lunedì 18 dic
  • Quaderno di Palermo 15

    Un sabato sera di un sorprendente o forse consuetudinario bell’autunno siciliano, in questa fine della prima decade del nuovo secolo che apparentemente – e diciamo anche sorprendentemente – prosegue, ancorché smarrito nella sua incertezza e nel suo sgomento.
    Sono al Capo, una sorta di grande villaggio all’interno dell’enorme paesone che in fondo è sempre stato Palermo. E da queste parti del territorio, ogni weekend dell’anno viene scandito dalla musica napoletana che attraverso il karaoke si spande per tutte le piazze e i vicoli e le case di questo quartiere così affascinante e così particolare, così come altri luoghi di questa macchia palermitana fatta da tanti e diversi e contraddittori strati. Il fatto è che nel nostro mondo globale, dove siamo ormai cacciati tutti, il fatto è che ancora mi colpisce il legame che c’è tra questa immemorabile canzone partenopea, nonostante si tratti in gran parte dell’interpretazione della gente del quartiere dei nuovi melodici, e le radici di un popolo e di una cultura ormai in via di estinzione, almeno in apparenza. Sorprende, oltre la melodia delle voci di alcuni interpreti, l’emozione che a volte queste canzoni così tascie e malfamate possono strappare dal cuore a uno straniero come me che ha anche i suoi pregiudizi, come tutti del resto. Ho detto “sorprende” per il loro valore e oserei dire anche per la loro qualità, ma altrettanto potrei aggiungere che mi stupisce non solo il rapporto che è stato creato tra questa musica e un certo livello culturale, economico e ideologico, ma pure il contrasto con l’altra musica rivolta allo stesso ceto di persone ma cantata in una lingua diversa, non siciliana, come è quella inglese e che da qualche tempo è diventata globale. Sì, ormai onnipresenti e tante volte pure tascissime, queste canzoni in inglese portano lo stampo del prestigio sfrenato, spregiudicato e mediatico che gode tutto quello che viene dagli Stati Uniti, compreso innanzitutto quel colonialismo capitalistico che come sappiamo bene tanti hanno detto o scritto e continueranno a criticare, cioè una maniera di vedere il mondo univoca, fiera, e in fondo impermeabile a tutte le altre, nonostante la patina di interculturalità e di modernità di cui si ricopre. Perciò tutto quello che non viene fagocitato da tale cultura, si direbbe non esistente o marginale o addirittura degradante. Sono consapevole che ormai è un’impresa impossibile vedere la canzone napoletana neomelodica per quello che è, cioè una maniera di guardare, di capire e perfino di rifiutare il mondo. Diciamo che è una maniera di interpretarlo non solo con una lingua e un sentimento più vicini a un siciliano, ma d’accordo con quello che è stato rappresentato per secoli da una comunità di persone che nella nostra società asettica, moralistica e perbenista non conta più nulla. Mi riferisco a una comunità fatta di cultura popolare e meridionale e che tante volte è stata interpretata non nel giusto senso. Comunque sia, vorrei soltanto ricordare che nella suddetta melodia di questa musica meridionale snobbata sia dai giovani pecorai e alla moda, sia dagli intellettuali senza memoria, in queste voci che provengono, con ogni probabilità, da persone rozze e ignare ma, con lo stesso diritto, umane e sensibili, uno s’imbatte in una dimensione che nasconde echi che presto smetteranno di appartenerci e che a stento cercano ancora una volta di ammaliarci.

    Parole.

    Ospiti
  • Un commento a “Quaderno di Palermo 15”

    1. sono perfettamente d’accrdo… solo una cosa: ci putissiru scoppiari i cassi ru stereo ra machina, quannu passanu a notte sutta a me casa!

    Lascia un commento (policy dei commenti)