mercoledì 22 nov
  • Fuoco che brucia

    Su Rosalio si discute da un po’ dei nuovi spot presentati dall’Università di Palermo per promuovere le iscrizioni. Non c’è dubbio che questi filmati abbiano fortemente colpito tutti coloro la cui vita gravita intorno all’università: studenti, docenti, dipendenti, prof e cittadini palermitani si sono divisi fra sostenitori e indignati di fronte alle scelte di soggetto e direzione artistica della campagna.
    Risuonano le domande degli indignati: come può il video promozionale di un’istituzione così importante presentare l’istituzione stessa a pistolettate? Come si può scegliere di ambientare la comunicazione di un ente promotore di cultura al massimo livello fra “malacarne” sgrammaticati e pure violenti?
    A queste domande (a cui ognuno può dare la propria risposta) io vorrei provare a rispondere per una volta da insider, offrendovi un punto di vista interno, di chi fa parte (borsista precario!) della squadra della comunicazione dell’università. Anche se non sono membro dello staff di progettazione dei video e li ho visti per la prima volta alla presentazione dello Steri, ho una visione chiara della strategia che li anima proprio perché essa li include: gli spot dell’ateneo sono solo una “manifestazione” di un intento strategico più generale di cui in questo post vorrei provare a rendervi conto.
    Come sapete le università italiane stanno tutte attraversando un periodo di grave crisi, con tagli ministeriali che ne mettono a dura prova non soltanto la mission istituzionale di promozione della ricerca ma perfino la sussistenza e l’erogazione dei servizi minimi fra cui quelli della didattica. In questo quadro generale, la nostra Università si è ritrovata forse ancora più svantaggiata ereditando una struttura sfilacciata e poco attenta alla valorizzazione delle proprie risorse, sia economiche che intellettuali. Recuperare questo ritardo in uno scenario di chiusura come quello che stiamo vivendo è una missione davvero difficile da portare a termine che investe l’istituzione nel profondo lungo un lasso di tempo realisticamente compatibile con tale sforzo.

    Ecco, a questo punto ci sono due opzioni interpretative, si può infatti credere o non credere che si sia effettivamente scelto di praticare questo sforzo di cambiamento. Posizionarsi su una di queste due opzioni è importante, perché da qui dipende molto del giudizio sulla comunicazione dell’ateneo: il nuovo modo di comunicare dell’università è frutto di una discontinuità organizzativa e di un nuovo spirito complessivamente (con i normali alti e bassi) da accogliere positivamente o al contrario è tutta facciata, di un’istituzione irredimibile inserita in un territorio irredimibile. È ovvio che io avendo accettato di far parte dello staff della comunicazione dell’ateneo mi posiziono sulla prima ipotesi, cosa che mi porta a essere consapevole che da qui in poi i sostenitori dell’irredimibilità potranno smentìirmi su ogni punto, rinfacciandomi la mia proverbiale ingenuità (se non addirittura la malafede!).

    La comunicazione dell’ateneo vuole aprire simbolicamente ciò che è stato ed è tuttora chiuso in termini fattuali e organizzativi. Ciò significa che la comunicazione dell’Università si propone come una promessa, vuole essere un’avanguardia del cambiamento, mettendo le prevedibilmente forti resistenze di fronte al fatto compiuto e di fronte alla necessità di rispondere in qualche modo a qualcosa di già avviato e reso pubblico. L’UniverCittà, l’università della e per la città, è una bella promessa che si scontra con un grande problema organizzativo: non è semplice aprire, aprire lo Steri, farci attività culturali e di intrattenimento, aprire i tanti impolverati musei, aprire il blog (coming soon…), aprire viale delle Scienze, aprire i centri sportivi e le biblioteche, aprire il sito internet, aprire il marchio e renderlo leggibile, aprire il negozio delle magliettine (così lo chiamano gli indignati!) immaginando che ci siano studenti che vogliano normalmente farsi carico perfino con il proprio corpo della scommessa del cambiamento.

    Aprire e inaugurare la valorizzazione della persone e dei talenti in università: chiamando prof, studenti e imprese di comunicazione a mettersi in gioco. Difficile, rischioso. Sperimentare nuovi linguaggi nel deserto della comunicazione degli altri enti pubblici, un deserto che è clima mortifero e umiliante per i tanti pezzi di cittadinanza vitale costretti al silenzio. Ecco, gli spari degli studenti tarantineschi in questo silenzio fanno rumore. Un rumore che prima di tutto è segnale vitale, vuole dire “noi abbiamo approfittato di questa apertura”, “ci siamo messi in gioco” (forse un tantino esagerando con gli schizzi! eheheh).
    Altri esperimenti, altri modi e altri toni, del resto, ci sono già (A come Andrea), altri ancora verranno.
    Tutto ciò è un piccolo orgoglio per me precario borsista di un ente spesso sentito come lontano e retrivo. Ci sarà tempo per dimostrare che questi spot, questa volontà di giocare e di provocare sono (solo!) segnali di fumo, di un piccolo fuoco che però c’è, che arde davvero e che, io ci scommetto, non si spegnerà tanto facilmente.

    Palermo
  • 40 commenti a “Fuoco che brucia”

    1. Complimenti per l’analisi.
      Complimenti al management dell’ Università che vuole cambiare immagine…. e complimenti anche ad Orio Scaduto e Vincenzo Ferrera che recitano veramente bene rendendo lo spot un piccolo cammeo, ma….
      NON SE NE PUO’ PIU’!!!!
      E’ mai possibile che i creativi non riescano a tirar fuori dalla Sicilia nulla se non ricami sugli stereotipi? attraversando lo stretto sono tutti convinti che qui ci sia il coprifuoco; la TV continua a proiettare serie TV tipo “Squadra Atimafia 1.. 2.. 3…4”; al Cinema non escono altro che film che legano la nostra città alla Mafia, (pure i film comici ne hanno traccia!), in libreria non ne parliamo.
      Amo Palermo e personalmente mi sono rotto le scatole, di questo binomio, che è un salvagente per ogni giustificazione sociale e per risolvere facilmente momenti creativi.

    2. quotasi ampiamente Daniele Mondello.
      Condivido il desiderio per i messaggi di rottura con il passato, ma quello che manca totalmente è la CREATIVITA’.
      Manca, manca ovunque, nelle campagne pubblicitarie dei locali, delle università, manca l’elemento più importante nelle campagne di marketing e pubblicitarie, la CREATIVITA’ che crea l’INNOVAZIONE.
      Ora tu, autore del post, pensi credi che quella scenografia con i suoi attori e con le sue scene sia oggi, nel 2011 a Palermo, frutto della CREATIVITA’, sia l’INNOVAZIONE, cioè possa dare l’idea di rottura col passato, pensi che venga recepito questo da migliaia di studenti, di persone ?
      Avere mutuato scene tarantiniane, insieme a riproporre scene da mafia, ha evitato di mettersi realmente in gioco, ha evitato di essere davvero creativi. Si è creativi quando si crea qualcosa che non c’è stato fino a quel momento, solo allora si è innovativi.
      Noi in questa terra ci illudiamo che risolviamo problemi mutuando modelli e stili da altre realtà geografiche, applicandoli qui in molti campi. Non ci accorgiamo che un modello, uno stile per le sue caratteristiche intrinseche del luogo in cui è stato concepito non sempre si adatta a modelli culturali molto distanti geograficamente.
      In un convegno sui luoghi della creatività, alcuni anni fa a Palermo, si sancì, e fu condiviso dagli addetti ai lavori, che Palermo è un luogo dove si consuma creatività importata e non dove se ne crea da esportare. Questo spot ne è l’ennesima conferma.

    3. ovviamente condivido i commenti che mi hanno preceduto. come ho già detto in altra sede, il binomio Palermo-mafia / Sicilia-mafia, ha parecchio stancato!

    4. Condivido. Quale novità nel binomio Palermo-mafia???? Inventatevi qualcos’altro per carità, NON SE NE PUO’ PIU’!!!!

    5. francesco mangiapane mi con-vince!

    6. Ciao a tutti, lungi da me ogni volontà di convincere qualcuno 🙂 Ho dato il mio punto di vista, cercando di mostrare la complessità dello scenario in cui si lavora.
      A Daniele, Jack, Andrea e Solaris dico che la volontà degli studenti era, come hanno scritto sull’altro post, di ribaltare lo stereotipo. Scelta ovviamente anch’essa discutibile, sono convinto che la discussione attuale sul blog, sarà uno spunto in più per calibrare esperimenti di questo genere! Caro saluto a tutti. F.

    7. Io cito Daniele Mondello nella frase “attraversando lo stretto sono tutti convinti che qui ci sia il coprifuoco”. Detto questo, quello che mi chiedo (e lo dico con stima verso chi dà la possibilità agli studenti di cimentarsi e di sperimentare) è se, oltre a fare ragionamenti elaborati sul ribaltamento degli stereotipi,sulla rottura, ecc, ecc…ci sia stato un ragionamento sul messaggio (a mio parere) più immediato ” se non hai la laurea, l’alternativa è fare il delinquente”. Credo sia scorretto come messaggio… e francamente mi fa venire voglia di tutto, meno che di iscrivermi all’università degli studi di Palermo. Anzi mi da l’idea di una realtà che mi mette alle strette, che non mi dà alternativa, da cui devo scappare il prima possibile.

    8. Si potrebbe discutere della strategia di rinnovamento dell’università di Palermo e contestare facilmente alcune mosse (come quella di aprire uno store di gadget prima di aver cambiato le cose a sufficienza tanto da ispirare il senso di fiera appartenenza su cui si basano gli store di questo tipo) ma alla fine bisogna riconoscere che, quanto meno, qualcuno sta facendo qualcosa.
      Qualcuno ci sta provando e, sebbene si muova senza dare l’idea di una accorta regia alle spalle, almeno si mette in gioco.

    9. le fotografie di andrea e le pistole al foro italico. scatti e spari. lampi e tuoni. luci e rumori. sono due oggetti uguali perché hanno a che fare con la mira, con la messa a fuoco e soprattutto con la im-mortalità. insomma, catapultano chi hai di fronte, avendo in pugno una fotocamera o un revolver, nel non più qui e nel non ora.
      forse, tra gli spari e gli scatti c’è qualcuno che si mette in mezzo. forse è l’università che ha bisogno del tuo indice. non per premere il grilletto, né per scattare una foto, ma per fartelo alzare e dire: presente, e forse futuro. un manifesto alla vita. bravi.

    10. se devo essere sincera, vedendo questi due spot, non sarei invogliata ad iscrivermi a questa università. e non per lo stereotipo della mafia o altro, semplicemente perchè penserei che se questo è il meglio, il biglietto da visita, sarebbe come accomodarsi a casa di una vecchia zia a bere un rosolio, seppur ben fatto. cose che già conosci e poco stimolanti per chi ha sete di conoscenza e di percorrere nuovi linguaggi.

    11. Rispondo a Isaia, grazie per il riconoscimento però ti dico che anche lo store è frutto di una buona volontà più ampia di quanto immagini: non è finanziato dall’università bensì da capitali investiti da ex studenti con cui l’università ha costruito una partnership, ancora una volta mettendosi in gioco per non umiliare questa volontà di azione di soggetti se vuoi imprevisti, studenti armati di buona volontà che hanno visto nel risveglio dell’università un’occasione di business e di promozione del proprio territorio e della propria identità. Tanti clienti hanno già acquistato i loro prodotti e gli auguro buona fortuna. Anzi, prima di partire, passo e maccatto pure io una maglietta, che sono anche dei prodotti ben progettati e realizzati!
      Stalkina, questi lavori e tutta la comunicazione dell’Unipa viene fatta con quello che c’è e con chi ci sta, pazienza se non è il meglio. Magari il meglio deve ancora venire (e io lo penso davvero!).

    12. francesco, e io lo spero proprio!
      ti assicuro che non era voler sputare merda, piuttosto uno sprone a osare di più…..

    13. magari anche con meno “perfezione” stilistica, meno professionalità da fiction televisiva – la fattura di gang era buona, bei cambi di fuoco, montaggio accademico, tutto nei ranghi – e più sperimentazione. magari più “sporca” ma con più anima e più ricerca.
      solo questo mi stava a cuore dire/dirti.
      se non ti metti in gioco a vent’anni quando lo fai?

    14. Premetto che sono di parte e che quindi sconto una inevitabile deformazione del mio giudizio da cui cercherò di sottrarmi. L’analisi del sempre ottimo Francesco Mangiapane è importante perché ci porta a discutere non solo sul merito degli spot, ma piuttosto sul metodo, sulla strategia, sul progetto culturale che li anima.
      Torno brevemente sul merito per chiarire che i due spot sono molto diversi e veicolano contenuti differenti con mezzi di comunicazione che colpiscono in maniera diversa la nostra percezione e il nostro giudizio, producendo reazioni o adesioni differenti, ma questa è la loro ricchezza, la loro forza e capacità comunicativa. Ed è per questo che è stato deciso di sottoporli al giudizio, al gradimento, alle critiche. È importante che gli spot ci facciano interrogare su cosa sia oggi l’Università, quale debba essere la missione culturale dell’Ateneo di Palermo, in quale contesto agiamo. Siamo una Università che agisce in un contesto “neutro”, ovvero siamo una Università che agisce come presidio di cultura, di legalità e di rivoluzione democratica. I nostri studenti ci scelgono, i nostri giovani dottorandi e specializzandi ci scelgono, noi stessi docenti scegliamo Unipa in situazioni di serenità di giudizio o è la vostra e nostra stessa scelta una battaglia, una scelta di campo, una dichiarazione di voler alimentare la costruzione di un futuro migliore? Questo in estrema sintesi è la differenza tra i due spot: l’uno sollecita il senso di appartenenza, l’altro ci fa interrogarebsul nostro ruolo. Saranno i vostri giudizi a orientarci nella scelta, saranno le vostre critiche a stimolare nuovi interrogativi, saranno le vostre indicazioni a guidare le nostre traiettorie.
      Ma il giudizio di merito sugli spot, per i quali vanno ringraziati tutti coloro che ci hanno lavorato, dal Pro-rettore alla Comunicazione Gianfranco Marrone, a Marcello Orlando con Feedback, agli allievi del corso, alla generosità degli attori, non deve sottrarci da una valutazione complessiva sulla strategia di comunicazione dell’Ateneo.
      Ho detto già altre volte che la strategia di comunicazione dell’Ateneo non è separabile dal suo progetto culturale, dal modello organizzativo e dai rapporti con i numerosi soggetti che abitano il mondo universitario. La nostra comunicazione non è un atto tecnico sapiente che viene dopo l’elaborazione del prodotto (semplifico), ma è essa stessa una componente del’elaborazione culturale del ruolo dell’Università di Palermo nei diversi contesti territoriali, culturali, sociali ed economici entro cui agisce. Siamo un soggetto che elabora proposte e produce valori mentre li comunica, una sorta di “intelligenza collettiva” composta da chi ha responsabilità gestionale e chi è destinatario delle nostre decisioni (studenti, famiglie, cittadini, istituzioni). E non è un processo facile, sfugge alla facile consolazione di avere completato il prodotto, di conoscerne le qualità e accontentarci di mediarne l’informazione.
      L’Università di Palermo ha deciso di essere attore consapevole di una società più aperta e collaborativa, sperimentatore di occasioni in cui le culture, i punti di vista e le generazioni si incontrano senza confliggere ad oltranza, sapendo dialogare e con l’ambizione di trovare una sintesi che non è mediazione verso il minimo comune denominatore, ma è sfida verso un potente moltiplicatore delle nostre forze e responsabilità. Siamo un componente della “società liquida” in cui viviamo, capace di deformare l’apparente solidità dei pregiudizi, degli stereotipi, delle consuetudini, attraverso una forza che proviene dal reticolo delle idee di cui vogliamo essere catalizzatori (non certo l’unico, ma quello che lo vive come missione).
      Molte sono le iniziative che alimentano questa sfida: gli spot, UNIVERcittà in festival, UnipaStore, i protocolli con altri soggetti culturali, il miglioramento della didattica e della ricerca, la rimodulazione dei rapporti con le sedi decentrate, etc. Nessuno di questi progetti da solo è sufficiente, ma insieme sono una potente “armatura culturale” in grado di modificare i processi in atto che ci porterebbero ad un declino di proposta, ad una riduzione di ambizione, ad una perdita di ruolo.
      La nostra strategia di comunicazione non vuole avere l’effetto di un anestetico o di un doping, ma ci espone, fa entrare altri soggetti, giudici e partner dentro il nostro mondo, per accettarne il contributo, per uscire dall’autoreferenzialità, per sottrarci dal pregiudizio e sottoporci al giudizio, ma anche alla proposta.
      Una Università aperta per una Società aperta è la sfida che ci attende. Perderla sarebbe drammatico per il futuro delle nuove generazioni.
      E questa sfida passa anche attraverso due spot!

    15. Caro Francesco,
      tu giustamente sottolinei come fondamentale, prima ancora del giudizio nel merito, sia l’opzione interpretativa di fondo dalla quale parte chi giudica le recenti iniziative di comunicazione dell’Ateneo (video, Unipastore, ecc..).
      Da un lato chi crede allo sforzo di cambiamento, alla buona fede di chi lo opera, e alla possibilità che tra l’Università e il suo modo di rappresentarsi possa nascere un circolo virtuoso che ne migliori contemporaneamente il funzionamento interno, e la percezione dall’esterno. Dall’altro chi questa possibilità non la contempla, non ci crede, non la accetta. L’accoglienza riservata agli spot, al di là della loro qualità, testimonia che i secondi sono in netta maggioranza.
      Sai meglio di me che un’istituzione come l’Università comunica costantemente in un milione di modi diversi e attraverso un milione di piani diversi. Chi ha avuto occasione di vivere i suoi viali, di studiarci dentro e di conoscere le persone che ci lavorano difficilmente (e in completa buona fede) avrà molti motivi per amarla e difficilmente sarà ben disposto nei confronti della promessa di apertura di cui tu parli.
      A mio parere gli spot non sono niente male. Quello dei Gangster in particolare, mi sembra ben diretto, ben recitato, e l’idea di fondo non è male. Tuttavia nessuno staff di comunicazione (purtroppo) potrà mai avere il potere di agire su tutti quei piani che, in maniera infinitamente più efficace di qualsiasi spot, comunicano agli studenti la “vera” natura del nostro Ateneo.

    16. Fuoco che brucia. “Tarantinesco”. Esattamente.
      Come le fiamme che, in “Bastardi senza gloria “, mandano all’inferno il Fuhrer, mentre si sta godendo lo spettacolo della realtà manipolata da un film nazista. Doppia metafora per un regista, Tarantino, che se ne è sempre fregato non solo delle metafore ma anche dell’impegno e dei contenuti.
      Un inno al potere immaginifico del cinema. Per muovere le passioni, alimentare i sogni, formare uno sguardo critico, guardare la realtà da dentro e da dietro. Liberandola.
      Tutto questo, nel suo piccolo, è “Gangs di Palermo”, che rimanda nel titolo ai “Nativi” di Scorsese in “Gangs Of New York”.
      Bravi, ben fatto, un paradosso ( cinefilo ) suggestivo.

      Ps ” Non se ne può più ” ? “Sperimentazione sporca” ?
      PUM PUM PUM !!!

    17. Carissimi, io l’ho sempre detto che il bello di Rosalio sono i commenti! Grazie per questa bella discussione!

    18. manuelo, tarantino si è cibato di B movie, che ha dissacrato e rimescolato diventando tarantino, scorsese e tutti gli italo americani si sono cibati di neoralismo, e i primi film del giovanissimo coppola erano “sporchi” e “sperimentali”, il primo addirittura un mezzo porno! così hanno osato coloro che sono diventati grandi….sporcando e contaminando, non emulando.

    19. Quello che si vede dai video è tantissima buona volontà, ma a mio parere, i video, sembrano un puro esercizio, piuttosto che qualcosa inserito all’interno di un progetto di comunicazione, come ha detto Maurizio Carta. Quello che hanno scritto Maurizio e Francesco nei loro commenti e nel post è condivisibile, ma è questo a lasciare spiazzati. Nei video, che per ora sono ciò che è maggiormente visibile del “progetto di comunicazione” sembrano mancare alcuni elementi fondamentali che Maurizo e Francesco hanno giustamente esposto:
      “missione culturale dell’Ateneo”;
      “senso di appartenenza”;
      “interrogarsi sul nostro ruolo”;
      “elaborazione culturale del ruolo dell’Università di Palermo nei diversi contesti territoriali, culturali, sociali ed economici entro cui agisce”;
      “elabora proposte e produce valori”;
      “culture, i punti di vista e le generazioni si incontrano senza confliggere ad oltranza, sapendo dialogare”;
      “un’avanguardia del cambiamento”;
      “Sperimentare nuovi linguaggi nel deserto della comunicazione”;

      Tutto ciò è ineccepibile dal punto di vista teorico, ma non risco a vederlo sul piano pratico (nei video, non parlo di altro). E’ ovvio che non si può sintetizzare tutto in due video, ma sarebbe stato importante vedere qualcuno di questi aspetti. Invece non ho visto il voler rischiare, ma un andare sul sicuro, riprendendo stereotipi che non aggiungono nulla, che non danno valore, ma che che creano discussione. Non credo però che in questo caso il “bene o male purché se ne parli abbia senso”.
      E’ evidente che gli sforzi profusi siano stati importanti, e che la buona volontà messa sia stata infinita, ed è anche chiaro che tecnicamente il prodotto è bello, ma sul piano dei contenuti è discutibile.
      Ciò che mi piace è che almeno sia stato fatto, che sia stato fatto un tentativo e che questo sia solo l’inizio. Però per favore non parliamo di video virali, perché già la votazione sul website indica che il video non è virale!! Sono due spot, punto. L’acquisizione delle varie metodologia comunicative (viral, guerrilla, social media, webmarketing) spero sia veloce, perché lavorando in questo campo e facendo un semplice confronto siamo un po’ indietro.
      Sono convinto però che sia a livello umano, che professionale ci siano studenti in grado di colmare il gap.

      Un’ultima cosa a Francesco, non facciamolo bruciare tutto il fuoco, alimentiamolo costantemente 😉

    20. Siccome non sono capace (o mi stanco profondamente) a scrivere commenti lunghi ed eccessivamente articolati vorrei semplicemente mettere qui di seguito delle considerazioni sui video e sulle strategie che ci stanno dietro. Comincio con “A come…” Il carattere più lampante, e di conseguenza più negativo per l’obiettivo che la campagna si pone, è la assoluta cancellazione del dato locale, del riferimento cioè non ad un campus qualunque situato a Berkeley o su Urano, ma alla realtà palermitana e alla sua Università. Tale cancellazione avviene con l’utilizzo di un linguaggio e di uno stile così generico che anche i pochi riferimenti reali (la squadra di calcio) diventano risibili. Perchè guardando questo video devo iscrivermi all’Università di Palermo invece che ad un altro ateneo italiano? Per una mera condizione di vicinanza ai luoghi? Gli studenti sono lanciati oggi in un mondo in cui studiare o lavorare nel luogo di nascita è diventato meno importante rispetto alla qualità di quanto stanno e vogliono apprendere.
      Il riferimento poi ad un fantomatico “spirito di corpo” che accomunerebbe gli studenti palermitani nell’appartenenza alla grande realtà dell’Università palermitana è destinato in partenza alla non efficacia perchè si basa sull’idea, appunto erronea, che questo sentimento di appartenenza esista. Bisognerebbe lavorare allora per la nascita dello stesso, più che per la sua celebrazione a vuoto. Per chiudere: lo studente un pò ebete che utilizza tutte le sue foto per scrivere sul muro l’iniziale del suo nome non rappresenta nessuno. A breve il commento sul secondo video.

    21. Bella e divertente messa in scena, gustose le piccole trovate citazioniste, bel ritmo, grandi sparatorie. Siamo bravi a girare un corto “palaimmitano” con tanti spari e bum bum bum bum bum!!! Complimenti a tutti

      …che fine ha fatto il secondo spot (dice che è virale per giunta) sull’Università di Palermo? Lo dovete ancora caricare? Siete veramente diabolici!

    22. Sto facendo vedere i video ai miei amici Inglesi.. ridono da matti…la risposta? è uno scherzo?

    23. ma perché c’è ancora chi si ostina a difendere questi video? Io non me la prenderei con i ragazzi che li hanno realizzati, sono ancora giovani e inesperti. Non si può chiedere a chi sta iniziando a camminare di partecipare ai 400 mt a ostacoli… Mi meraviglia come la facoltà di tecnica pubblicitaria abbia fatto uscire questi due soggetti. Chi li ha valutati? C’è un professore in facoltà che sia un pubblicitario? e cosa ha detto costui? come ha valutato l’idea e il messaggio che veniva fuori da questi spot? Io non parlo da un punto di vista semiotico o sociologico, parlo da un punto di vista pub bli ci ta ri o. Ogni volta mi chiedo perché chi arriva dalla facoltà di tecnica pubblicitaria di palermo poi debba fare un master allo ied o all’accademia di comunicazione di milano. Uno studente di tecnica pubblicitaria non dovrebbe uscire dall’università con un portfolio? i ragazzi non dovrebbero realizzare campagne e lavorare sui brief? Io mi chiedo: lo fanno? quanta pratica si fa alla facoltà di tecnica pubblicitaria di palermo e se si fa, da chi vengono valutati questi ragazzi?

    24. Quoto Giuseppe Lo Bocchiaro in toto.
      L’articolo di Francesco Mangiapane, pieno di belle speranze. Il punto è che la “strategia” è questa, è totalmente fallimentare e non serve un laureato in scienze della comunicazione per capirlo.
      Tralascerei il fatto se “gangs of Palermo” sia o meno un insulto a chi non studia o meno, poco importa. “Gangs of Palermo” come “A… come” sono semplicemente video di qualità miserrima. Nessuna idea brillante, una realizzazione piatta, attori poco interessanti.
      E miserrima è la qualità di tutta la “strategia”, un logo nuovo che non è in grado di comunicare né valori istituzionali né competenza. Poi UniPastore, sbagliato già nel nome (tutti han pensato ad un calciatore o ad un allevatore più che ad un negozio) e che offre prodotti dal design banale e stravisto.
      Univercittà, infine: una offerta mediocre (niente che non si veda ogni 2 settimane in città), una comunicazione pessima (un lettering talmente illegibile da dover essere integrato da un secondo lettering).
      Il punto è che se questa “strategia” vuole mettere Unipa in competizione presentandone la sua eccellenza, lo fa presentandone la sua grande mediocrità. Realistico, se non altro.

    25. solo l’ultima che poi mi annoio perfino a leggermi.
      le teste più belle che ho conosciuto in sicilia sono quelle che hanno studiato fuori, o che comunque hanno viaggiato, e sono tante.
      persone che hanno inseguito sogni o semplicemnete avaevano una curiosità innata, e hanno passato lo stretto. come potrebbero queste persone – belle teste in viaggio – essere attratte da un BUNG BUNG o dalle foto di andrea?
      valentina

    26. e poi non scorderò mai il pastore turiddo ( e non è uno streotipo, aveva gli occhi celesti come il mare di maestrale) che mai abbandonò il suo gregge. ma questa è un’altra storia….che lui a studiare non era portato, ma di formaggi come il suo….ancora ne ricordo il profumo e il sapore.

    27. Ciao, ho letto, alcune critiche sono condivisibili, altre meno. Rispetto alle ipotesi apocalittiche presentate, io sposerei una visione che prova a vedere delle differenze e, oltre alle disfunzioni, il buono che c’è. Anche il fatto che si sta tentando di alzare la testa fra le mille critiche, lo ascrivo da parte mia a segnale positivo che mi motiva a fare del mio meglio, principalmente nel mio settore disciplinare oltre che nel mio piccolo cercando di promuovere ciò che di positivo si può incontrare nella propria formazione in università. Fra cui annovero i tanti miei colleghi, superprecari, che con la loro buona volontà e la passione per la cose che studiano tengono aperto un luogo di cultura indispensabile. Ma annovero anche tanti prof. integrati e tanto diversi da me anche per classe sociale che mi hanno formato e mi hanno insegnato ad amare il mio lavoro. Scusate ma ci metto pure, un po’ come Andrea, i miei muretti, i servizi scadenti, le aule sgarrupate in cui ho conosciuto i miei primi amori e sperimentato le prime ingiustizie. Io questo spazio, scusate, ma lo difendo.
      Una cosa volevo dire a Simone, sei stato molto gentile a definire il mio post pieno di belle speranze, non vorrei che trasparisse dalle mie parole un entusiasmo fuori luogo, al contrario, sono un uomo che paga con tanti sacrifici il prezzo della propria posizione e che davvero pensa non spera che l’università possa trovare una propria via di riscatto. Senza vergogna, grazie per i vostri commenti!

    28. Forse sono stato poco “incisivo”.
      Qui non stiamo parlando di volontariato, dove ognuno mette quel che può e, via, la baracca si tira avanti perché l’importante è fare un po’ di bene. Questa è l’UNIVERSITA’, il mondo dell’eccellenza.
      Nella “strategia” cui si è riferito, non una sola cosa sarebbe capace di convincere un solo studente ad iscriversi ad Unipa. Perché lo dovrebbe fare?
      Perché tifa Palermo (qui forse si può dissuadere qualche catanese ad iscriversi)??? Perché la mamma ha detto “studia” (ad Unipa o va bene ovunque)? Perché se va sul sito non riesce neanche a trovare l’area delle borse di studio? Perché vendono le felpe uguali a quelle di Cambridge?
      Dentro Unipa c’è un sacco di roba di eccellenza. I suoi “strateghi” della comunicazione non ne hanno la più pallida idea, tant’è che si inventano ragioni inesistenti come “la comunità degli studenti Unipa”…
      Caro Francesco, con tutto rispetto, le belle speranze, in un’Università, valgono 0 senza competenze.

    29. ihihihih, ehehehehe, è uno scherzo, vero???
      Non è vero!!!
      Cioè la mia università non ha fatto quello che ho visto, è tutta una messa in scena virale. Ci sono, è stato il politecnico di Milano, bastardi! Io lo so che ci odiano, che in fondo ci temono, e dire che non avevo capito la viralità dei video, la forza di autopropagarsi, eh già ma se li ha fatti il politecnico si spiega tutto! O, forse, gli estensori hanno detto che sono dei video virali per la loro capacità di generare una malattia e non per la capacità di auto propagazione…
      Boh, ihihihih, noooo non è vero, questa università non ha rifiutato al mio dipartimento di partecipare ad un bando ENPI perchè: noi più di due dipartimenti che partecipano ai bandi ENPI, non possiamo!!!
      Sono contento che la capacità di innovare della mia università sia affidata ad una sparatoria ed al colonialismo di un Veneto che ha portato il Palermo in serie A.
      Grazie per avermi ricordato di essere un pezzo della provincia e della periferia e non un centro.
      Adesso mi impegnerò ancora di più per superare gli altri atenei.
      GRAZIE!!!

    30. Sono ancora online e ti rispondo subito, Simone. Guarda ti do la mia opinione di ex studente dell’università, precario universitario e “stratega” del gruppo che si occupa di queste cose (che è molto variegato, includendo amministrazione, docenti, borsisti, competenze esterne specifiche). Io penso che qualsiasi discorso serio sulle eccellenze non possa essere fatto se non sui singoli gruppi di ricerca. Ciò significa che non un’intera università si può titolare di medaglie che sono state guadagnate sul campo da singoli ricercatori o da gruppi ristretti, spesso nonostante le università da cui provengono. E guarda che questo non è un ragionamento legato soltanto legato a Palermo ma valido per la grande maggioranza delle università. Per quanto ho potuto vedere lavorando nella ricerca, mi sembra così. Sulla questione della comunità degli studenti di unipa, io davvero non vedo il motivo per cui non se ne può nemmeno parlare. Io rispetterei il fatto che alcune persone siano arrabbiate e che non vogliano nemmeno essere lontanamente associate alla comunità universitaria, però, dico, ci possono essere altri punti di vista che invece vogliono assumersi questo onere di pensarsi come studenti o ex studenti. Il mio network professionale e di studio, le mie migliori “complicità” esistenziali le ho incontrate all’università e direi che questo è perfino normale, dato che l’università accoglie persone che hanno interesse per le stesse cose (la fisica quantistica, l’architettura, il cinema, la pubblicità e via dicendo). Questo network non sarà il network eccellente che tutti voi richiedete, è un network normale, non eccellente ma quello che c’è e per me è un valore. Un valore che vale la pena di comunicare per chi lo riconosce, ferma restando l’opzione di non credere a nulla di tutto ciò e di tirarsi fuori da ogni chiamata in correità 😉 Il problema non è vedere le disfunzioni dell’università ma imporre una cappa di silenzio a chi invece nonostante esse riconosca nell’università stessa e nelle relazioni che pone in essere questo valore. Io non mi voglio stare zitto e un secondo dopo aver riconosciuto il valore che ho di fronte, anche dire che tutti i servizi e molte delle cose che anche in questo thread sono state elencate non vanno affatto e vanno cambiate. In questo momento, sono pure impegnato professionalmente, come ho scritto per cambiarle, magari domani non ci sarò più, però oggi sì. Firmato uno dei componenti del gruppo di ricerca unico in tutta la città ad avere passato la prima selezione di borse erc dell’unione europea. Ed è ovvio che io questa borsa voglio vincerla.

    31. Ah dimenticavo lo so che difendere l’università sembra una cosa di destra. Mala tempora!

    32. Tarantino o Coppola con il budget a disposizione dei video in questione non sarebbero neanche in grado in girare una prima comunione.
      Parlare di “sperimentazione” per degli spot che devono fare aumentare iscritti, girare per il web e sono il risultato di un compromesso (leggasi lavoro di squadra) tra studenti, prof, un’agenzia di comunicazione, regista e attori è benaltrismo puro oltre che slegato da ogni tipo di realtà (non ci sono molti concorrenti più “creativi” in giro). Come se campagne pubblicitarie del genere dovessero finire durante i programmi di Enrico Ghezzi.

      E chi voleva uno spot istituzionale, ha capito il senso del progetto ancora meno.

      Al netto dei difetti dei due spot, il target è costituito ragazzi tardo-adolescenti che sono indecisi se continuare gli studi, non strenui pipparoli mentali post-laurea.

    33. mi sa che qui l’unico strenue pipparolo sei tu. Nessuno si è lamentato della regia per cui perché tiri in ballo Tarantino o Coppola? chi ha parlato di sperimentazione? Vuoi dire che questi non sono spot istituzionali? sai la differenza tra uno spot istituzionale e uno di prodotto? Questo è uno spot di prodotto? o è un virale? sai cosa vuol dire virale?

    34. di sperimantazione ne ho parlato io, e tirando in ballo i vari coppola parlavo dei primi lavori che hanno fatto in cantina, non certo di apocalypse now. personalmente questi video non li trovo nè istituzionali, nè virali, nè sperimentali. intendo uno straccio di ricerca sul linguaggio cinematofrafico, un minimo di sangue e innovazione comunicativa, tanto da poter spingere un ragazzo ad iscriversi all’unipa. solo questo volevo dire.

    35. Uao, se persino l’assessore Carta ed il dott.Mangiapane sono scesi in campo la cosa è seria…leggendo molto velocemente i commenti però siamo arrivati al punto morto del dibattito, al punto in cui i due blocchi non cambiano più idea e si crea quella spaccatura che serve a rendere virale la campagna. Chi difende il lavoro parla del fatto che Unipa non ha sborsato un euro, che si tratta di idea coraggiosa etc…
      Chi critica questo lavoro dice che l’immagine stereotipata della Sicilia non può essere sempre usata per tutto, etc…
      Allora dovremmo chiedere ai pubblicitari di non usare più culi e tette per vendere prodotti!
      Come nel caso del bar Alba, qualsiasi azienda che non sappia come piazzare qualcosa usa lo stereotipo della donna nuda, in modo da affiancare mercanzia a mercanzia. Prima di essere linciato dalle donne, specifico che questo non è affatto qualcosa di corretto, ma è un topos della società occidentale.
      La mafia è un topos di Palermo, non c’è niente da fare. Anni fa con il prof. Marrone come relatore, stesi una tesi sui Videoclip come remake della società, sostenendo che la produzione audiovisiva prodotta in un determinato periodo riprende tutti quei meccanismi, valori e stereotipi che la società approva e ritiene validi in un determinato segmento temporale. Quindi, se gli studenti di Unipa hanno partorito l’idea di due bande che si scontrano anziché aver intrapreso la carriera universitaria, evidentemente è quello che hanno voluto riprodurre in base alle scale valoriali, agli stereotipi e ai meccanismi sociali che in questo momento la città vive e comunica loro. Potremmo chiederci perché la città comunica questa idea di sé, interrogarci su come degli studenti universitari vivono la loro città, ma il lavoro è fatto. Un’altra proposta che avevo fatto era quella di rispondere con video alternativi. E nessun bravo videomaker o attore a Palermo ha raccolto la sfida. Almeno finora…

    36. io penso che la creatività e l’innovazione di cui si è discussa nei commenti che mi precedono siano abbastanza presenti….non stiamo vendendo pistole e proiettili, stiamo “vendendo” l’istruzione e in particolare l’università di palermo, credo che nessuno a prima volta che vede lo spot si aspetterebbe che è l’università che parla (senza considerare che è ovviamente paradossale che un mafioso in punto di morte pensi a quello che gli diceva la madre). per parlare di creatività bisogna anche vedere come vengono usati gli stereotipi e che gioco se ne fa…

    37. Che questa iniziativa sarebbe stata massacrata ne eravamo pienamente coscienti: ma come, non abbiamo le aule, non ci sono i bandi per i dottorati, i professori non vengono pagati… e voi spendete soldi per fare pubblicità?
      Vorrei dire che questi spot sono stati girati con un budget misero: noi stessi abbiamo portato moltissimi degli oggetti in scena e ci siamo rivolti anche ad amici di amici quando abbiamo avuto bisogno di comparse o di qualsiasi altro tipo di aiuto.
      Noi ci abbiamo creduto, e dobbiamo ringraziare l’Università che ha creduto in noi, che si è aperta e fidata di noi studenti dandoci il compito di promuovere la sua immagine. Cosa non facile, dato il suo essere un’istituzione e dati i numerosi problemi dell’ateneo (vedi sopra).
      Le critiche alle idee creative le accettiamo e le discutiamo: ci aiuteranno a crescere. Per quanto riguarda l’utilizzo dello stereotipo Palermo:mafia… state certi che dà fastidio anche a noi, ma lo utilizziamo per strappare un sorriso, lo ribaltiamo. Trovo mooooolto più grave che vi sia al recupero bagagli dell’aeroporto di Punta Raisi un cartellone pubblicitario che invita i turisti a recarsi al museo della mafia di Salemi. Noi semplicemente ci scherziamo su…
      ……. take it easy!

    38. Vi invito a essere rispettosi nei confronti degli altri commentatori. Grazie.

    39. mamma mia quante paranoie…

    40. volevo dire… quoto Frakua.

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