sabato 21 ott
  • Giornalisti, una riflessione sull’elenco dei pubblicisti

    Leggendo il blog Rosalio, nei giorni scorsi, mi sono imbattuto in un post a firma di Alessia Cannizzaro, intitolato Ordine dei giornalisti, le ragioni di una candidatura. Sono anch’io un giornalista e, il prossimo 23 maggio, sarò chiamato per la prima volta alle urne per il rinnovo dei consigli, regionale e nazionale. Premetto di non conoscere personalmente Alessia e di nutrire forti perplessità riguardo ad alcune sue affermazioni, ma al tempo stesso trovo apprezzabile il tentativo di creare un dibattito sul tema della qualità dell’informazione. La qualità dell’informazione, appunto. L’obiettivo è nobile, condivisibile. Ma come arrivarci?
    Alessia parla di «concorrenza sleale degli stagisti», come se dipendesse da questi il malfunzionamento del sistema. Gli stagisti (chi ha frequentato le scuole di giornalismo dovrebbe ricordarsi di essere stato a sua volta uno stagista…) operano alla luce del sole, in accordo a convenzioni stipulate da aziende ed enti di formazione (siano essi università o, per l’appunto, scuole di giornalismo). Gli stagisti sono i giornalisti di domani; garantire loro un’adeguata formazione è nell’interesse di tutti. Il dito va puntato, casomai, contro gli editori furbi che impiegano gli stagisti laddove non dovrebbero, ossia nella produzione del giornale. Far passare per “sleali” dei ragazzi volenterosi che intendono imparare un lavoro significa guardare il dito e ignorare la luna.
    Altro discorso è, invece, quello relativo agli «aspiranti giornalisti» e ai «non professionisti» che «scrivono a costo zero» (qui, credo che Alessia si riferisca a quanti, nella speranza di ottenere un tesserino da pubblicista, si prestano a condizioni di lavoro “estreme”). Be’, finché continuerà a esistere la figura del pubblicista, ovvero quel tipo di giornalista che non esercita la professione in modo esclusivo, il rischio di produrre dilettanti allo sbaraglio sarà sempre alto. Il pubblicista, infatti, non svolgendo di norma l’attività giornalistica come lavoro principale, può permettersi di accettare compensi irrisori senza alzare la cresta. La vera concorrenza sleale è questa. Alessia scrive: «Non è più accettabile che all’interno del nostro Ordine viga la regola che un tesserino non si nega a nessuno», dimenticando di aggiungere che, molto spesso, il tesserino in questione è un tesserino da pubblicista.
    Per dar luogo a un percorso di rinnovamento serio, che miri al miglioramento globale del mondo dell’informazione, occorrerebbe mettere in discussione l’esistenza stessa dell’elenco dei pubblicisti. Ma sarebbe un’operazione assai “impopolare”, visto che i pubblicisti rappresentano un’ampia fucina da cui attingere, sia per rimpinguare le casse dell’Ordine, sia quando si deve affrontare una campagna elettorale per il rinnovo degli organismi di categoria.
    Chi scrive, non ambisce ad alcuna carica elettiva e può quindi permettersi di dire che, chi intende fare il giornalista, dovrebbe farlo sempre a tempo pieno, da professionista. Questo significa tutelare veramente la professione e la qualità dell’informazione. Quella giornalistica, ad oggi, è una professione anomala, perché contempla la presenza, nello stesso albo, di soggetti che non seguono il medesimo percorso di formazione. Sessanta articoli in due anni sono sufficienti per ottenere un tesserino da pubblicista, non per diventare un giornalista. Chi si fiderebbe di un medico, un ingegnere o un architetto a mezzo servizio? Nessuno. Lo stesso principio dovrebbe valere per il giornalismo, ma difficilmente troverà mai attuazione, dal momento che l’esistenza dell’elenco dei pubblicisti contribuisce in modo sostanziale a mantenere in piedi il sistema.

    Ospiti
  • 31 commenti a “Giornalisti, una riflessione sull’elenco dei pubblicisti”

    1. Peccato che non ti “porti” perché avrei votato te 🙂 (ovviamente voterei solo per abolirlo ‘sto ordine).
      La querelle sui pubblicisti è storia vecchia e tu l’hai spiegata come meglio non si poteva, e te ne saranno grati anche i lettori (mi spiace dirlo ma nell’altro post era un dai e vai di “sono cose che voi mortali non sapete”). So’ ragazzi…
      So’ ragazzi che comunque esercitano questa professione e sono imbottigliati tra queste “vecchie leve” e i “biondini” di turno, con poche chances di vedersi assunti in una redazione per fare al meglio il loro lavoro.
      In teoria pubblicista è effettivamente un professionista che svolge attività giornalistiche inerenti alla sua professione all’interno di testate regolarmente registrate. A volte mi chiedo quanti di questi/queste ragazzini/e svolgano una professione. Cioè il parametro chiave per diventare un giornalista pubblicista dovrebbe essere “che mestiere fai?” e non “quanti articoli hai pubblicato?”. Ma tant’è. Io però penso una cosa: che se a me, giornalista professionista, dicessero “posso fare a meno di te, tanto c’è lo stagista gratis”, avrei già cambiato mestiere da un pezzo. Perché anche il più sprovveduto di un editore, una buona penna se la tiene stretta.

    2. se analizzo come e’ fatto un giornale,oltre la
      I pagina o III pagina,di altre pagine ce ne sono tantissime,e ci deve essere necessariamente “qualcuno” che se ne prende cura,dalla pubblicita’ ai necrologi,dalla rassegna degli spettacoli,alle
      note sportive,dalla cronaca rosa alla cronaca nera o giudiziaria,e via dicendo.
      In questi diversi ruoli c’e’ spazio per tutti,dallo
      stagista al professionista.
      Se andate a chiedere ad ognuno di questi “qualcuno” che mestiere fa,
      quasi certamente vi verra’ risposto:il giornalista.

    3. oh…finalmente qualcuno che riflette! 🙂
      grazie Roberto.

    4. Sono anch’io una pubblicista. Una di quelle che in questi giorni sta ricevendo telefonate a tempesta da gente che vuole essere votata ma che non ha niente da dire o da proporre almeno perchè il tenore delle telefonate è questo: “Ciao, scusa se ti disturbo, noi non ci conosciamo, ma sai volevo sapere se hai già qualcuno da votare il 23 maggio… perchè io mi candido e mi piacerebbe poter contare sul tuo voto”.
      Punto uno – chi sei?
      punto due – come hai avuto il mio numero visto che non ci conosciamo?
      punto tre – perchè dovrei votarti? Cosa proponi?
      Apprezzo Alessia Cannizzaro che conosco solo di nome, ma non di persona (o forse qualche volta mi sa che ci siamo sentite per telefono) che ha avuto il coraggio di esporsi in prima persona e dire quali sono le sue idee. Perchè al momento di idee io non ne ho viste. Mi pare solo una caccia al voto, vuota e priva di significato. Non posso non apprezzare e condividere la sua voglia di cambiare le cose. Anzi, lo facessero tutti!!! Ma poi parli con i colleghi più anziani e ti rendi conto che a candidarsi sono sempre le stesse persone e quindi di cambiamento non se ne parla affatto. Mi spiace non poterla votare, perchè altrimenti lo avrei fatto.
      Sono pubblicista, una di quelle contro cui, a vostro dire, lei va contro. Però prima di dire le mie considerazioni voglio raccontarvi la mia esperienza. Io sono entrata giovanissima in una redazione e con me c’erano anche altri aspiranti pubblicisti (che volevano il tesserino per entrare gratis allo stadio e intervistare l’attore e il cantante di turno, impossibile negarlo. ed è questo che poi fa male alla categoria). All’inizio lavoricchiavo dopo la scuola, scrivendo alla meno peggio i pezzi che mi venivano assegnati. Poi raggiunta la maggiore età ho iniziato la pratica per il famigerato tesserino. Ora io posso dire che ho imparato ben poco. Nelle redazioni dove ho lavorato solitamente non c’era un giornalista vero, se non sulla carta, e quindi noi eravamo in balìa di noi stessi, senza una guida a copiare da dove potevamo e ad autogestirci, affidandoci magari a chi era là da più tempo. Una volta raggiunto l’obiettivo (premetto che mi sono pagata io le ritenute e tutto quanto e ho lavorato gratis per più di tre anni) e quando ho chiesto di avere almeno un rimborso spese, l’editore mi ha detto che se volevo restare gratis andava bene, altrimenti se me ne andavo lui mi avrebbe rimpiazzato con un altro aspirante pubblicista. Io restai per un po’ poi me ne andai. Ora faccio un altro lavoro ma vorrei poter fare la giornalista. Sapete quante volte ho visto giornalisti veri con tanto di tesserini venire a chiedere di lavorare e poi andarsene perchè non pagati??? Ora, quando Alessia Cannizzaro parla di concorrenza sleale non ne ha torto. Perchè finchè diventare pubblicista sarà la scorciatoia più facile per diventare giornalista e ci saranno ragazzini che come avete detto nell’altro post, scriveranno gratis per farsi leggere dal nonno, che speranza c’è per l’intera categoria? Quanti colleghi riescono ad avere un contrattino di sostituzione ferie se òle redazioni sono piene di aspiranti pubblicisti, stagisti e gente che lavora gratis? Io che speranze ho, ora che sono pubblicista a tutti gli effetti di lavorare in questo mondo? Nessuna.
      Caro Carlo M. un editore una buona penna non se la tiene e ti spiego perchè. Loro guadagnano con le pubblicità, i giornalisti invece sono spese. In una città come Palermo le pubblicità scarseggiano, ma i giornalisti sempre li devi pagare… Te l’ho detto, loro tengono al profitto proprio perchè editori. La qualità non interessa, serve un contenitore per la pubblicità, comunque esso sia.
      Finchè ci sarà la regola del tesserino che non si nega a nessuno (vero) le cose non cambieranno mai. E ben venga una ventata di aria fresca, qualcuno con delle idee (condivisibili o meno, non importa, anzi meglio se si apre un dibattito construttivo e non sterile come alla fine è successo nell’altro post). Volevo commentare anche nel post di Alessia, ma visto il tenore dei commenti ho evitato. Mi auguro che qui si apra un dibattito vero.

    5. I pubblicisti esistono per dare un senso all’esistenza dell’Ordine dei giornalisti. Siccome per essere professionista devi essere capace di guadagnarti da vivere solo grazie alla tua penna (tastiera, ormai), se non ci riesci… puoi fare il pubblicista.
      E siccome poi non viene tenuto in nessun conto cosa hai scritto per ottenere il tesserino (e quindi per poter poi accedere all’esame di stato per l’Ordine), che tu abbia scritto di economia, politica, gossip o cucina, ecco che la possibile platea si allarga a dismisura.
      Tutti possono essere pubblicisti.
      Pochi possono essere giornalisti. Perché pochi possono campare solo con gli articoli che scrivono. Quando poi i giornali gli articoli te li pagano cifre spropositate come 4 euro a pezzo, se ti va bene.

    6. caro roberto, anch’io sono un pubblicista e la questione è un po’ diversa da come la descrivi. ho lavorato e lavoro a gratis o con compensi assolutamente ridicoli. a differenza di quello che dici la vera questione è da affrontare dalla parte degli editori, a cui sta bene che ci facciamo la guerra tra poveri, perché gli editori è questo che vogliono. pensiamo invece a imporre a questi ultimi di pagare il dovuto a tutti, professionisti e pubblicisti. il pubblicista è vero che prevalentemente fa altro, ma spesso è l’unica (o una delle poche) fonte per un giornale, mentre ormai spesso i professionisti si sono “imborghesiti” raccogliendo le notizie non più per strada ma seduti comodamente al desk, scopiazzando i lanci ed i siti web (non dirmi che non è così, perché è vero). vogliamo essere rivoluzionari? aboliamo l’ordine. con i social network che senso ha?

    7. Sono d’accordo con Isaia e cirolaw. La questione è questa: o aboliamo l’ordine o eliminiamo la distinzione e allora sì che forse qualcosa potrà cambiare. E poi è fin troppo facile diventare pubblicista, specie se hai “amicizie”. io vorrei diventare professionista, ma se all’atto pratico non c’è differenza, e non troverò nessuno che mi farà un contratto da praticante (visto che lì i soldi dovrebbero uscirli davvero) che posso fare? resto pubblicista e mi cerco un altro lavoro. Pensiamo per un attimo ai professionisti, che non solo non possono fare un altro lavoro, ma non possono campare neanche con quello che dovrebbe essere il proprio…
      A proposito, invito i colleghi pubblicisti che non fanno altro che chiamare per essere votati, di spiegarmi anche perchè vogliono il voto. Perchè non buttano giù due righe di programma??? è così difficile??? Almeno se devo votare voto non perchè il tuo nome mi piace, ma perchè condivido le tue idee.

    8. Nei commenti ho finalmente letto ottime osservazioni. Io non sono mai andata contro i pubblicisti, ma contro un sistema che sfrutta l’anello debole, quelli che farebbero di tutto per un tesserino.
      Io sono stata stagista, non potrei mai negarlo, e proprio quasi esclusivamente nei mesi estivi. Ora, non si spiega perchè (è detto ovviamente in senso ironico, perchè le motivazioni sono chiarissime) non è più possibile prendere stagisti durante i mesi estivi. Quando ero io l’anello debole, sentivo i colleghi più grandi lamentarsi e prendersela proprio con me, come se fossi io ad aver deciso di invadere la redazione in estate (quando in realtà avrei voluto andare a mare come tutti i miei coetanei) e si lamentavano con me che per colpa degli stagisti non si facevano più contratti di sostituzione ferie. Poi qualcuno si rese conto che questo sistema non faceva altro che complicare ancora di più la già triste situazione dei colleghi e mise una nuova regola. Ricordo che nella redazione dove lavoravo fino a qualche mese fa, in estate c’erano solo stagisti e aspiranti pubblicisti (i contrattualizzati giornalisti, solo due, erano in ferie quasi contemporaneamente, vista l’assenza di un vero direttore in grado di coordinare la redazione). E in quei mesi chi li controllava? Chi li aiutava, insegnando loro cosa fare? Nessuno. Ora, anche un bambino si renderebbe conto che questo sistema faceva e fa acqua da tutte le parti (perchè nella realtà non è mai cambiato). Ma, ripeto anche in questa sede, il lavoro dei ragazzi va sempre tutelato, loro non hanno colpa. Sono gli editori che dovrebbero imparare a rispettare il lavoro di tutti ed evitare lo sfruttamento per ottenere i massimi profitti (a scapito ovviamente della qualità dell’informazione prodotta).
      Ti ringrazio Roberto per aver puntualizzato un aspetto su cui mi ero ripromessa di tornare, proprio perchè avevo notato che aveva destato un po’ di dubbi e perplessità. Ecco, questo era il tipo di dialogo che auspicavo. Un confronto aperto e diretto. E per questo non posso che essertene grata.
      Durante l’ultimo congresso del sindacato feci una riflessione: perchè non abolire una volta e per tutte la distinzione (solo sulla carta) tra pubblicisti e professionisti e mettere regole uniche per l’accesso alla professione? Non importa se tramite la laurea, un praticantato a tutti gli effetti all’interno di redazioni, o dopo il superamento di un esame a Roma o nella propria città. Basta che ci siano criteri unici e validi per tutti. La lotta tra pubblicisti e professionisti ora come ora non fa bene a nessuna delle due parti. Se la categoria fosse unita forse sarebbe un bene per l’intero sistema “informazione”.
      Tu scrivi: “Quella giornalistica, ad oggi, è una professione anomala, perché contempla la presenza, nello stesso albo, di soggetti che non seguono il medesimo percorso di formazione. Sessanta articoli in due anni sono sufficienti per ottenere un tesserino da pubblicista, non per diventare un giornalista. Chi si fiderebbe di un medico, un ingegnere o un architetto a mezzo servizio? Nessuno. Lo stesso principio dovrebbe valere per il giornalismo, ma difficilmente troverà mai attuazione, dal momento che l’esistenza dell’elenco dei pubblicisti contribuisce in modo sostanziale a mantenere in piedi il sistema”.
      Non posso che essere d’accordo, è quello che sostengo da sempre. E ti dirò di più: una collega pubblicista ha più volte proposto l’idea di prevedere una sorta di sanatoria pensata proprio per tutti quei pubblicisti che non hanno un altro lavoro e quindi si occupano di giornalismo a tempo pieno, svolgendo di fatto un’attività da professionista. Lei propone di dare una scadenza di sei mesi, o un anno, per permettere a tutti questi colleghi di prepararsi all’esame di Stato e diventare professionisti una volta per tutte, visto che poi è quello che di fatto sono.
      Non si può andare avanti a forza di anomalie…

      (Apro una piccola parentesi, tanto per chiarire: l’esame di Stato non si fa più con la macchina da scrivere ma con i pc portatili. Mi pare di aver letto un commento su questa cosa, nell’altro post).

    9. Laura la tua descrizione mi convince ancora di più (se mai ce ne fosse stato bisogno) che l’unico modo per poter ambire a diventare giornalista professionista è conseguire una laurea in giornalismo. I professionisti di altri settori che vorrebbero scrivere di argomenti inerenti la loro professione, potrebbero farlo tranquillamente in accordo con gli editori, anche perché la legge, la libertà di opinione, non la nega a nessuno.
      Solo i ragazzi che frequentano il corso di laurea in giornalismo dovrebbero essere abilitati a scrivere nelle testate giornalistiche in qualità di stagisti e per conseguire crediti formativi.
      Non mi sembra una riforma così rivoluzionaria.
      Che ne pensate?

    10. State sparando sul mucchio. Vorrei sentire da ognuno di voi delle scuse per tutti quei giornalisti pubblicisti (molti lo sono per scelta) che si fanno il culo ogni giorno e che spesso dimostrano di essere più bravi dei giornalisti professionisti. Da come avete parlato sembra che i giornalisti pubblicisti siano feccia e male dell’Italia. Invece la legge dice che l’unica differenza tra i giornalisti pubblicisti e i giornalisti professionisti è il fatto che la professione venga o non venga svolta come principale fonte di guadagno.

    11. Scusate,
      una semplice domanda da non giornalista:
      c’è qualcuno di voi, giornalista, che ha scritto o ha pensato di scrivere un articolo giornalistico su questi gravi malcostumi?

      Ottenere tutte queste informazioni sulla classe da un blog, vi giuro, è il massimo. Se non potete scrivere queste cose sul vostro giornale, siamo messi veramente male. Altro che “fin troppa libertà di stampa”.

      Ma la colpa, lo so, è di noi lettori. Fino a quando si venderanno giornali con lo stesso tenore insulso tanto popolare in TV, ci saranno insulsi articoli da 3 euro. Per la felicità degli editori naturalmente, e per l’infelicità di chi ha sofferto angherie per avere un tesserino, che alla fin fine non lo garantisce per niente.
      Si spiega così perchè “un tesserino non si nega a nessuno”. Ti do la patente, ma la macchina la porti come dico io e dove ti dico io, se non ti conviene scendi e continui a piedi.
      Spero solo che non dobbiate “svincolare” il cartellino a fine stagione calcistica.
      Ma non preoccupatevi, non siete il solo ambiente lavorativo in queste condizioni, ormai è la prassi. Si cammina in tanti per questo calvario, nessun problema di solitudine dunque.

      Sono d’accordo con Alessia (e Roberto), il problema è la qualità inesistente dell’informazione. A prescindere dal professionista pubblicista tesserato non tesserato stagista venditore di fumo al kilo.
      Sono d’accordo con Roberto (e Alessia), la colpa è solo degli editori imprenditori.
      Sono preoccupato: oltre al premier, anche voi, con le vostre lotte “intestine”, mettete in pericolo la vera e necessaria informazione.
      In attesa che troviate un accordo, ma anche dopo, terrò con cura il mio, per fortuna abbastanza nutrito, elenco di spacciatori di informazione affidabili.

      Un in bocca al lupo egoistico a tutti voi. Sieti anche i controllori del potere, non dimenticatelo.

    12. x Alessia: l’esame di Stato non si fa più con la macchina da scrivere dopo anni e anni di “Ma che vergogna, si fa ancora l’esame di Stato con la macchina da scrivere” (chiudo piccola parentesi).

    13. a questo punto sarebbe bello leggere un’ulteriore post di una “penna” affilata sullo stato del giornalismo oggi.
      come togliere il bavaglio ai giornalisti?
      come difenderli dalle querele?
      che ruolo ha oggi l’informazione?

    14. esiste ancora il giornalismo d’inchiesta e che spazio di libertà ha?
      e chi ha voglia di impelagarcisi, e a che prezzo?
      qui a furia di cavilli ed esperienze personali non se ne esce più, ci si avvita su se stessi e si rischia sempre di scadere nelle campagne elettorali, che escono dalla porta e rientrano dalla finestra.
      spero di aver fatto delle domande degne di risposte.

    15. Sempre la solita storia. Chi è niente difende il niente, chi è stagista difende l’essere stagista, chi è l’essere pubblicista difende l’essere pubblicista, chi è professionista difende l’essere professionista. E’ sempre stato così, sarà sempre così. Non vedo la novità. Solo che vorrei far notare che molto spesso niente – stagista – pubblicista -professionista è la trafila che hanno fatto un pò tutti (o meglio, quasi tutti). Dunque, evidentemente tutti (o meglio, quasi tutti) soffrono di evidenti vuoti di memoria:)

    16. Sono un pubblicista, ho scritto e scrivo per una testata nazionale, per un periodico regionale e per un giornale telematico. Ho al mio attivo centinaia di commenti, analisi, riflessioni, inchieste, molto apprezzati e commentati. Sono diventato pubblicista qualche anno addietro esibendo all’ordine centinaia di editoriali di prima pagina scritti sulla pagina siciliana di un quotidiano nazionale. Il problema è dunque chi fa il giornalista a tempo pieno e chi lo fa insieme a un’altra professione? Intanto c’è da dire che fare qualcos’altro mi ha dato la libertà di scrivere ciò che ho voluto, mentre invece i professionisti che devono difendere poche centinaia di euro al mese non sempre sono così autonomi. Poi, siamo onesti. Cosa vuol dire diventare professionisti quando si è dei perfetti sconosciuti nel mondo dell’informazione palermitana e siciliana, e si possono solo annoverare tanti piccoli pezzi che informano di sagre paesani e affini? Allora, ponetevi la domanda. Ci si può fidare di più di un pubblicista che ha scritto, per anni, cose importanti su testate di rilievo, oppure di un professionista che ha scritto cose che non ha letto nessuno o che riguardano piccole notizie semplicemente informative? Insomma, si può diventare gionalisti, professionisti o pubblicisti è secondario, senza avere nel proprio carniere delle inchieste, delle analisi, senza aver seguito importanti fatti di cronaca. Si, va bene, facciamo allora un unico elenco, ma non affolliamolo troppo, si faccia una selezione severa. Poi vedremo se in quell’unico elenco ho più diritto di esserci io oppure il ragazzino che si è ubriacato di redazione e in dieci anni non ha saputo fare neanche il 10 per cento di ciò che ho fatto io.

    17. @Seat dice: “Sono diventato pubblicista qualche anno addietro esibendo all’ordine centinaia di editoriali di prima pagina scritti sulla pagina siciliana di un quotidiano nazionale”. Editoriali? Eri il direttore? Sai qual’è la differenza tra editoriale o fondo? Poi chi sei…Sergio Zavoli che scrivi editoriali su un quotidiano nazionale?

    18. Come diceva mia nonna: chi si loda si sbroda. Attento Seat, che quello che ha scritto sa più di bufala che di realtà. Dice bene il Becchino quando afferma che c’è una bella differenza tra fondo ed editoriale… e la so pure io, pensa un po’… tu Indro Montanelli dei poveri non la sai???
      Comunque ho appena visto che il mio commento è diventato un post su Livesicilia. Forse ci voleva la candidatura di Alessia Cannizzaro per far smuovere le cose…
      ps: Roberto, ti sei eclissato? lanci la pietra e nascondi il braccio?

    19. seat si sarà pure imbrodato e dei passagi del suo intervento destano dubbi, altri dovrebbero destare serie riflessioni. si può definire giornalista chi scrive tutta la vita di sagre paesane o gira notizie delle agenzie di stampa?
      io lo chiamerei passacarte, o direttore del traffico.

    20. *passaggi

    21. Ciao Laura,

      non sono sparito. Sto seguendo con grande interesse il dibattito che si sta creando intorno al mio post. A bocce ferme dirò nuovamente la mia, anzi, se Rosalio sarà così gentile da ospitare un nuovo contributo non mi tirerò indietro… 🙂

    22. a bocce ferme mi sa un po’ di democristiano, comunque, contento tu….
      comincio a pensare che sono beghe di orticello di addetti ai lavori che non mi riguardano come lettrice.
      vatantonio!

    23. Roberto, ho letto con interesse il tuo intervento, trovandone aspetti condivisibili. Ma qualcosa non mi convince. Lo dico, come sai bene, da pubblicista. Tu difendi giustamente gli stagisti, ma allo stesso tempo vorresti mettere in discussione l’esistenza dei pubblicisti. Punti il dito contro gli “editori furbi” che sfruttano i “giornalisti di domani” (riferendoti agli stagisti). Bene, ma dal momento che anche i pubblicisti vengono abbondantemente sfruttati da “editori furbi”, non capisco qual’è la loro colpa. Al contrario, dovrebbero forse essere più tutelati.
      E’ fuori discussione che la prassi del “tesserino per tutti” rischia di mettere in discussione la credibilità dell’Ordine stesso. Così come è vero che non bastano sessanta articoli in due anni a fare un giornalista. Ma questo, a mio parere, non è sufficiente a mettere in discussione un’intera categoria di giornalisti. Ci sono pubblicisti che tengono in piedi redazioni, sottopagati, e rendendo meglio di tanti professionisti. Poi oggi chi assume giornalisti contrattualizzando la loro posizione lavorativa? Senza contare che tantissimi professionisti sono stati prima anche pubblicisti, facendosi “le ossa” a costo zero. Insomma, come è stato scritto da qualcuno, tutto questo rischia di diventare la solita guerra tra poveri, mentre gli editori si leccano i baffi. Purtroppo fare il giornalista “a tempo pieno” è un lusso che in pochi si possono permettere.

    24. a che ora è la ricreazione?

    25. Caro Giulio,

      anche se nessuno, a parte te, capirà questa premessa, vorrei che leggessi queste mie parole come se a pronunciarle fosse il nostro comune amico Claudio.
      Detto ciò, passo ad alcune riflessioni che prendono spunto dal tuo commento. Il mio post è volutamente provocatorio. Inutile dire che sono pienamente d’accordo con te quando scrivi che ci sono pubblicisti che rendono meglio di tanti professionisti. Il mio intento, tuttavia, è quello di puntare l’attenzione su un preciso aspetto: l’anomalia rappresentata dalla professione giornalistica, che, a differenza di tutte le altre professioni intellettuali, non prevede un canale unico d’accesso. Questa molteplicità di strade possibili fa sì che gli editori abbiano perennemente a disposizione un’abbondante manovalanza a basso costo da cui attingere, per lo più costituita da aspiranti pubblicisti e, in misura minore, dagli stagisti delle scuole di giornalismo. C’è, però, una significativa differenza: gli stagisti, come scrivo nel post, operano alla luce del sole (hanno lo status di praticanti e sono assunti con veri e propri contratti, seppur temporanei, che prevedono oneri e onori), mentre gli aspiranti pubblicisti, sconosciuti all’Ordine dei giornalisti, operano nella terra di nessuno e costituiscono bocconi prelibati per le iene di turno. Questa differenza sostanziale crea uno squilibrio a mio avviso nocivo per l’intera categoria.
      Veniamo ai giornalisti “tesserati”, professionisti e pubblicisti. Proviamo a chiarire un punto. Perché si diventa giornalisti professionisti? La risposta è sempre la stessa: perché si ha la convinzione di potere e volere vivere di giornalismo. Perché si diventa pubblicisti? Le risposte, in questo caso, possono essere diverse. Si può diventare pubblicisti per necessità (perché non si ha avuto la possibilità di effettuare un praticantato giornalistico) o per scelta (perché al contempo si svolge un altro lavoro). Un fatto è comunque certo: il pubblicista non ha il vincolo dell’esclusiva. Ora, al netto dei singoli casi – ogni storia è diversa dall’altra – chi ha in genere più interesse, tra un professionista e un pubblicista, a far valere i propri diritti davanti a un editore? Probabilmente chi di giornalismo, e solo di quello, deve vivere. Un editore sa bene che un professionista è assai più motivato, per esempio, ad intentare una vertenza in caso di abusi o violazioni della legge.
      Conosco diversi colleghi, professionisti di grandissimo spessore, che si sono visti scavalcare da ragazzi non ancora pubblicisti, non certo per ragioni di merito, quanto di convenienza per gli editori. Mi riferisco a questo quando parlo di “concorrenza sleale”. Tutto ciò, purtroppo, accade e continuerà ad accadere finché non verranno fissate (e rispettate) regole universali. Un unico percorso di accesso alla professione, un unico elenco all’interno dell’albo, a mio avviso, darebbero ai giornalisti maggiore potere contrattuale, che si tradurrebbe in un innalzamento del livello medio della qualità d’informazione.
      Questo è il messaggio che ho cercato di veicolare attraverso il mio post.

    26. Non mi sono affatto sbrodolato, ho scritto all’inizio del commento, che è tutto vero, che “ho al mio attivo centinaia di commenti, analisi, riflessioni, inchieste, molto apprezzati e commentati”. Scrivo per l’edizione regionale di un grande quotidiano, per un settimale a diffusione regionale e per un giornale online molto seguito. Ho utilizzato una sola volta il termine “editoriali”. Su questo si può discutere. Per vostra migliore conoscenza vi incollo la definizione presa da wikipedia “L’editoriale è un tipo di articolo giornalistico in cui vengono trattati temi di attualità di particolare rilevanza. Normalmente viene scritto da un giornalista molto esperto e conosciuto dal pubblico (una «grande firma»). Molti giornali hanno un nucleo fisso di editorialisti.Fino alla prima metà del secolo scorso poteva essere scritto dall’editore del giornale. Originariamente, infatti l’editoriale non era altro che la «lettera dell’editore» al pubblico, cui esponeva la linea “ufficiale” del giornale”. Come potete notare, il tipo di editoriale cui fanno riferimento alcuni commentatori si riferisce al secolo scorso. Forse è meglio aggiornarsi. Per il resto, comunque, a parte la querelle sul significato di editoriale, che può essere, anche, non esclusivamente, la linea del giornale scritta dal direttore, resta quello che ho scritto. E ripongo la domanda, a prescindere dal mio caso. Ammesso che si voglia fare un unico elenco di giornalisti, cosa su cui sono d’accordo, ha più leggittimità di esserci, dopo opportuni esami, che però devono essere più di una formalità,un gionalista che, pur facendo anche un altro mestiere, ha al suo attivo, per un decennio, centinaia di commenti, analisi, inchieste, opinioni su fatti di cronaca importanti, oppure chi ha scritto migliaia di avvisi per feste, sagre o quant’altro, e ha solo il vantaggio di svolgere questo lavoro come unico? A questa domanda, semplice, semplice, si può rispondere si o no? Non è difficile, basta avere qualche minuto di tempo.

    27. Concordo in pieno con quanto scritto da Roberto, perchè è quello che sostengo anch’io. Proprio per cercare di migliorare la situazione, ho deciso di rimboccarmi le maniche e scendere in campo. Non ho la presunzione di poter fare tutto da sola, anzi spero che il mio gesto serva da sprone per tutti.
      Non ritorno su quanto detto da Roberto, perchè non avrebbe senso ripetere due volte la stessa cosa.
      Ma vorrei puntualizzare un aspetto. Io sono una di quelle giornaliste che ha visuuto una situazione paradossale e che si è ribellata al sistema, con tanto di avvocati al seguito (Ordine e sindacato ahimè hanno fatto finta che non esistessi o per certi versi si sono schierati dalla parte dell’editore, per chissà quale tornaconto). Ho lottato da sola, quando tutti dicevano che era una guerra inutile e che non mi avrebbe portato a niente. Oggi, con il senno di poi, posso dire che io avevo ragione e loro torto. Premesso questo, è vero i professionisti sono più motivati a far valere i propri diritti, ma anche i pubblicisti (in 5 infatti hanno fatto vertenza sempre allo stesso editore). L’unico punto che va ancora una volta sottolineato è che mentre i pubblicisti possono fare altro (anzi dovrebbero pure fare altro) i professionisti non possono e devono vivere di giornalismo, avendo di fatto l’esclusività della professione. Ma se un pubblicista fa del suo mestire secondario (il giornalismo) la sua primaria fonte di guadagno, non è un’anomalia? Perchè non diventa professionista? (Non serve solo un contratto da praticante, oggi l’Ordine accetta anche il praticantato d’ufficio). L’esame di Stato è tutt’altro che facile. L’orale è sullo scibile umano… proprio perchè un giornalista deve essere prima di tutto informato.
      Ecco, qui rispondo a Seat (non sulla questione degli editoriali perchè visto che viviamo in un mondo anomalo, non mi stupirei nemmeno se leggessi un editoriale scritto dal mio portiere).
      Seat scrive: “ammesso che si voglia fare un unico elenco di giornalisti, cosa su cui sono d’accordo, ha più leggittimità di esserci, dopo opportuni esami, che però devono essere più di una formalità,un gionalista che, pur facendo anche un altro mestiere, ha al suo attivo, per un decennio, centinaia di commenti, analisi, inchieste, opinioni su fatti di cronaca importanti, oppure chi ha scritto migliaia di avvisi per feste, sagre o quant’altro, e ha solo il vantaggio di svolgere questo lavoro come unico? A questa domanda, semplice, semplice, si può rispondere si o no? Non è difficile, basta avere qualche minuto di tempo”.
      I professionisti, che poi si trovano loro malgrado a scrivere di sagre e feste di quartiere, pur avendo magari le capacità di fare altro, hanno già superato un esame la cui percentuale di riuscita non è così alta (al mio esame passò, se non ricordo male, il 48% dei partecipanti). Mettiamo alla prova anche gli altri? Non vedo perchè uno che ha un curriculum di tanto spessore non debba superare un esame… Seat, dimostra che non sto sbagliando. Se i tuoi editori non ti permettono di effettuare un praticantato posso aiutarti io a presentare la domanda. Così legittimerai il tuo ruolo di giornalista pubblicista a tempo pieno (di per sé un’anomalia). Che sia questa la strada per l’unificazione degli elenchi?

    28. Intanto non è vero che i professionisti devono vivere solo di giornalismo, c’è chi a questo abbina altre cose, come la produzione di libri, quelli che vendono, che certo bisogna saper scrivere. E con le sagre e affini mi sa che è un pò complicato. Il punto non è che chi scrive di sagre ha ormai il tesserino da professionista e buona notte al secchio e quindi io devo essere aiutato a diventare tale. Magari cominciando a scrivere di sagre pure io. Troppo semplice. Io dico la seguente: si depongano i tesserini da professionista e quelli da pubblicista. Si stabiliscono nuove regole, serie, stringenti, che misurino le qualità e non gli inutili pezzi di carta, tipo gli articoli in cui si dice quando comincia e finisce un concerto, le interviste televisive in cui si tiene solo il microfono o le collaborazioni a riviste o testate televisive che contano nel mondo del giornalismo quanto il due di coppe quando la briscola e a mazze, e si rivaluti tutto. Poi uno può fare anche un altro lavoro, ma anche più di un altro lavoro, perchè no, oltre il giornalista, conta quello che scrive, dove lo scrive e come lo scrive. E, se permettete, la rilevanza che ha, o non ha, nel mondo dell’informazione e della pubblica opinione. Perchè può capitare di inserire su google la ricerca di qualche professionista e non trovare niente, o quasi,che sia avvicinabile alla parola giornalismo. Allora forse è il caso di finirla con il giornalismo fatto di chiacchere e distintivo e passare a prassi e regole più serie. Io sono disposto, pur avendo dalla mia una produzione giornalistica di un certo spessore, qualitativo e quantitativo, a deporre la mia tessera di pubblicista. Vediamo se qualche professionista è disposto a farlo con la sua. In modo che si possa procedere, con nuove regole, a una selettiva, ma davvero, valutazione.

    29. Vi invito a essere rispettosi nei vostri commenti. Grazie.

    30. concorrenza sleale di chi????? di chi per entare nella casta chiusa, dopo aver studiato, lavora gratis??? che vergogna!

    31. Ho deciso di scrivere perchè alcune cose dette non mi sono piaciute. Sono giornalista pubblicista da due mesi dopo che negli ultimi due anni ho realizzato interviste, articoli, video e la vendita di spazi pubblicitari per la radio e per il sito per il quale lavoro. Sono appassionato di calcio e grazie a questo sono arrivato a fare il radiocronista di sport e l’opinionista televisivo. Il tesserino da pubblicista serve per avere rispetto ad altri, almeno un parziale riconoscimento.Che colpa ho io, se in Italia il mondo funziona male? Condonnate noi pubblicisti, quando in Italia, in tv e altrove fanno carriera personaggi (non tutti) come quelli del GF che manco sanno scrivere una frase con soggetto + predicato + complemento, condannate noi pubblicisti quando in politica abbiamo gente che non sa manco parlare la madre lingua. Mi faccio i complimenti da solo: in due anni solo grazie alla mia volontà sono riuscito ad arrivare in radio e in tv, togliendomi nunerose soddisfazioni e soprattuto rispetto ai GIORNALISTI, almeno io, mi “arrangio” a far tutto, se vado ad una conferenza, un evento o altro, da solo, ripeto da solo, preparo le domande, le faccio, scrivo il pezzo e faccio anche il video, il giornalista mia cara Alessia o Gesù o altri oggi come oggi deve saper fare di tutto anche perchè c’è crisi, ma sopratt. i datori di lavori, specie nelle realtà locali, non ti pagano e non ti fanno emergere, questo è lo SCHIFO DELLA NOSTRA REALTa’. Per tua informazione, il mio tesserino da pubblicista oltre a sudarmelo ho dovuto pagarlo ben 550 euro tra tasse esame e tutto. Ho reso l’idea? Grazie

    Lascia un commento (policy dei commenti)