venerdì 22 set
  • L’Orlando Furioso di Palermo

    In queste ultime settimane, per motivi di studio e ricerca, ho avuto modo di visitare quasi quotidianamente la Biblioteca Regionale per riesumare il passato letterario e giornalistico palermitano. Il risultato è stato di non spregevole fattura.
    Oltre all’opportunità di scoprire poeti e poetesse, dal Cinquecento all’Ottocento, di talento ora grande ora mediocre ma tutti indistintamente significativi di una stagione, oltre ad aver scoperto letterati tenuti in poco conto capaci di anticipare in alcuni luoghi delle loro opere idee e pratiche che sarebbero venute molto dopo, ho avuto il piacere di disseppellire vetuste memorie di un giornalismo palermitano di fine Ottocento – inizio Novecento di grande spessore polemico, intriso di una coscienza satirica e goliardica di respiro internazionale, non senza la ripresa di peculiarità e modi della tradizione nazionale. Fra queste memorie, quella che mi ha stuzzicato più favorevolmente appartiene alla rivista goliardica PAPIOL. Non vi sono molte notizie relative ad essa, o almeno io non sono riuscito a trovare granché: ciò che posso dirvi per certo è che le pubblicazioni risalgono agli ultimi anni del XIX secolo e ai primi del XX. Sfogliandolo, vi si trovano molteplici rubriche tra scherzi letterari, frasi non-sense inviate da famigerati lettori, una pagina di critica d’arte di un umorismo irresistibile e modernissimo e ovviamente articoli canzonatori sulle più diverse autorità, dai politici nazionali e locali al Papa fino ai protagonisti del Risorgimento.

    Fra le prove letterarie, tutte interessanti, ho selezionato una poesia che ritengo perfetta, non solo nei giochi linguistici irridenti ma di classe, ma soprattutto nella sua capacità di aver conservato un valore immutabile nel tempo. Una poesia attualissima, che dovrebbe essere dedicata (e che dedico) a tanti palermitani di oggi, uguali a quelli di ieri, ai tanti canciabanniera che prima fanno minchiate, poi le ripetono e infine piangono e si lamentano, ovviamente sempre degli altri. Cambiano i nomi e gli anni, ma la “divertita amarezza” rimane la stessa.
    Mi spiace solo di non essere riuscito a capire chi fosse l’autore, che nel giornale si firmava “Orlando Furioso”.

    Al Popolo Cretino

    O popolo di servi e pecoroni
    Popolo eunuco, popolo affamato
    Ciurmaglia di pezzenti e lazzaroni,

    Perché ti mostri fiero ed adirato,
    Perché gridi e t’affanni ed urli, se
    Questo consiglio fu da te creato?

    Tu non votasti pel ciuco Geggé?
    Per De Martino, Di Pietro e Bonanno?
    Adirarti dunque così perché?

    Tu fosti la cagion del tuo malanno,
    Crepa dunque in silenzio e non fiatare,
    Ché ridicol di più sei nell’affanno!

    Quest’ira tua si può paragonare
    Al dolor di chi pria troppo divora
    E geme poi perché non può cacare.

    Vattene dunque, vanne in malora,
    Sopporta con pudore il tuo destino
    Che tu sarai quel che fosti finora!

    Se il solito Bonanno o Di Martino
    Domani, ad una nuova elezione,
    Si ripresenta, tu, sempre cretino,

    Sempre incosciente, sempre mascalzone
    Tu gli darai sicuramente il voto,
    Perché fosti e sarai sempre minchione!

    Cessa dunque d’urlare e darti moto
    E paga il dazio senza alcun livore,
    Che presto pagherai pure sul vuoto.

    Anzi ringrazia il cielo con fervore
    Se un qualche giorno non ti verrà detto
    Che fu applicato il dazio sul rumore
    Che fai col tuo gentil…retrospetto.

    Di Orlando Furioso, tratta da PAPIOL, numero del 25 gennaio 1900.

    Palermo
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