domenica 20 ago
  • Il Maestro

    Mentre infuriano le polemiche sulla riforma della scuola e sulle rivendicazioni dei precari, mi vengono in mente ricordi ormai lontani nel tempo. Parafrasando una pubblicità TV, potrei dire che «la mia scuola era diversa». Ma tanto!

    Ricordo che nei corridoi della mia scuola elementare c’erano affissi dei manifesti raffiguranti un ragazzino mutilato, sorretto da stampelle, che invitava a non raccogliere da terra oggetti che potevano rivelarsi degli ordigni ed in classe avevo davvero un compagno con le stampelle, non per danni collaterali post-bellici, ma perché poliomielitico, malattia da cui, fino a qualche lustro fa, ci si vaccinava.

    Pensando alle elementari, ho un argomento con il quale mi è sempre facile stupire l’interlocutore: consiste nel chiedergli di indovinare quanti eravamo in classe. Vi risparmio i tentativi: 64! La scuola elementare statale “G. Mazzini” di Bari non era assolutamente una scuola con classi sovraffollate, tranne una: quella del Maestro Raffaele De Bellis. Ho avuto il privilegio di essere stato suo allievo nel triennio delle elementari (1964-67).

    Dovete immaginare un’aula più grande del normale, piena di ragazzini in grembiule nero, il fiocco bianco e l’anno in numeri romani cucito sul braccio (dalle rispettive madri). In cattedra, ma soprattutto tra i banchi, si aggirava un distinto signore in grisaglia, camicia bianca e cravatta nera, con dita annerite dal fumo di Nazionali senza filtro. Profilo, taglio dei capelli e baffetti rasi, mi avrebbero ricordato in seguito Benedetto Croce, il filosofo e storico le cui opere fecero la fortuna di una nota casa editrice della città.

    Una classe numerosa era essenziale per il suo metodo pedagogico: la classe doveva rappresentare, in piccolo, la stessa società. Avevamo un organo di autogoverno, i Giudici, e libere elezioni con tanto di comizi e – brevi – campagne elettorali. Ci correggevamo vicendevolmente i compiti in classe e il Maestro aggiungeva puntualmente un suo personale commento e confermava, nel caso, il voto. Ci conosceva bene, uno per uno, e assecondava e valorizzava la diversità della nostra crescita, sia fisica che psicologica. Ciascuno di noi gestiva per un giorno a turno la classe -si chiamava “Reggenza”- al posto dell’insegnante su un tema che concordava con lui e che veniva poi valutato da tutti gli altri. La lezione veniva registrata su di un nastro della “Geloso” e ne conservo ancora il mio. Grande era la cura per la proprietà di linguaggio: i muri non si “strisciano”, si “rasentano”; non ci si “arrabbia”, ci si “adira”, ecc. Il nostro linguaggio era così “risciacquato in Arno” che potevamo usare espressioni tipo “a guisa di” in sostituzione del più banale “come”. Il Maestro stimolava molto, con i mezzi di quei tempi, la nostra creatività, la nostra fantasia, il disegno. Faceva stampare in tipografia delle schede forate a righe con un riquadro per il proprio nome che venivano conservate in appositi raccoglitori ad anelli in uso nelle aziende. Conservo ancora il mio che, masochisticamente, ho fatto sfogliare ai miei figli. Uscivamo in fila per quattro e ci chiamavamo, roba da libro Cuore, “condiscepoli”.

    Lui, il Maestro, durante il fascismo, aveva insegnato in Libia per undici anni, fino alla cacciata degli italiani, quando perse ogni avere nel piroscafo affondato dagli alleati. Suoi alunni tripolitani divennero in seguito membri del Governo libico mentre lui, appena tornato in Italia, fu arruolato nel ’44! Aveva cinque figli ed è stato un monumento vivente di dignità, autorevolezza e consapevolezza del suo ruolo sociale, della professione che amava e che cercava di perfezionare sempre più, con grande umiltà. Il suo metodo pedagogico è stato unanimemente riconosciuto e premiato. Fu l’unico maestro elementare del suo tempo (e forse anche di oggi) chiamato ad essere membro di circoli, normalmente elitari, come il Rotary Club. Giunto in pensione come dipendente statale, da semplice insegnante, non fece carriera o -forse- non la volle fare, fu nominato direttore delle elementari del gesuitico “Istituto Di Cagno Abbrescia”, omologo del locale “Gonzaga”, finché ne ebbe le forze.

    Mi auguro che chi cerca stabilizzazioni nel pubblico impiego scolastico, lo faccia prima di tutto perché mosso da analoga motivazione: ho in seguito conosciuto, seguendo le vicende scolastiche dei miei figli, persino tre insegnanti per classe, qualcuno sicuramente più dotato di talento, ma nessuno, neanche lontanamente, paragonabile alla statura del mio Maestro e Dio solo sa di quanto ce ne sarebbe bisogno oggi!

    Palermo
  • 9 commenti a “Il Maestro”

    1. I bambini di oggi sono iper stimolati,classi come quelle descritte non potrebbero piu’ esistere.Certo l’amara considerazione e’ : qualcosa ci e’ sfuggito di mano,alcune cose non le sappiamo piu’ controllare ne’ guidare

    2. So che è troppo facile ma a parte dire che i tempi sono diversi, direi che la cosa che oggi c’è e prima mancava è la televisione. E berlusconi…

    3. Quanti bei ricordi risveglia dalla sua memoria, magari con un docente di minor levatura ma con simile spirito e voglia di insegnare ricambiato da noi alunni con una adeguata voglia di imparare e rispetto, reciproco.
      Per il resto c’e’ tutto, i grembiulini, i numeri romani, il compagno di classe poliomelitico, i manifesti che esortano a non raccogliere residuati bellici e le cartelle di cartone pressato.

      Ferma la mia convinzione che per fare scuola si deve essere in tre, docenti, discenti e genitori

      Candeloro
      Convitto Nazionale di Palermo 1963-1967

    4. Caro Donato, l’eccezionalità di cui tu scrivi non può essere un parametro, sarebbe come pretendere che tutti i ricercatori di fisica al CNR fossero come Enrico Fermi e tutti gli aspiranti medici come Cristian Barnard. La questione è come gestire l’ordinario, attraverso la qualificazione e la competenza delgi addetti e tutto questo a prescindere dalle personali motivazioni di ciascuno, sebbene queste devono esserci e devono essere supportate dal sistema quando ci sono. L’attuale sistema scolastico mantiene precari fino a grande età e non remunera adeguatamente il lavoro (i nostri maestri sono i peggio pagati d’Europa), tutto non invita certamente a creare competenze forti, se vogliamo non rafforza le eccellenze in potenza, trasformando il posso fisso nell’unica meta quando sarebbe il punto di partenza.
      Preferirei un sistema che garantisse i maestri e li licenziasse quando il loro rendimento non fosse adeguato. Scaricare il tutto solo sulla motivazione degli aspiranti maestri è, io temo, un pò pericoloso. Mi sento più in linea con la cnsiderazione di candeloro “per fare scuola occorre essere in tre, docenti, discenti e genitori” e ci agigungerei anche l’amministrazione pubblica che da le direttive, l’rientamento e risorse.

    5. L’obiettivo dovrebbe essere quello di assicurare ai ragazzi la migliore istruzione.
      Il che significa che la qualità dell’istruzione dovrebbe diventare una priorità nazionale, diversamente remunerata.
      Certo, l’istruzione dovrebbe coinvolgere pariteticamente genitori (per diritto/dovere naturale), insegnanti e alunni.
      Il ruolo dello Stato dovrebbe essere solo funzionale ad assicurare a tutti pari opportunità.
      Ma in una società a crescita zero, non ha senso moltiplicare gli insegnanti o gli insegnamenti più improbabili solo per rispondere ad un bisogno occupazionale.
      Laddove l’educazione è una priorità nazionale, i genitori si spostano anche di casa con l’obiettivo di assicurare ai loro figli le migliori scuole.
      Una maestra delle elementari di mio figlio ironizzava sul fatto che a 8 anni conoscesse la differenza tra azioni e obbligazioni (“in classe tiene lezioni di economia”). Certo è che oggi è il miglior studente del suo corso alla Bocconi e l’anno prossimo va a Princeton per un semestre di scambio. Grazie, oltre che alla sua dedizione agli studi, forse, anche perchè suo padre non lo ha mai portato allo stadio, ma, partendo da Paperon de’ Paperoni, gli ha spiegato il senso di ciò che leggeva su “Topolino”.
      Quello che volevo dire è che in questo contesto economico e sociale non bisogna solo fare rivendicazioni da LSU, ma anche capire se non sia il caso di valorizzare in altri campi la propria vocazione all’insegnamento, ad esempio nel settore del turismo culturale, dei beni culturali o della terza età: abbiamo ormai più ultrasessantenni che minorenni da istruire!

    6. Mi riferisco ad anni più recenti (1978 la prima elementare) e di certo non ricordo manifesti con bambini disabili. Ma ricordo il timore reverenziale per la maestra e la paura di portare a casa un rimprovero.
      Mio figlio giovedì comincerà la prima elementare (anzi, la prima primaria!!!) e ho deciso di affidarlo ad una scuola privata con il maestro unico e i quaderni piccoli (“quando finiscono la pagina in quei quadernoni, non dobbiamo stancarli troppo!!”: parole della maestra), dove ancora si insegna prima l’alfabeto e poi il resto.
      Ho dei nipoti più grandi e credo che il male stia spesso nei genitori, che sviliscono l’autorevolezza degli insegnanti per difendere e giustificare a tutti i costi i loro figli.
      Forse ci sono sempre stati i maestri bravi e quelli meno bravi, ma di certo anche noi genitori dovremmo fare un pò di autocritica evitando di addossare tutte le responsabilità e le colpe alla scuola.

    7. Donato, all’etè che avevo io da discente, nei tempi che tu evochi, posso dire non esistevano precari. Una discontinuità didtatica la ebbi per morte (fisica em definitiva ) di un ptofessore di fisica e, la seconda per entrata in pensionamento di un Prifessore di storia e filosofofia, sostituito da un insegnante cje dichiarazva che le interrogazioni di verifica erano una forma di violenza verso i discenti. Così, io me la cavai, portando come unica interrogazione delal materia, una sintesi critica del passaggio fra l’idealismo hegeliano ed il materialismo marxista. Pare sia andata bene, tutti i miei compagni di classe mi chiedevano con chi mai avessi studiato.Sorpresa! avevo studiato sui loro stessi testi. solo che o uno studia perché le cose gli servono, per l’interrogazione, magari ubno le cose le studia preché gli interessa capirne il senso. Diciamoche sposavo la seconda ipotesi.

      .

    8. Vogliamo parlare dei Presidi? Attualmente sono la ROVINA della scuola pubblica, e privata direi. Da quando sono Dirigenti Scolastici, la scuola è più un’azienda che un’istituzione: i genitori sono contenti perchè i figli vanno bene a scuola(…in ogni caso)? i voti sono alti? Allora sei un bravo insegnante…Cerchi di essere giusto e metti insufficiente a chi non studia? Sei troppo severo, non sai tirare fuori il meglio dal ragazzo.
      Le classi vengono fatte sulla preferenza dei genitori verso gli insegnanti. Nella mia scuola quest’anno i fascicoli degli alunni sono stati esaminati DOPO aver creato le classi, anzi, dopo che i genitori avevano creato le classi. Sono schifata!

    9. Buongiorno,
      sono un ingegnere barese di 60 anni.
      Ieri, percorrendo in pullman la mia città, ho scoperto l’intitolazione di una piazza al mio maestro delle elementari Raffaele De Bellis, col quale ho intrattenuto per anni un affettuoso rapporto epistolare. Conservo ancora oggi i miei quaderni delle elementari con le Sue riflessioni e la lettera che mi scrisse quando mi laureai in ingegneria nel lontano 1978. Mi piacerebbe mettermi in contatto con qualche suo ex alunno e venire in possesso di qualche suo scritto. Per questo motivo ho ricercato su internet qualche riferimento che lo ricordasse e ho trovato il Suo articolo. Tra l’altro ho saputo che anni fa è stato pubblicato un suo libro che parlava della sua esperienza scolastica, ma la casa editrice a cui mi sono rivolto non ha potuto fornirmelo.
      Ritengo che il triennio vissuto con lui (anni 1961 – 1963) sia stato particolare per tutta la mia classe, perchè vivemmo l’esperienza traumatica ma indimenticabile della morte del suo giovane figlio a cui era legatissimo.
      Nella speranza di un Suo gentile riscontro, La saluto cordialmente
      Giuseppe Marchese

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