domenica 19 nov
  • Teatro, teatri e teatranti a Palermo

    Sono sempre stato convinto che il modo migliore per reagire alla crisi culturale (e teatrale) di Palermo sia lavorare, esistere, costruire in tutti i modi possibili. Ma nonostante il fermento creativo che negli ultimi dieci anni ha visto alcuni esponenti del teatro palermitano essere presenti sui palcoscenici di tutta Italia (e non solo), sembra che le istituzioni o gli enti teatrali cittadini si accorgano poco e male di ciò che è avvenuto a Palermo. Piccola eccezione: il Montevergini, forse ancora sottoutilizzato, anche e soprattutto, per la solita cecità degli amministratori locali.
    La verità è che il Teatro a Palermo ha molti colpevoli, ma spesso si vogliono attribuire le colpe solamente ad uno. Forse perché è il più grande e il più grosso e il più potente di tutti. Ma davvero non credo sia l’unico. Per esempio, quello che era il Garibaldi: cavalcando l’onda palermitana (dopo avere fatto terra bruciata intorno a sé di vari artisti nazionali) ha prodotto spettacoli di alcuni teatranti cittadini finendo poi a vie legali con alcuni di questi per mancati pagamenti; lo stabile di innovazione della città non ha mai ospitato o prodotto o coprodotto nessuno dei gruppi cittadini che più si distinguono nella ricerca e nella innovazione.
    Se il Teatro esiste a Palermo è merito anche e soprattutto di chi lo fa in qualsiasi condizione, perché a Palermo vuole rimanerci per scelta e per legame con il territorio e le sue tradizioni. Esempio più eclatante tra tutti quello di Emma Dante, il cui meritato successo parla da sé.
    Palermo è una città che non ti permette di crescere. Siamo tutti eterni giovani, promesse che andranno direttamente in pensione. Molti degli spettacoli qui prodotti nascono e muoiono in città: due repliche per i piccoli, una ventina per i grandi, che devono dare conto e ragione esclusivamente ai contributi ministeriali. Non si investe. Il denaro si spreca. Si butta dalla finestra in produzioni che non hanno futuro. La crisi del teatro esiste perché chi dovrebbe risolverla è cieco e sordo. Non si produce per esportare, si produce per consumare ora e subito e poi pensare alla stagione prossima. Evidentemente non si ha più interesse e stimolo per guardare al futuro, in quanto si appartiene al passato. Palermo non ha più un ricambio generazionale. Perché fare teatro significa anche costruire ma il teatro Stabile di Palermo, come molti altre strutture cittadine, è sempre stato indifferente a parte degli artisti della città. Oramai tra il Biondo e molti degli artisti palermitani esiste un rapporto di reciproca indifferenza in cui nessuno dei due riconosce l’altro come possibile interlocutore. Con l’amara consapevolezza che per essere ospitati dal Teatro Stabile bisogna aspettare gli onori di una commemorazione postuma. E adesso assistiamo anche al fatto che lo Stabile sempre più sta diventando avulso non solo agli artisti ma anche al suo pubblico abituale. Perché il teatro non è solo Shakespeare o classici da riproporre immutati ogni anno ma anche Shakespaere o altre pietre miliari del teatro, possibilmente lette e riviste da nuove prospettive.
    Se il Teatro Stabile vuole essere il Teatro di una città, deve essere curioso nei confronti di ciò che la città produce e deve andarne fiero. Deve permettere alla città non solo di crescere ma di moltiplicare e rinnovare il suo vivaio, perché il teatro non può morire.
    Ciclicamente nel momento in cui la crisi economica investe questo o quel teatro, si sentono appelli alla comunità culturale. In tempi di vacche grasse non esistiamo, quando invece si ha bisogno di un sostegno, ecco che ci ri-conoscono come artisti degni di interesse. Ciò che manca è, invece, una vera progettualità. Dagli anni ottanta ad oggi, tranne che per un brevissimo periodo, il Biondo è stato appannaggio di Pietro Carriglio: non vedo nessuna discontinuità nella gestione di quel teatro. E non è un complimento. Sembra quasi che il tempo non sia cambiato. Ed invece i tempi sono cambiati. Eccome! Forse di questo il Maestro non si rende conto.
    È della Città che un Teatro Stabile si dovrebbe preoccupare. Altrimenti che sopravviva grazie a finanziamenti privati e così può fare ciò che vuole. Bisognerebbe guardare quei teatri che hanno aumentato il loro pubblico con un rinnovamento che significa anche delegare ad altri sezioni importanti della propria programmazione e accogliere nuova linfa e nuove idee. Bisognerebbe crescere. E se qualcuno non si accorge di questo forse significa che ha fallito ma ancora, purtroppo, non lo ha capito.

    Ospiti
  • 15 commenti a “Teatro, teatri e teatranti a Palermo”

    1. piccola precisazione : il Teatro Stabile di Innovazione di Palermo ogni tanto ha ospitato e coprodotto ( sulla carta) alcuni gruppi di Palermo, alcuni anche molto validi, ma senza proteggere, diffondere o in qualche modo portare avanti queste scelte: solo per fini quasi esclusivamente ministeriali o di contribuzioni pubbliche.

    2. Una grande lezione di ambiguità ,grazie teatrante Cutino. Peccato che le sue affermazioni sul Garibaldi siano piene di falsità e livore. Mi preme precisare poche cose: tutti conoscono,oramai, le motivazioni della mia separazione da Carlo Cecchi, la sua adesione al progetto di Forza Italia,scelta che non ho mai ritenuto corretta per un uomo di Teatro. Ho incontrato Carlo recentemente a Parigi e a parte gli errori reciproci,riconosciuti con affetto, rimane intatta la coscienza di aver realizzato un grande progetto di vero Teatro. Gli artisti che si sono succeduti a lui, per primo Antonio Latella, hanno riconosciuto,anche in un recente convegno a Siracusa, quanta influenza positiva abbia avuto il Garibaldi sul loro futuro internazionale. Con gli attori di Cecchi, mantengo un ottimo rapporto ,con alcuni di loro ho recentemente lavorato, Maurizio Donadoni, Tommaso Ragno, e mi onoro della grande amicizia con il migliore giovane attore italiano, Marco Foschi. Ridicolo affermare che ho cavalcato l’onda palermitana, perché allora come oggi nessuno ospita o produce gli “emersi” di Palermo. Ancora oggi il Garibaldi lavora a diversi progetti europei con Giuseppe Massa, uno che non viene mai citato perché è meglio non contribuire alla sua visibilità, vista la provenienza politica dai centri sociali. Intatte e permanenti le mie relazioni con i maestri della scena europea,da Brook a Warlikowsski a Cherau a Lavaudant… In questi anni di chiusura del Garibaldi molti progetti sono stati realizzati con questi uomini, e considero salutare il mio esilio da Palermo in Francia e Germania, che mi sta premettendo di studiare meglio il Teatro internazionale Continuare,infine, ad utilizzare la questione dei parziali mancati pagamenti, in una città che da anni distrugge i teatri,con finanziamenti promessi e mai erogati, è pura strumentalità di qualcuno che non ha raggiunto i riconoscimenti dei suoi colleghi, e prova a stuzzicare le mollezze della scena ufficiale.

    3. la buona notizia è l’esilio. spero continui.

    4. Mai preso coscienza che la Sicilia è in Europa, vero?

    5. “Se il Teatro esiste a Palermo è merito anche e soprattutto di chi lo fa in qualsiasi condizione, perché a Palermo vuole rimanerci per scelta e per legame con il territorio e le sue tradizioni…”

      “Palermo è una città che non ti permette di crescere. Siamo tutti eterni giovani, promesse che andranno direttamente in pensione. Molti degli spettacoli qui prodotti nascono e muoiono in città: due repliche per i piccoli, una ventina per i grandi…”

      Condivido in pieno.Da giovane attore praticamente inesperto quello che desidero maggiormente è studiare e fare teatro nella mia città.Ho visto fin troppi amici andare via in cerca di un percorso formativo e professionale che Palermo non da,anzi Palermo sembra proprio spezzarti le gambe ancor prima di muovere i passi. Realtà come il Montevergini però mi lasciano bel sperare, esiste gente che continua a nutrire i propri sogni nonostante gli enormi ostacoli che la realtà impone.

    6. La questione teatro, ma anche cultura, è in linea a Palermo con i rifiuti, il traffico, la gestione delle aree verdi ecc. Non esiste un ambito più in emergenza di un altro. Se posso indicare un limite al teatro cittadino e più in generale delgi operatori culturali, è che non sanno farsi interprete (nei modi e nelle articolazioni creative che ritenessero di adottare) di queste emergenze e disaggi.
      Il compito di chi produce arte e cultura, perdonatemi la mia visione organica, è quello di interpretare e dare voce alla comunità che intende rappresentare o con la quale intende essere in dialettica.
      E questo purtroppo un limite strutturale dei processi culturali di Palermo.

    7. 2 replichette pure su Rosalio…

    8. resti pure dove si trova.
      mi creda ,nessun artista ,giovane talento o di riconosciuta bravura e professionalita,sente la Sua mancanza.

      per non parlare delle molli e dure scene uffciali di allora,che di Lei ,all’unanimita’,fanno serenamente a meno,visto il ricordo che ognuna di esse,conserva del Suo “operato”.

    9. lei è un anonimo che ripete i concetti dell’ospite…o è l’ospite stesso?

    10. MI permetto di intervenire. Come amante del teatro, assidua frequentatrice, studiosa per tanti anni di architetture teatrali e che deve molto al vostro lavoro. Al lavoro di chi la vita ce la spende. Devo ammettere una cosa: i miei anni fuori da Palermo si sono nutriti di teatro. A Roma, in Spagna, all’estero, in Italia. Non ricordo settimana in cui non abbia assistito a uno spettacolo teatrale. Perchè dico questo? Perchè tornare a Palermo è stato uno choc: entrare al Biondo , assistere e vivere il declino. Posso dirlo? Per me è insopportabile. Le politiche culturali di matrice pubblica sono quelle che sono: o assenti o malate. Ma mi chiedo? E’ solo questo? Palermo è capace di produrre talenti immensi, tanti, senza citarne uno a scapito di altri. Eppure se li divora se rimangono tra le sue mura. Come se la profezia del Genio fosse una maledizione sempre viva. Se li divora come anche si divorano tra loro. Dipende dalla scarsità di risorse? O da altre dinamiche? NOn lo so e vorrei però che la si studiasse la malttia: nella sua anamnesi e nella sua diagnosi. Non ci sono condanne o critiche nelle mie parole, nessuna. Anche se in passato qualche destinatario c’è stato: mi riferisco a Carriglio e me ne assumo la responsabilità. Ma solo una richiesta immensa: Palermo ha bisogno di teatro e di cultura, cerchiamo, se ne siamo capaci, di unire le forze, di ricostruire l’edificio , la gran macchina del teatro, dalle ceneri? Soprattutto nei legami con la città.

    11. non mi piace questo stile del bisticcino, trovo bella la lettera di giuseppe e trovo che matteo dovrebbe imparare una volta per tutte a lasciare che ognuno esprimi il suo parere. io che nel teatro sono ai margini mi rallegro che finalmente sia finito il silenzio e mi piace moltissimo che ognuno dica la sua, credo che solo così potremmo trovare la forza di ricominciare e speriamo questa volta in modo migliore perchè se il presente è una merda io tanta nostalgia del passato non ho, perchè questo presente ha grandi radici nel passato e se non le vediamo bene non andiamo da nessuna parte .Bravo giuseppe

    12. E’ possibile che quando si tratta di cultura a Palermo tutto si debba ridurre al “cronico” topos della città che divora i suoi figli? E il “problema teatro” può essere avulso dall’impasse in cui si trova la cultura nel suo complesso, a Palermo in particolare, ma anche in Italia e, probabilmente, anche nel mondo, almeno quello più segnato dal godimento compulsivo postmoderno. Quanti e quali libri si leggono, a quali spettacoli e di che durata si assiste, quali musei e con quale frequenza si visitano, a quali eventi – grandi o minimi che siano – si partecipa, quale rapporto c’è tra i vari creatori o diffusori di cultura, dalla scuola all’università, sino alle case editrici, le biblioteche e gli enti teatrali? Non dovremmo chiederci anche questo? E, soprattutto, nella ricerca di un preciso capro espiatorio, non cadiamo in quello che, da diverso tempo, chiamo il narcisismo iperbolico e paradossale di Palermo. Il narcisismo tipico – assai semplificato – è quello che dice “come me e dopo di me nessuno”. Il narcisismo paradossale, invece, dice “prima di me sempre e solo l’ecatombe”. Ci si muoverebbe, cioè, sempre tra le macerie, spesso disconoscendo memoria e dintorni. Così ognuno è costretto a sbraitare, nel deserto, il proprio curriculum. Eppure, se ci si scambiassero idee e si riconoscessero, quietamente, le differenze, quand’anche fosse per seguire cammini separati, non ne ricaveremmo un’aura più interessante e vitale?
      Un notevole ed ottuagenario filosofo contemporaneo, Emanuele Severino, continua a rivolgerci una domanda cristallina: se non esiste la verità, resta allora solo la legge del più forte come criterio dirimente della storia? Non ho le forze per impelagarmi nell’enigma, ma proviamoci solo a sostituire la parola verità con la parola arte ( suppongo che accetteremo di considerare un tale termine semplicemente come marca qualificante dei termini teatro e cultura di cui ci stiamo occupando). Non vi pare che nella diatriba che Giuseppe Cutino, con passione e giusto degno ha sollevato, sia proprio il termine arte il convitato di pietra? Se dovessimo scontrarci su cosa intendiamo o non intendiamo per arte e cultura, o a proposito di quale aria di famiglia vaghi o non vaghi sugli oggetti che artistici e culturali definiamo, non sarebbe insieme più incantevole infuriarsi e più intrigante confrontarsi. Altrimenti rischiamo di dire soltanto che son bravi quelli che ci amano e cattivi quelli che non ci accolgono. L’estetica postdecostruzionista americana, il centro dell’impero – magari solo per poco, ma tant’è – ci ha già scavalcato abbastanza in cinismo. Cosa si può considerare arte, si chiedono ammiccanti. Beh, rispondono, quello che cinque persone che contano stabiliscono che sia tale. Vogliamo consegnarci a questa voluttuosa guerra di marketing?
      Dire che la cultura a Palermo è considerata un fatto marginale è persino un eufemismo. Auspicare che quanti abbiano un ruolo di potere nelle istituzioni culturali dedichino una cura non priva di trasporto e, per quanto possibile, scevra da particolarismi a quanto di più significativo avviene nel campo culturale è persino ovvio. Ma questo non mi impedisce di accettare – accettare, non necessariamente e ogni volta condividere – che si possa non incontrare i gusti estetici di tutti e che pertanto colui a cui tocca la ventura di scegliere abbia il diritto di non riconoscere valido quanto possa non rientrare nei suoi canoni di giudizio. Del resto credo, e la stessa Emma Dante a cui Cutino fa riferimento ne è una prova, che la qualità, quando c’è, troverà comunque i suoi estimatori. Ma non per questo condannerei al pubblico ludibrio chi avanzasse riserve sul suo teatro. Eliot considerava l’Amleto un testo più o meno abortito, Vittorini cestinò il Gattopardo, Tolstoi e Dostoevskji fecero di tutto per non incontrarsi mai. Basterebbe questo a considerarli degli incapaci?
      Raccolgo la denuncia di Giuseppe Cutino come un giusto invito a ridare slancio alle nostre passioni culturali. E mi viene da pensare che, banalissimamente, la cultura, in questo momento, non solo è d’obbligo farla, ma anche frequentarla. Con la fatica di sottrarci, ogni giorno, alla pigrizia e alla dimenticanza. Recandosi ad assistere a tutto ciò a cui, fosse anche lontanissimo da noi, riconosciamo una qualche porzione di spirito. Senza, però, cantare con troppo entusiasmo un peana a ciò che ogni volta il tempo presente sembra imporci. Sin dalle origini greche del fatto estetico la malinconia è stata abbinata al furore poetico. E malinconia, infondo, altro non è che denunciare ciò che manca al tempo presente, ricordarsi che la storia così come pare svolgersi non ha necessariamente ragione.
      gianfranco perriera

    13. BLENDIS,è un mio ironico nome d’arte.

      STEFANIA BLANDEBURGO

      stefania.blandeburgo@libero.it
      3391232446
      BLNSFN66E61G2735
      P.I.
      04646770828

      🙂

    14. Intervengo in punta di piedi, da semplice amante, conoscitore e fruitore di teatro in una discussione tra uomini di teatro.
      Leggo volentieri le argomentazioni di Giuseppe Cutino, un pò meno le polemiche successive evidentemente frutto di risentimenti personali.
      Penso che chi oggi si lamenta (e di agioni per lamentarsi ce ne sarebbero e ce ne sono ad iosa) dello scenario teatrale palermitano dovrebbe anche misurarsi con alcuni limiti propri di chi fa teatro a Palermo.
      In primo luogo il limite mi sembra essere stato quello dl non aver saputo difendere il modello di politica culturale attuato dalle giunte Orlando ed in particolare modo dall’assessore Giambrone, che, ha consentito a TUTTI quelli che oggi si lamentano di stare sulle scene, alla città di conoscere teatro di ogni genere e di respiro internazionale, agli operatori di crescere su quei modelli.
      Nessuno è stato capace di essere polo di aggregazione in opposizione ad un progetto culturale semplicemente nullo, quello delle giunte Cammarata, forse in nome di un quieto vivere e in attesa di una mancetta che per lo più non è mai arrivata, forse per estrema diffidenza reciproca, forse anche per carenza di spessore “politico” e progettuale innato
      I teatranti palermitani sono stati dietro le quinte ad aspettare, ognuno per sé, ma da intellettuali (che parola desueta!!!) avrebbero potuto dire qualcosa (cioè presentare proposte portatrici di visioni proprie e il più possibile condivise) quando ancora la barca navigava, mentre sento solo solo urli di dolore e solo oggi che la barca è affondata.
      Sul Garibaldi non entro in merito, conosco solo gli spettacoli che ha proposto, ne condividevo l’impostazione voluta, ma non m’intendo delle beghe interne.
      Su Carriglio dico che si, forse è sclerotizzato nella sua visione di teatro, però il Biondo è uno Stabile e non un Collocamento, e Carriglio opera le sue scelte che non mi pare escludano i palermitani, se è vero che Cantone, Pirrotta, Collovà e Scaldati sono palermitani ed io li ho visti lì.
      Comunque auspico un ritorno ai tempi d’oro, ne sentiamo bisogno, ne sentite bisogno.

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