mercoledì 24 gen
  • Ma che ci faccio qui?

    È una domenica afosa, come quelle che solo questa città sa incollare addosso.

    Lui si muove lento accaldato nella strada con meno ombra di tutta Palermo: via Roma.

    Mentre attraversa la strada un pensiero lo colpisce: “…

    “No, nessun pensiero.”

    “Ho detto che nessun pensiero mi colpisce”.

    “Sì, dico proprio a Te, con la penna in mano, il PC, o come diavolo le scrivi queste cretinate. Io non ho proprio niente nella testa”.

    Ma che vuol dire?

    “Non fare il finto tonto, è inutile che ci provi: non penso, non collaboro. Cercati qualcun altro per le tue storielle”.

    Non capisco, ma cosa c’è che non va?

    “Non voglio che mi ambienti un’altra volta a Palermo”.

    Come no? Tu sei il protagonista della storia, devi essere siciliano!

    “Ma che ci faccio qui? Inventati qualcos’altro, un’idea diversa, qualcosa che interessi davvero qualcuno”.

    Ma io stavo giusto pensando a qualcosa di nuovo: c’era il carro di Santa Rosalia, la pantera, la…

    “…la disoccupazione, l’amministrazione, l’immondizia, eccetera eccetera. Sono cose già scritte cose già sentite ancora prima di averle lette”.

    Ma questa volta c’era una lamentela chiara e distinta.

    “E batti a mazze! Senti come parlo poi, sono già completamente intriso di questa vostra sicilitudine, ne sento la puzza addosso, mi sento il sale della terra, inizio a sentire la voglia di non cambiare”.

    E sentiamo, cosa vorresti essere?

    “Ma quello che ti pare, un riparatore di stuzzicadenti polacco, un assaggiatore di vernici per auto francese, un collezionista di pesce in busta norvegese, un lettone”.

    Solo un lettone?

    “Sì, solo un lettone, perché non posso essere solo un lettone? È un popolo nobile con un passato glorioso e turbolento”.

    Ma io non so niente della Lettonia, non saprei cosa scrivere.

    “Ma nessuno sa niente della Lettonia, scrivi quello che ti pare, tanto chi vuoi che se ne accorga?”.

    Non me la sento, facciamo così, dimmi come ti chiami?

    “Ma cosa ne so io di come mi chiamo? Sei Tu che scrivi! Io sono solo bloccato al centro di via Roma sotto il sole da cinque minuti e sarebbe anche il caso che tu mi spostassi da qui”.

    Hai ragione, faccio subito: Carmelo attraversa la strada e scende gli scalini della Vucciria e trova ristoro su due casse vuote di birra poggiate al muro.

    “Grazie”.

    Prego.

    “Così mi chiamo Carmelo? Bravo, bel nome nordico! Porto una croce al collo o sono uno di quei laureati che portano il nome del nonno e fanno cose, vedono gente…”.

    Pensavo più a un artista di strada.

    “Artista… A Palermo… D’estate… Me la sono scelta come meta o si tratta di una condanna? Senti lascia stare, tanto lo sai come va a finire, finisce che ci provo a fare qualcosa, ma senza neanche troppa convinzione e poi fallisco sommerso dal torpore di questa città”.

    Ma io potrei scriverti in maniera diversa, potrei farti convinto, appassionato, tenace.

    “Ma se lo hai detto tu stesso che non sai scrivere di cose che non conosci. Guardami sono seduto su due casse di birra all’ombra sotto gli scalini della Vucciria, sono l’immagine dell’immobilità, se passassi tra quattro ore e mi trovassi ancora qui non ci troveresti niente di strano, sono solo uno che sta pensando a dove fare l’aperitivo, e non so niente di niente di questo posto”.

    Ma Tu sei di Palermo. Tu devi sapere.

    “Ma quando mai, io non so niente del presente del passato e del futuro di questa città. Conosco solo un nome di chi ci governa, forse due, non ho la più pallida idea da chi sia composta la giunta comunale, non conosco le leggi che devono essere approvate e quelle che non dovrebbero essere approvate, durante la mia vita ho comprato più telefonini che quotidiani, sono convinto che i controllori sopra gli autobus siano residui del fascismo, non so a cosa sono serviti i quattro canti in passato e chi era il Basile, non so che dentro l’asilo Garibaldi c’è una camera dello scirocco, cerco soluzioni da persone di cui non mi fido, non denuncio l’illegale per una forma di correttezza che ha tutto l’aspetto e il sapore dell’omertà, mi convinco che la raccolta differenziata sia una limitazione alla mia libertà personale, voto una volta sì e l’altra no, non ho mai partecipato ad una manifestazione dove non ci fossero musica e divertimento, fumo due pacchetti di Marlboro al giorno e il posacenere della mia macchina è pulito e se qualcuno mi chiede di Portella della Ginestra rispondo che ho visto I cento passi”.

    Ma non può essere così.

    “Certo che è così! E alla fine andrà bene lo stesso, e se non sarà così me lo farò bastare”.

    “Cosa vuoi che faccia adesso?”.

    Ho avuto un idea, vediamo se ti piace: Carmelo seduto sulle casse guarda della carta straccia per terra, si tratta di un depliant informativo sulla guerra in Lettonia. – Ma c’è la guerra in Lettonia? Boh! – Una sensazione di rivolta lo agita, sente che deve fare qualcosa, sa che un paese da un passato così glorioso e turbolento non può essere abbandonato.

    “Si parte per la Lettonia! Evvai”.

    Corre a casa, infila qualcosa nello zaino, e 24 ore dopo si trova sotto il cielo di…

    Ospiti
  • 8 commenti a “Ma che ci faccio qui?”

    1. Quoto i due commenti di sopra e non aggiungo nulla.

    2. Adesso, ogni volta che passerò da via Roma all’altezza degli scalini che portano alla vucciria, penserò a Carmelo e mi sembrerà di vederlo nella sua immobilità. Molto bello.

    3. Bello davvero…Che ci fosse una camera dello scirocco dentro l’Asilo Garibaldi non lo sapevo

    4. COMPLIMENTI!!!!

    5. Avrei continuato a leggerlo!

    Lascia un commento (policy dei commenti)