martedì 17 ott
  • I milanesi hanno ucciso anche la domenica

    Sette giorni oggi, a quest’ora avrò già fatto colazione in spiaggia, nell’Isola triangolare con una bella brioche col gelato. Brioche! Non quel cornetto avvizzito che qui ne usurpa il nome.
    Partiamo proprio dal nome di questo diario milanese segue e completa a distanza di ben quattro anni, il diario uruguayano, la rubrica che tenevo su Gente d’Italia, un quotidiano per gli italiani all’estero che mi ha permesso di capire che il mondo non finiva a Palermo, in provincia del nulla.

    Dalla strummula alla pirla. Non giriamoci attorno, entrambe le parole, a millenovecento chilometri l’una dall’altra significano trottola.
    E da lì l’estensione di significato a questo punto si rischiara. La strummula e la pirla girano. Una all’ombra di Santa Rosalia, l’altra della Madonnina. Girano a vuoto, come capita spesso e volentieri con le estremità sferiche che gli uomini si portano dietro. Quindi il pirla è il minchione perché gira senza motivo, come la trottola.

    L’ho scoperto in redazione, ero lì, al mio pc a scrivere per l’ennesima volta “brandizzato”, chiedendomi anche stavolta senza risposta cosa m’aveva portato a scrivere di pubblicità e dorato mondo dell’advertising lì dove la nebbia ti si appiccica ai sogni e alle speranze, all’ombra della Madunina, a Milano. Il sole – sì c’è il sole anche a Milano, anche se sembra una prerogativa delle nostre latitudini – mi stava scaldando la mia bella cucuzza e mi scappò l’espressione: «Ma proprio ‘u strummuluni a me deve quariare sto sole?».

    Scandalo in redazione, tra milanesi, casalpusterlenghesi, varesotti e su di lì. Che cos’è la strummula? Le mie lezioni di vita e lingua siciliana hanno prodotto come unico risultato che io, che ero andato in Continente per imparare la loro lingua, son finito a dar lezioni, dalla A di afferracazzintallaria alla C di canazza, al momento.

    Sì, aver completato già tre lettere dell’alfabeto siciliano dopo quasi un anno, sono una piccola soddisfazione. Proprio non ci arrivano, non hanno il senso della “canazza”, non sanno che il passato remoto serve per cose successe dodici secondi fa. Aver il coraggio d’inseguir i propri sogni, anche a costa di ingoiare interi stagni di rospi, poi… Qui si barcamenano tra “ape” e “sbatti” e “ma dai!”. Spargendo un po’ d’inglisi a trapuntar concetti che girano sempre e soltanto a come uscir da questa crisi e aggangare un po’ di picciuli. Li sto educando, ma è sempre più difficile. Perché pure io sto incominciando a sentirmi in colpa il sabato mattina, dopo una settimana a inseguir interviste e intervistati lungo le tre linee della metro. Sì, quello che narra Teresa Mannino a Zelig è vero. Bastan un paio di settimane e se la metropolitana è in ritardo di due minuti e mezzo non sai più che fare. La vita può mai esaurirsi tra servizi efficienti, raccolta differenziata che funziona e lavoro? No, però aiuta.

    Ho seguito i post grafici che cercano di paragonare Milano a Palermo e viceversa. Non hanno riscosso il successo che meritano perché non si può ridurre tutto ad accostar due oggetti, come la brioche nostra e loro. Son due visioni del mondo diametralmente opposte, siam tolemaici contro copernicani, aristotelici contro platonici, palermitani contro catanesi! Sì, pure qua ne ho beccato uno, nel mio ufficio. Un catanese! Ma vi rendete conto? Uno si fa 1900 chilometri e se lo ritrova nella stessa stanza. Chiudo questa mia prima puntata rilanciando da queste colonne un pezzo che arrivò alla redazione di Pupi di Zuccaro, le cronache contro lo svanire che io e un paio di colleghi sicilianissimi curiamo sparsi per tutto il globo, dalla Città Eterna alla Polonia passando per Milano… L’autrice, Silvia B., barese, è arrivata nella città del Duomo un anno fa e traccia il suo bilancio. (qui il testo completo)

    «Quando hai tutto organizzato, 9:00 lavoro – pausa pranzo – lavoro – casa, e di nuovo domani, non c’è molto da scegliere. I milanesi non sanno cosa vuol dire scegliere. Se ne vanno nel pallone. Non lavoro. E ora? Il sabato milanese è un surrogato di domenica del sud, per quel senso di leggerezza che trascina con sé il primo giorno di festa dopo una settimana di lavoro. Il sabato a Milano si fa la spesa, si va in lavanderia, si fa shopping, la sera un “ape”.
    La domenica, bella domanda.

    La domenica non esiste.

    Per me, cresciuta al Sud, la domenica è sveglia, colazione in famiglia. Casa, messa, pranzo in famiglia. Pomeriggio in famiglia. Sera in famiglia. Con tutta la famiglia. Media: venti persone. Chi ha detto cosa a chi, quali sono le ultime novità, quale cugino ancora non si è laureato e perché, come mai la zitella è ancora zitella, mangia che devi crescere, non alzarti da tavola se non hai finito, ma quand’è che ti fidanzi così ti sposi. Questa è la domenica.
    È quel legittimo perdere tempo, che qui è spreco. È quell’unico obiettivo di stare insieme. Tutti insieme, attorno a un tavolo, ad assorbire calorie a migliaia. Il senso della famiglia. Dell’unità.
    A Milano, i centri commerciali la domenica sono tutti pieni. È lì che vanno le famiglie, a nuclei di quattro. Quando siamo in quattro “giù”, diciamo che “oggi stiamo soli”. Qui invece quattro è già gruppo, e il tempo lo si ammazza riscaldati dall’aria artificiale tra Motivi e Max&Co.

    Tante volte uno si ferma, e il significato di questa giostra gli sfugge. Qui manca il rumore del mare, il profumo dell’aria.
    Però c’è quella sera, magari verso maggio, quando non è ancora estate, e non è più inverno. Quella sera che la mattina hai fatto una conquista, che tutto il mondo gira con te, che tutti i link con gli universi paralleli di cui non capisci più la lingua ti hanno solo sorriso. Quella sera che non guardi l’orologio, che respiri più forte, che senti più profumo. Quella sera che non sai manco come sei arrivato davanti al Duomo, e la sua grandezza ti fa sentire così piccola e semplice. Quella sera con la testa leggera.
    E stai bene davvero».

    Palermo
  • 9 commenti a “I milanesi hanno ucciso anche la domenica”

    1. Complimenti Tonino e complimenti Silvia. Post da conservare

    2. Bravo Tonino, che Norman vegli sul tuo cammino.
      Claudio Zarcone

    3. Boh, forse non colgo il senso del pezzo, ma mi sembra che ciò che resti in testa dopo averlo letto sia (come spesso succede) l’immagine del palermitano brillante, fantasioso e dotato di sublime capacità di adattamento contrapposto al milanese stupido, bloccato nei suoi schemi mentali ed incapace di uscirne… non so se fosse il tuo intento porre le cose in questa maniera, ma secondo me (anch’io “emigrante”, anche se non a Milano… ma ho avuto l’opportunità di conoscere tanti milanesi) non è sempre così… ogni popolo, ogni città ha i suoi pregi ed i suoi difetti, Palermo non potrà mai essere sostituita nel cuore dei palermitani ma non credo sia necessario perpetrare un comparazione costante che riporti tutto ad un paragone che ha, come uno dei suoi termini, la “palermitanità” e tutto ciò che vive all’ombra della santuzza.
      Credo sia molto più efficace lodare Palermo senza necessariamente denigrare ciò che non appartiene a Palermo.

      PS lievemente diversa mi sembra invece la sfumatura delle parole di Silvia B.

    4. @Pietro
      Assolutamente no, lungi da me… Anzi, mi ci trovo così bene che ho preso qui la residenza.
      Semplice vita vissuta. Che ho voluto proprio controbilanciare con le note molto più profonde di Silvia. Infatti lei non è palermitana, è barese…
      I milanesi non sono affatto stupidi, ma più ci vivo più li apprezzo e meno li capisco.
      😀

    5. bah. solo mi chiedevo: perchè, a proposito di questo post, nessuno ‘invece’ ha lamentato il luogocomune e lo stereotipo imperante? bah.

    6. @ lola:
      magari è perché lo stereotipo ha un fondo di verità…
      Per chi vive a Palermo è solo un cliché, va bene; ma chi abita (o ha abitato) a Milano sa benissimo che né Tonino né Silvia si sono inventati niente. Questo non vuol dire che “su” si stia male: si ha semplicemente un altro modo di vivere i tempi lavorativi e il tempo libero, altri ritmi, diverso atteggiamento nei confronti della vita. Questo mi pare innegabile, anche se lasciamo da parte ogni giudizio di valore.

    7. Secondo me nel tuo ufficio ci sono milanesi anomali.
      Tutti i milanesi che ho conosciuto io (ho vissuto quasi 10 anni fra Lago Maggiore-VA e MI zona Fiera), lavoravano 5 giorni a settimana e 10-11 mesi all’anno, per fuggire da Milano 2 giorni ogni settimana e 1-2 mesi all’anno.
      Trovo tuttora Milano godibilissima tra il venerdì pomeriggio e la domenica fino a pranzo, e da giugno fino a metà agosto, quando è praticamente disabitata.

    8. […] Una nuova rubrica sull’Approfondimento, il mio diario milanese. Che poi mi ha fatto partorire anche una nuova rubrica sul segutissimo urban blog di Palermo, Rosalio. Qui trovate la prima puntata di “Dalla strummula alla pirla”. […]

    9. tante banalità in un concentrato di paroloni e metafore. Io proprio non capisco come si possa scrivere pensando che al di là del proprio pc ci siano solo “intellettualoidi”. Un bravo scrittore/giornalista/quellochetipare, può definirsi tale se riesce a farsi capire da tutti. Dovrebbe usare parole e concetti semplici. Credo che la scelta per molti di “voi” di usare termini ricercati, metafore su metafore, sia dovuta per la totale assenza di stile. Uno stile accattivante, unico e brillante, viceversa, non ha bisogno del dizionario sottobraccio.

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