mercoledì 24 gen
  • Una questione di punto di vista

    C’è caldo. Mi sento nudo con tutto questo spazio attorno che neanche vedo tanto è buio. Sento i rumori più strani. Uccelli che si lamentano, rumore di ali che sbattono l’aria, foglie mosse dal vento. Ho una paura della malora perché sono piccolo e i piccoli hanno sempre paura quando c’è troppo buio. E pensare che oggi pomeriggio ero felice perché non mi mancava niente. E i piccoli sono sempre felici quando non gli manca niente.
    Là dove abito si sta bene, sono tutti gentili e ai piccoli non fanno mai mancare qualche caramellina. C’è un posto, a casa mia, con un albero altissimo sulla cima di una collinetta. Tutti lo chiamano Pino. E il gioco, coi miei fratelli e con gli altri amici, è a chi arriva prima a mordere la corteccia dell’albero. Lo chiamano giocare a “mordilegno”. Quando piove è ancora più divertente perché sull’erba scivoliamo all’indietro e ci inzaccheriamo tutti. Che casino facciamo. E che risate. Ma adesso non piove e la terra è asciutta, dura. L’erba sembra fatta di spilli che la trafiggono. Ma noi sappiamo correre e arrivare all’albero. E poi Gnamm! Sentire i denti che affondano nella corteccia e staccarne un pezzetto per masticarlo come si fa con le carrube.
    La mamma ci rimprovera sempre. Dice che ogni tanto c’è la dottoressa degli alberi che fa un giro e se si accorge che prendiamo Pino a morsi sono guai per tutti perché magari poi non ci fanno entrare più.
    La sera ci portano da mangiare cose buone e poi la mamma si mette a cantare e noi piccoli ci addormentiamo.
    L’altro giorno viene uno tutto serio e comincia a guardare me e i miei amici. Prima Vicio, che pare uno grande, poi Tonio che pure lui… Poi punta un dito su di me e lo sento che dice: “Pigghia a chistu ca è perfetto”. Ma perfetto per cosa?
    Manco ha finito di parlare che due mi afferrano e mi cafuddano dentro un sacco. E io grido: mamma, mi stanno ammazzando. E sento la mamma che corre verso i due tipi ma non vedo niente da dentro il sacco. Sento solo che mi portano via veloce.
    Passano le ore e io sono sempre dentro il sacco. Ho fame, ho sete, sento caldo. Voglio la mia mamma. Poi mi prendono, mi tirano fuori dal sacco e mi ritrovo in una gabbia piccola che ci andiamo a stento io, una ciotola d’acqua e una di cibo. Ho troppa sete, prosciugo la ciotola d’acqua mentre i due tipi ancora mi guardano. Sento uno che dice: “Mischino, era morto di sete. Va pigghiacci natrant’icchia r’acqua”. Mi riempiono di nuovo la ciotola mentre sto mangiando. Faccio aria di stomaco, loro ridono.
    Adesso mi guardo in giro, vedo dove sono. La gabbia ha una specie di porta tenuta chiusa da un ferro ed è posata a terra dentro una specie di recinto con una porta che si apre come una saracinesca.
    “È troppo nicu, secondo me. Chidda manco lo vede. Altro che trappola. Ci dovevano mettere un armalo che quella ci doveva combattere. Se ci viene troppo facile non c’è prio”.
    Ma quella chi, benedettiddio?? Che cosa sta succedendo qui. Nessuno mi dice niente e i due se ne vanno proprio mentre il sole sta tramontando dietro San Martino delle Scale. Un merlo atterra nello spazio attorno alla gabbia dove sono io. Saltella e fischia che pare un pontoniere in una zona rimozione. Si avvicina. “Ciao Merlo”. gli dico, perché la mamma mi ha detto sempre che salutare è educazione. Lui mi fa: “Ciao piccolo, che ci fai laddentro? E pure tutto solo?”.
    “Non lo so merlo”, gli rispondo, “Mi hanno messo qui e se ne sono andati. Tu sai niente?”
    “Forse è per la pantera”
    “La pantera? Un gatto grosso grosso e nero nero?”
    “Si, proprio. Dice che scappò e ora è piedi piedi in questa zona”
    “Ma perché qua pantere ci sono? Ho sentito di gatti, cani, uccelli pure come a te. Ma pantere proprio…”
    “Altro che. Qui c’è gente che nei villini tiene leoni, struzzi. Perfino coccodrilli. Per non parlare del fatto che dentro hanno serpenti, lucertoloni che fanno spavento. Vuol dire che qualcuno aveva una pantera e che è scappata”
    “Scusa merlo, ma secondo te, io che c’entro?”
    “Come che c’entri? Allora non capisci niente… Tu sei un’esca”
    “Un esca? E che viene a dire”
    “Viene a dire che la pantera sente il tuo odore, viene, afferra la porta della gabbietta per prenderti ma appena la apre, si chiude quella della gabbia grande ed è fottuta. Ma tu pure”.
    “Perché?”
    “Perché per un pronto accomodo quella ti ammucca come una polpettina. Sei un porcellino, amico mio. Nato per essere cibo”
    “Io voglio la mia mamma…”
    “Mi dispiace piccolo, io non posso fare niente per te”
    “Sì, puoi. Vola dalla mia mamma così almeno sa dove sono e mi viene a liberare”
    “Va bene. In bocca al lupo.. Ehmm… cioè, volevo dire… si insomma mi raccomando, occhio vivo”
    “Vola merlo, fai presto”
    Il merlo volò e la tenebra si distese sulla grande gabbia come il telo scuro di un fotografo con la macchina a treppiedi. E da quel momento per il piccolo fu come se la natura avesse messo l’amplificatore a tutte le sue cose. Si poteva sentire il rumore dell’erba che cresceva, dei petali dei fiori che si chiudevano in attesa del mattino successivo. In compenso tacquero le cicale ma si poteva cogliere la pesantezza del loro respiro. Ogni tanto c’era un sibilo di zanzara o un battere di ali di pipistrello e il sibilo di zanzara non c’era più. Ogni tanto sentiva la serpentina di un verme in mezzo all’erba, poi la picchiata di un barbagianni. Insomma, era ora di cena anche lì. Si vabbe’, ma stavolta lui era il cibo.
    Non la sentì arrivare. Era troppo impegnato ad avere paura. Ma quando, tremando, si concentrò sul buio vide subito un bagliore di occhi felini, gialli come i fanali delle auto. La pantera era arrivata coi suoi due occhi fiammeggianti e per lui era finita. Due? Ma no, non erano due. Lui ne vedeva quattro, due grandi e due piccoli.
    Quelli più grandi si fecero più vicini. Vide il testone, i lunghi baffi, lo raggiunse l’alito caldo delle narici perfette. “Chi sei tu?”
    “Sono porcello”
    “Io pantera”
    “Lo so. E ora mi mangi”
    “Sì”
    “Per forza?”
    “Siamo due”
    “Come due?”
    “Rina, vieni, fatti vedere. Ecco, sono con mia figlia Rina. Ha fame”
    “Ma non potete mangiare un po’ di ghiande? Parola mia, sono buonissime”
    “Porcello noi non mangiamo erba. Noi siamo carnivori”
    “Be’ dovreste provare, una volta ogni tanto. Le ghiande sono buone. Le pannocchie sono buone, le patate sono buone, le mele ottime. Carne, carne, sempre carne… e che diamine un po’ di variazioni…”
    “Stiamo perdendo tempo, preparati”
    Nel frattempo Rina si fece più vicina.
    “Ma tu ti chiami proprio porcello?”
    “Sì, perché?”
    “È un nome buffo”
    “Il tuo invece…Pante Rina. E quando sarai grande? Pante Rona? Ma dai…”
    “Sei antipatico. Ma sei carino con quel nasone. Fai pure un buon odore.
    “Ah sì? E di cosa?”
    “Di carne fresca”
    “Mi mangerai?”
    “Si porcello. È la natura. Senza offesa. Tu glielo chiedi mai alla ghianda se vuole essere mangiata? Magari pure quella è una madre di famiglia…”
    La madre la spostò spingendola col testone.
    “Avanti, sbrighiamoci”
    “Aspetta!” disse il porcello, “Fossi in te non aprirei quella gabbia”.
    “Ne abbiamo già parlato, porcello. Ne abbiamo già parlato. Ora mettiti tranquillo e lasciati mangiare che se resisti i muscoli si tendono e poi hai cattivo sapore”
    “No no, pantera. Se apri la porta della mia gabbia, si chiude quella grande e tu sei fregata. Ti catturano e poi magari ti vendono a uno zoo dove devi fare la faccia feroce a quattro stronzi di ragazzini pacchioni della scuola media con la maestra che ci dice: guardate che potenza virile, che muscolo, e che zampone uhmmmm. Vuoi fare questa fine?”
    “Mi stai imbrogliando. Sei furbo porcellino ma è un imbroglio”
    “Ti giuro che non è così e ti devi fidare”
    “No che non mi fido…Si è mai visto un porcello che imbroglia una pantera?
    “Ok, apri allora e facciamola finita”
    “Aspetta mammina”, disse Rina. “E se avesse ragione?”
    La pantera esitò
    “Porcello noi abbiamo fame e questo è un fatto”
    “Dovete scegliere: o mangiate e vi fottono o digiunate e siete ancora libere. Io non ho niente da perdere. Come diceva Rina, a noi ci campano per diventare braciole. Voi nascete libere”.
    La storia non è ancora finita. La pantera è ancora libera e porcello viene portato ogni notte nella gabbia. Solo che ormai se la dorme beato perché ha capito che le pantere hanno scelto. Ma nel grande rumore della vicenda ho solo voluto dare voce al più inascoltato, il porcello. In fondo è una questione di punti di vista.

    Palermo
  • 8 commenti a “Una questione di punto di vista”

    1. Facciamo tutti il tifo per la pantera e anche per il porcello!

    2. bravo Billi !

    3. billi, splendida.

    4. e comunque all’idiozia umana non c’è rimedio.
      questa povera pantera sarà cresciuta in cattività, e quindi non si sarà mai cibata di bestie vive.
      povera lei e povero il maialino in balia della nostra ignoranza e presunzione di onnipotenza.

    5. Stalker hai perfettamente ragione…povera pantera e povero maialino…Nonostante i movimenti dell’ail il corpo forestale continua a tenere come esca il maialino…Comunque credo che la vera bestia sia il padronen VIGLIACCO…Metterei lui come esca…Spero che qual’ora dovessero ritrovarla non le facciano del male…!!!

    6. Nota…Scusare VOLEVO SCRIVERE LAV non ail

    7. A mio parere la pantera ormai sarà senza forze ad elemosinare cibo… probabilmente morirà di stenti sparendo per sempre nell’ombra senza che nessuno mai riuscirà a trovarla… Per riprendere il testo… almeno morirà libera come è giusto che sia… Ma l’uomo non impara nulla, continua ad approfittare della natura senza ritegno, stiamo distruggendo il mondo, lo stesso mondo che ogni giorno ci regala l’alba e il tramonto, il mondo che ci regala il fischettìo degli uccellini al mattino, lo stesso mondo che ci regala lo scondinzolìo di un cane, le fusa di un gatto… Lo stesso mondo che ci dà aria per respirare e gioia di vivere…

    8. Semplice e geniale: splendida!

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