mercoledì 24 gen
  • Zisa Football Club

    Noi che per decidere se era gol, palo o traversa ci bastavano tre minuti, un aggaddo e due boffe all’avversario. Altro che Rosetti, fuorigioco e giudici di linea. Noi che giocavamo in campi pieni di ciache puntute, pezzi di vetro, siringhe e il vero miracolo era che il tetano, il colera e qualche malattia risorta dal Medioevo manco ci davano del Vossia, noi che “campo indoor” era il marciapiede. Noi che attraversare la strada per andare allo spiazzo della via accanto era già partita in trasferta in terra aspra e con un tifo assordante contro, degli abitanti del luogo. Noi che volevamo chiamarci con nomi di squadre altisonanti, che magari provavamo a farci le maglie dello stesso colore e le compravamo al mercatino. Gialle. Noi che dopo la prima partita avevamo deciso che ci saremmo chiamati Ajax anche se eravamo gialli. Ma che dopo la seconda avevamo di nuovo le maglie con tutti gli spettri di colore sul giallo, tranne quello originale. Noi che certe partite sotto “le picage du soleil” di agosto alle due del pomeriggio le ricordiamo ancora come mitiche, estenuanti e bellissime. Noi che se ci proviamo adesso a fare una partita di calcetto, tutti vestiti con le divise da calcio griffate da fighetti, allo stesso orario degli stessi giorni, dopo un po’ cerchiamo un cono d’ombra per far riposare le panze da mulunari, pregando che questo supplizio, pantomima o che dir si voglia, finisca presto, giurando di non farlo mai più alla quarta extrasistole consecutiva. Noi che forse a quei tempi non sentivamo il caldo perché ci accompagnava la brezza della spensieratezza e la leggerezza dell’anima. Noi che il “grattò” di patate e “‘a pasta c’u fuirnu” nemmeno li sentivamo in digestione se ci citofonavano per “la spida a cu arriva primu a cento”. Noi che le partite finivano quando gli arbitri, travestiti da mamme incazzatissime, invece dei tre fischi ci davano trecento timpuluna, omologati dalla Fifa come “cutuliata ufficiale”. Noi che sentivamo un brivido, quando le stesse mamme ci urlavano dalla finestra di rientrare subito, altrimenti con la perizia di ortopedici di fama internazionale “nnì sbitavanu l’ossu r’u culu”. Noi che pregavamo che l’attaccante non fosse stato bocciato, altrimenti addio punta di diamante per il torneo di quartiere, altro che calciatore all’antidoping, le sanzioni erano cinghiate del padre a ripetizione. Noi che i portieri erano bravissimi, perché se era gol, la palla sbatteva violentemente sul cancello del pazzo che usciva col coltello con la frase originalissima da dire in coro all together: «Piccio’ ch’ama ‘a ffari? ‘U tagghiamu stu palluni?». Noi che non avevamo il pericolo di perdere l’udito con le vuvuzela, ma di sicuro a ghiucari mmienzu ‘a strata, rischiavamo il novanta per cento del nostro apparato muscolo-scheletrico qualora non avessimo schivato le autovetture che sfrecciavano attraverso il “campo di gioco”. Noi che la carambola al muro era degli scarsi, che ogni tre calci d’angolo un rigore, che nei giorni di magra senza tanti per giocare, al massimo si faceva una “porta romana”, che ancora adesso manco sappiamo picchì si chiamava accussì. Noi che tu non ci sei più perché il tuo marcatore più carogna te lo sparavi in vena già a quindici anni, noi che tu dovevi andare al provino al Como e ti sembrava la luna, ti sei cacato sotto e hai preferito una vita da commesso. Noi che “stasera non gioco, esco con la mia fidanzata”. Noi che tutto prima o poi doveva finire ed è finito, ma non lo sapevamo quel pomeriggio che ci siamo trovati quasi per caso in quello spiazzo. Noi che quel pomeriggio le ho squartate volentieri le mie scarpe bianche col baffo blu, che tutto erano fuorché da calcio e sull’asfalto. Noi che dopo anni lontano dal mio quartiere, dalla mia città e dalla mia vita di allora, sono tornato. Alla stesa ora di quel pomeriggio, mi sono messo su quel piazzale e ho preso una palla, calciandola contro una porta (il cancello di allora). Noi che la palla “s’arruccò”, scarso ero e scarso resto. Noi che mi mancate e vi porto dentro e sarà così ovunque siate, e qualunque fantasma vi si agiti dentro spero che un po’ riconosca i miei.

    Ospiti
  • 6 commenti a “Zisa Football Club”

    1. Noi che ci faremmo dare “trìpunta n’culu” per rivivere uno di quei pomeriggi compreso il ” appena vieni tò patri c’è ù riestu”.
      Bravo!

    2. noi che….. u palluni spesso era il motivo per il quale tanto avevi sperato che tuo padre ti comprasse, a rate, l’enciclopedia e relativo “omaggio”.
      Noi che….. enz, enz, (hands, fallo di mano) ma che all’epoca, picciriddri, non sapevamo nemmeno dove fosse l’Inghilterra.
      Noi che…. il portiere era sempre quello che non sapeva giocare a calcio.
      Noi che i pali della porta erano due balatuna posti ad una indefinibile distanta e la cui immaginaria altezza era commisurata a seconda della statura del portiere.
      Noi che pensiamo che quelli siano stati i momenti più belli della nostra vita e probabilmente è proprio così.

    3. quasi dimenticavo, noi che…. frichicchiu (palla contesa) altro che cenno d’intesa, la prendo io e la restituisco alla tua squadra, i carcagnati

    4. Noi che quando vedevano una signora anzianotta da lontano gli gridavamo “signò…. signò…..” e raccolta l’attenzione dell’ignara continuavamo… “SIGNO’ U’ PALIERMU!”… noi che quando un difensore intercettava una palla lo incitavano al grido “ARROCCA” e qualcuno ci rispondeva “MEZZOMORREALE”… e noi che… “nci su problemi?!” “i problemi a scuola!”

    5. linguaggio e regole di strada universali,tranne che da noi si arroccava a “muntipiddirinu”
      da non dimenticare il “simil dio”,il padrone del pallone,che aveva il diritto onnipotente di vita e di morte sulla partita e sulle formazioni!
      ps la negghia sempre in porta!

    6. Commovente. Bella descrizione e pure fedele.
      Ripeto la frase di Ninni: “Noi che pensiamo che quelli siano stati i momenti più belli della nostra vita e probabilmente è proprio così”.
      Ogni quartiere aveva il suo campo improvvisato; noi lo preferivamo ai campi regolamentari dove la domenica giocavamo le partite “ufficiali”, il nostro era il piazzale della scuola elementare lungo 80m. largo 40m. in leggero dislivello, “bricciolino” fino per terra, diverse generazioni c’erano passate, era il vero momento di aggregazione sociale di condivisione di amicizie ma pure rivalità, era la recita quotidiana, certe volte sottintesa, dell’esistenza collettiva e singola nello stesso tempo, episodi di vita e di rapporti non scritti – dalla penna perlomeno ! – ma ma più veri di qualsiasi scenario e dalla logica perfetta, insomma era inevitabile che esistesse, ogni giorno tutti i pomeriggi; quando lo chiusero ( la mia generazione aveva 18-19 anni quando chiusero il piazzale per ridarlo alla scuola ) fu la depressione collettiva, per noi fu la prima vera grande perdita della vita ( altro che fine di un amore adoloscenziale ! ), ancora oggi dopo qualche anno ( 😀 ) sento ancora la ferita della perdita per quello che rappresentava, dato che se ci penso lo faccio ancora con commozione, perché era la nostra vita di quartiere che finiva.

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