco che ci portava il contadino non sono cose poi così lontane nel tempo; dobbiamo solo recuperare il gap di una generazione e riagganciarci a questa tradizione (che oggi invece rappresenta un’innovazione)
      Buon lavoro!

    4. Penso che dobbiamo pensare a modelli organizzativi, economici e d’impresa capaci di consentire ai cittadini queste forme di consumo critico. Come fare a consentire un controllo su dove e come si produce ciò che si porta in tavola? Personalmente, credo in modelli economici come Bio Express http://www.bioexpress.it o la nostra Natura Express http://www.naturex.it per uscire da logiche troppo di nicchia.

    5. Donato, non pensi però che strutturare imprenditorialmente, su logiche “di scala”, le forme di consumo critico rischi di snaturare i G.A.S., che nascono (almeno in un primo tempo) come gruppi informali anche per riscoprire il valore delle relazioni umane e della condivisione? E’ un mio punto di vista, ovviamente.

    6. Fabio, penso che ciò che in altri momenti ha rappresentato un’avanguardia (la nascita dei GAS), oggi rischi di rappresentare, al più, una nostalgica proposta di retroguardia, visto che è sempre più diffusa la convinzione che esista un “problema cibo” rappresentato dalla sua tracciabilità, dal suo sapore, dalle condizioni sanitarie (si pensi solo alla carne e al lavoro dei NAS), ecc.
      Il tema è trovare modelli diversi dalla GDO, ma comunque sostenibili anche economicamente per realizzare questo incontro diretto tra produttori e consumatori di cibo di qualità. La realtà altoatesina che ho citato sopra rappresenta un caso di grande successo presso i consumatori di varie regioni del nord anche se penso che, proprio in Sicilia, si potrebbe fare molto di meglio, anzi sono convinto che in questo caso si è fatto di meglio, inaugurando un modello di impresa esportabile in altri analoghi contesti. Fa’ tu stesso il confronto dei siti!

    7. Fabio, secondo me se dietro un’idea non metti un’organizzazione allora le cose non possono funzionare. Io credo che sia indispensabile in chi fa le cose la logica del servizio. Se l’obiettivo è quello e non il lucro fine a se stesso allora non vedo problemi. Emergency è gestita imprenditorialmente, altrimenti non potrebbe essere l’organizzazione che è. Ha però come fine curare le persone e non il lucro. Io temo che lasciare le cose allo “spontaneismo” che potrebbe essere il controcnato di “imprenditorialmmente” alla fine non paghi e lesci campo libero e chi intende imprenditoria come speculazione.

    8. Quoto in toto Giovanni Callea.

    9. l’organizzazione serve al funzionamento di un sistema.
      Nel caso dei GAS del nord Italia l’organizzazione c’è, molta di piu’ che nei nostri GAS.
      La spontaneità va bene quando si tratta di una ventina di amici che si procurano il cibo da produttori locali, ma quando si tratta di far fruire a centinaia di persone, o migliaia, il servizio dei GAS, questo deve essere organizzato con una logica chiara affinché possa essere ripetuto con efficacia nel tempo e possa aumentare in termini di prodotti messi a disposizione e produttori locali disponibili alla vendita.
      Organizzazione, gestione e monitoraggio di un servizio sono le attività fondamentali per la buona riuscita del servizio e per la continuità.

    10. Beh sì, questo sì, il mio riferimento era più ai G.A.S. su “piccola scala” che abbiamo dalle nostre parti.

    11. Va bene, didonna ha fatto la sua bella pubblicità gratuita (?). Io trovo sterile la teoria fine a se stessa, meglio finalizzare concretamente le cose delle quali ci si occupa, siano esse importanti o semplici elementi di vita quotidiana. Per dire che ci vedo scarsa concretezza nei tentativi di convincere di didonna, ma lui fa il suo mestiere di intermediario in cerca di clienti e fin qui niente di scandaloso. Ma la teoria regge poco, in questo caso, perché una cosa è teorizzare dicendo: “dobbiamo pensare a modelli organizzativi, economici e d’impresa capaci di consentire ai cittadini queste forme di consumo critico” altra cosa è la realtà delle tasche dei clienti. I prodotti che “vende” didonna, guardando il listino, per molti di loro, è evidente che si tratta di prezzi per élites, roba per ricchi, nicchia! A Parigi alcuni di questi prodotti, simili a quelli che vende il didonna, essendo da nicchia, prodotti importati e avvolti da cliché in fatto di ipotetica qualità superiore, in virtu’ di decantata migliore qualità, ebbene, io qui a Parigi, pur essendo essi piu’ cari dei prodotti cosidetti “normali” li pago comunque meno cari del listino del didonna. A Parigi il potere d’acquisto, evidentemente, è superiore di quello siciliano dove vende il didonna. Insomma qui li compriamo con facilità l’equivalente dei prodotti che vende didonna ( e già detto, in certi casi qui sono meno cari di quelli di didonna in Sicilia ) ma oltre a teorizzare , bla bla bla e cantare e abbanniare, didonna come crede di arrivare a coinvolgere il grande pubblico col suo listino prezzi? Grande pubblico che, purtroppo in molti casi arriva a malapena a finire il mese alla GDO? Bello teorizzare, bla bla bla, e cantare oh oh oh oh, e abbanniare, ma la realtà?

    12. Tralascio, per amore di un argomento serio e interessante, di rispondere per le rime a commenti strampalati e fuori luogo. I prezzi dell’agricoltura biologica od organica sono normalmente superiori a quelli dell’agricoltura che, nei campi come nelle serre, adotta fertilizzanti di sintesi chimica, fitofarmaci, ecc. Per intenderci, a parità di zappate e di lavoro, l’ortolano biologico raccoglie meno. Non ha senso quindi paragonare i prezzi dell’agricoltura intensiva con quelli dell’agricoltura biologica. Il prodotto biologico, oltre a preservare l’ambiente e la falda acquifera, offre un sapore e profumo migliore e risulta più sano e digeribile. Se poi si rispettano, per scelta etica, anche tutte le norme in materia di lavoro, fiscali, ecc. sfido chiunque a consegnare a domicilio a Palermo prodotti sani e genuini delle Madonie di cui si conosce l’esatta provenienza e modalità di produzione ad un miglior rapporto qualità/prezzo/servizio. Quando si cerca di fare qualcosa di meglio e di diverso in questa terra bisogna anche mettere in conto, oltre ai problemi comuni a tutti gli imprenditori, anche la maldicenza di frustrati e idioti esportati.

    13. a parte il fatto che nella mia ( … ) potrei impiegarti solo per spazzare per terra, non rispondo alle tue offese perché, come si sa, sto raccogliendo gli elementi per querelarti; spero per te che le tue attività di piccolo intermediario ti lascino soldi oltre ai pochi per vivere, perché ti costerà caro.
      Detto questo la tua intelligenza limitata ancora una volta ti porta ad offendere quando non capisci un tubo e non sai replicare da persona equilibtrata e civilizzata.
      Io non ho criticato certa agricoltura, anzi ho scritto che a Parigi la compro a prezzi accessibili, a parte il fatto che qui il potere d’acquisto è superiore, tranne per quelli che spazzano per terra ( senza offesa ovviamente ), come faresti tu nella mia ( … ).
      Io ho chiesto di prospettare un piano per arrivare a coinvolgere il grande pubblico, sapendo che i prezzi sono superiori, e in certi casi non di poco, e sapendo che in Sicilia pochi possono permettersi questi prodotti poiché già troppa gente ha difficoltà a finire il mese coi prezzi modici della GDO. Ho chiesto un programma serio e non i soliti discorsi teorici sterili.
      Noto che Rosalio lascia pubblicate offese gravi; io chiedo di lasciarle pubblicate; in ogni caso le ho già registrate per costituire il mio dossier.

    14. Vedo due problemi:
      Primo, se i GAS nascono come espediente per riuscire a risparmiare rispetto alla GDO, bypassando gli intermediari, una volta portata la scala alle dimensioni della GDO, siamo sicuri che i costi non lievitino fino ad azzerare il risparmio? Se venti persone a turno vanno a caricarsi la macchina dal contadino va tutto bene, ma se le persone diventano 1000 o 10000, bisogna pagare qualcuno col camion che vada a prendere la roba, magari da più contadini o da qualche azienda più grande (col rischio di coltivazione industriale ad esso connesso). O no?
      Secondo, associare il biologico al GAS riporta i prezzi in alto, per forza di cose. Se la logica dei GAS prendesse piede tanto da diventare economia di scala, siamo sicuri che le filiere produttive sarebbero in grado di soddisfare la richiesta? Non c’è il rischio del “finto biologico”, a dispetto di tutte le certificazioni che uno possa inventarsi?

    15. Gigi, cercati un medico, ma di quelli buoni!

    16. Isaia,
      in realtà non tutti sanno che la Sicilia è il primo produttore europeo in agricoltura biologica. In nord europa (germania, francia) se non produci biologico non vendi neanche.
      Un prodotto biologico a regime dovrebbe costare non più del 20% in più. Cifra dovuta ad una minore produttività della pianta in parte compensata da minori costi di produzione (le sostanze chimiche costano di più della lotta biologica o naturale). L’agricoltura biologica peraltro offre grandi vantagi anche finaziari, infatti non devi acquistare i prodotit chimichi che paghi prima di avere il raccolto, mnetre molti dei rimedi naturali si realizzano direttamente in azienda.
      In teoria tutta la produzione agricola è converitbile in biologico. Per cui se c’è la domanda…
      Con sistemi di distribuzione tipo i GAS il 20% del costo è abbondantemente recuperato dall’assenza dell’intermediazione, ti ricordo peraltro che i prodotti biologici sono più nutrienti (ne serve meno) e ne butti molto meno.
      Da quando utilizzo il sistema (sono abonato al progetto di equonomia) spendo uguale o meno di prima. Circa 15/18 euro a settimana (corrispondono a 6/9 kg di verdura) Io e mia moglie consumiamo verdure due volte al giorno. In un anno non ho mai buttato nulla (neanche le foglie esterne della lattuga, che usiamo per i passati). Spendo quanto spendevo prima, di media qualche euro in meno. Ed ho una qualità decisamente superiore.
      Riscoprire il sapore di pomodoro, patate, lattuga di quando ero picoclo è stata una piacevole sorpresa.

    17. gigi,
      non entro nel merito, faccio solo presente che Didonna non si è presentato come il risolutore dei problemi dell’agricoltura, ha presentato un modello che vale finchè il mercato lo sostiene. Non spetta a lui, come tu chiedi “prospettare un piano per arrivare a coinvolgere il grande pubblico” al limite è competenza di Enti pubblici, Associazione di produttori, Associazione di consumatori. Oppure è anche il momento di fare la tua proposta. Didonna fa l’imprenditore. In generale io credo che oltre a contestare un processo sarebbe interessante proporre delle alternative. Il rischio, se mi consenti, e sinceramente fuor di polemica, è che chi fa è soggetto a critica, e chi non fa critica e basta.

    18. Gigi se non ti dispiace la moderazione spetta a me e ti invito a rimanere in tema. Inoltre gradirei un maggiore rispetto per gli altri commentatori e che tu non facessi volgari insinuazioni sulla pubblicità. Grazie.

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