lunedì 21 ago
  • Promesse

    Andava via spinta dai «beata te», tornava trattenuta dai «torna presto&#187. Erano due anni che andava e tornava, tornava e andava, un movimento continuo tra due case che erano entrambe sue ma che nello stesso tempo non le appartenevano. La prima era la casa che aveva preso in affitto e che divideva con altre ragazze meridionali. Al nord. La seconda era quella in cui era cresciuta e in cui vivevano ancora i suoi genitori. Al sud. Negli ultimi due anni aveva passato più ore in aeroporto che al cinema, che era sempre stata la sua passione. Attese, ritardi, imbarchi, controlli, sguardi sui display sperando che il tempo programmato di un volo coincidesse con il tempo stimato. Viaggi brevi o lunghi, minimo due giorni massimo dieci, prima frequenti, poi sempre meno. Valigie pesanti. Prima. Poi sempre meno. Aveva imparato a viaggiare leggera, la pesantezza la portava nell’animo, quando andava al sud per nostalgia, quando tornava al nord per esigenza.
    Anche nell’ultimo viaggio di ritorno il suo bagaglio si fece più leggero.
    La valigia era aperta sul letto, le sue cose sparse nella stanza della sua adolescenza erano state riposte nel bagaglio. Lo chiuse e controllò. Troppo pesante, in aereo non l’avrebbero accettato.
    Riaprì la valigia e controllò. Tolse il pacco di biscotti con il sesamo che le piacevano tanto e che la nonna le aveva dato. Richiuse e controllò di nuovo. Troppo pesante. Allora tolse quei limoni dell’albero che suo padre curava nel pezzo di terra che un tempo era appartenuto a suo nonno e prima al suo bisnonno. Ancora troppo pesante.
    Rimanevano solo le cose con cui era arrivata. Controllò gli oggetti uno per uno, cercando la differenza. La trovò in un portamonete, quello che sua madre le aveva regalato la prima volta che era partita in aereo, il viaggio di istruzione nell’anno del diploma. Erano passati quindici anni ed era sempre partita con quel portamonete pieno, perché sua madre le aveva detto che bisognava avere sempre delle monete in tasca quando si viaggiava. Ma erano altri tempi. Tempi in cui non esistevano cellulari e si usavano le cabine telefoniche, tempi in cui non si avevano carte di credito e bisognava sempre avere contanti, tempi in cui si tornava dai viaggi negli stati europei con tante monete perché erano diverse da quelle del tuo paese. Erano tempi, in cui non si aveva cura del peso delle valigie e si partiva con il desiderio di andare lontano, dicendo ad alta voce: «Voglio girare il mondo, non voglio rimanere qui, in questa terra dove nulla cambia». Era un mezza verità. La terra non cambiava ma si voleva rimanere. A parole si denigrava il luogo in cui si era cresciuti ma si agiva per restare. Si studiava nel capoluogo, si cercava lavoro in città o nella regione. Si ripeteva «se continua cosi me ne vado, nulla mi trattiene». Ed anche questo non era vero. Si andava via come ultima possibilità, con il respiro spezzato dai lacci delle cose che trattengono e impediscono di partire leggeri. Come quei due occhi nocciola che adesso la stavano guardando e quella piccola bocca imbronciata.
    «Quando torni?». Domanda diretta con il tono di chi esige una risposta precisa.
    «Presto». Risposta insufficiente.
    «Presto quando?».
    «A Natale».
    «È tanto tempo». Silenzio.
    «Passerà in fretta». Risposta stupida.
    La piccola mano le tese una matita e poi cinse con le proprie dita paffute la sua mano magra e la condusse vicino alla porta. «Segna quanto sono alta», disse poggiandosi al muro dietro la porta. Tracciò una linea retta all’apice della chioma bionda. Poi la bambina si alzò in punta di piedi. «Segna adesso». La mano magra tracciò un’altra riga. I piccoli occhi si voltarono a guardare il muro. «Zia, ora promettimi che tornerai prima che diventerò alta così», disse toccando con il dito il segno più alto.
    Un «promesso» uscì dalla sua bocca prima di poggiare un bacio sulla fronte della nipote e nascondere gli occhi lucidi. La valigia era leggera, ma le sue braccia non avevano forza per sollevarla. Le promesse non andavano infrante e una bambina le misurava in centimetri, per essere certa di non essere ingannata. Pensò alle sue promesse, a quelle che lei aveva fatto a se stessa. Non aveva preso una misura. E si ingannava da sola.

    Ospiti
  • 32 commenti a “Promesse”

    1. Gradevolissimo, brava.
      Tema stratattato, ma chi ha vissuto quei “pesi” o chi li si sta vivendo ..

    2. la realtà di molti nostri ragazzi, con i loro pesi, le loro speranze, i loro affetti, descritta con la semplicità e l’efficacia a cui silvia ci sta abituando. un racconto che va dritto al cuore

    3. Smisuratamente bello!

    4. Bellissimo…commuovente…vero

    5. Ciao Silvia,

      è un piacere rileggerti! I tuoi articoli sono sempre pieni di stile e innegabile talento narrativo. Anche io ho nostalgia di quel bellissimo viaggio d’istruzione a Barcellona! 😉 Che portava con se anni spensierati e pieni di promesse, di forza, di speranze e di cui ora rimangono solo un paio di album di fotografie e alcuni souvenir. Segnava la fine del percorso scolastico di cui oggi (non l’avrei mai detto!) ho grande nostalgia. Io, almeno finora, non ho avuto bisogno di emigrare. Proprio nel momento in cui ne avrei avuto la necessità ed ero psicologicamente pronto a farlo ho avuto un’occasione qui, nella nostra terra ormai allo sbando (specialmente nel nostro settore) e ne ho approfittato. Forse, in realtà, ho accettato un compromesso, impossibile dirlo. Non saprò mai se ho fatto bene o male, non saprò mai se, emigrando, oggi mi troverei in una situazione migliore. Rimarrà sempre il mio cruccio. Di certo ogni cosa porta lati positivi e negativi. Se tu lo hai fatto, ti auguro un presente e un futuro radioso.

      Un abbraccio,

      Lorenzo D.G.

    6. Un racconto commovente in cui mi ritrovo moltissimo… specialmente nella valigia

    7. Pensa che io ho i miei genitori al Sud, mia moglie e i miei figli al centro e io lavoro al Nord.
      Pensa che ho una figlia che vedo ogni weekend e che ogni weekend, quando la vedo, è più grande.

    8. …le potenzialita’ della nostra terra sono tantissime,peccato che chi ha un minimo d’ambizione sia costretto a emigrare,basterebbe dare le chiavi della nostra citta’ a un “Zamparini” chiunque lasciando fuori tutti i personaggi “toki” del palazzo delle acquile,per avere una delle piu’ belle e organizzate citta’ del mondo!!!

    9. Questo racconto è oltremodo bello! Mi è piaciuto molto e mi ha fatto anche commuovere.
      Hai saputo descrivere magistralmente con dovizia di particolari movenze, passi e azioni di scene che conosco molto bene poichè vissute e rivissute nel corso degli anni.
      Il racconto è intriso di sensazioni e stati d’animo che sono riuscito a percepire quasi come reali. La richiesta della nipotina
      è proprio l’emblema dello stesso.
      Sono rimasto molto colpito dal raffronto di due così diverse tipologie di promesse e la constatazione della protagonista di continuare a ingannarsi da sola non avendo stabilito a priori la misura della propria promessa di vita.
      Solo due parole: grazie Silvia!

    10. …”Zamparini qualunque” 🙂

    11. “t’appartengo ed io ci tengo e se prometto poi mantengo, m’appartieni e se ci tieni tu prometti e poi mantieni. prometto, prometti”…ci sta benissimo la canzone della divina Ambra! Saluti a tutti

    12. il problema è che i lacci vivono di vita propria e pur volendosene disfare essi si avviluppano e non si lasciano recidere e ci si ritrova a sentire la pesantezza come se si camminasse trainando un carro pieno di orpelli.
      Sono uscita da casa mia per abitare in un luogo in cui la mia stessa vita deve per forza trasformarsi per poter sussistere e in cui la possibilità di comprensione esige un rinnovamento radicale dei miei strumenti concettuali; un luogo in cui DEVO dimenticare ciò che ero e ciò che sapevo prima di arrivare, ma ci sono quei lacci…

    13. @Nissa
      chi ha un minimo di ambizione è costretto a partire.
      Per antitesi quelli che sono rimasti, rimangono,rimarranno, sono dei mediocri.
      C’è qualcosa che non mi quadra proprio.

      Bellissimo il racconto, complimenti.

    14. è però possibile che la capacità di comprensione sia tanto più efficace quanto più i tuoi strumenti concettuali siano affinati; in tal senso la tua vita passata ti può essere utile affinché il rinnovamento sia più veloce e possibilmente indolore

    15. @ ninni
      non dico chi rimane è mediocre, anche se accettare lavori precari, malpagati o addirittura al nero,non sia il massimo della furbizia …ma chi ha voglia di realizzarsi professionalmente,ma anche avere un lavoro “normale” a Palermo è quasi impossibile…grazie anche ai politicanti nostani

    16. grande osservatrice e grande narratrice
      su un tema che prima o poi
      coinvolge tutte le famiglie palermitane.
      Brava.

    17. Manca solo un’orchestrina che suoni ” O sole mio “.
      Ma allora Ulisse ? Vi siete mai chiesti il motivo per cui impiega dieci anni per tornare a casa ?
      La verità è che Ulisse è una persona civile, civilizzata.
      Impiega dieci anni perchè è terrorizzato dall’idea di tornare a casa, di dover spiegare, ricordarsi delle promesse fatte, ha il terrore della famiglia, nipoti compresi.
      ” Zia, zietto…”. Per carità.
      Ulisse è una persona intelligente, che adopera insomma la ragione, è oggettivo, “scientifico”.
      Tutto il contrario di Penelope, persona, diciamo così, “tradizionale”, che capisce solo l’istinto, il “sangue”, l’orgoglio e via dicendo.
      La civiltà, a tutti coloro che non sono civilizzati, può apparire, anzi spesso appare, corruzione, immoralità, mancanza di principi, cinismo…..
      Ma era proprio questo il rimprovero che Hitler muoveva alla civiltà…..

    18. brava. parola di migrante.

    19. @manuelo: ?

    20. Ho condiviso questa storia con voi e la dedico a chi è partito ma anche a chi è rimasto, che non ha valigie pesanti da sollevare ma cassetti vuoti e posti a tavola non occupati.

    21. Brava Silvia!
      la dimostrazione che chi scrive di pancia…
      Ti ho commentato per primo stammatina alle 07,15 ma il mio comento era in moderazione per un semplice errore

    22. Sono partito anche io.
      Sensazioni simili, quando si parte e quelle poche volte che si torna.
      E’ vero, resta solo chi e’ disposto a convivere con una situazione insostenibile, e senza offesa, chi non ha ambizioni. Perche’ la Sicilia, nella sua mentalita’, nel suo status attuale, nella sua politica amministratrice uccide l’anima di ogni giovane gagliardo e motivato.
      Solo su una cosa dissento. Non e’ vero che questa terra non cambia mai. Ogni volta che torno, e’ sempre peggio. Qualche anno fa, la gente non conviveva con i topi e le montagne di immondizia fetide di fronte casa…

    23. potevo scriverlo io quel pezzo,lavoro per 8 mesi all’estero, poi 4 qui, nn riesco a staccare con Palermo,nonostante tutti i problemi e’sempre casa io e amo questo posto, e’ vero che e’ piu’ facile andarsene che restare, io ho trovato una specie di compromesso,la speranza e’ sempre la stessa, che vada un pochino meglio….

    24. quale ambizione può essere più grande di quella che vuol portare un cambiamento, ove questo è più difficile da realizzare?
      non esiste solo l’ambizione di guadagnare di più, di avere un lavoro migliore; esiste anche l’ambizione di rendere migliore la propria terra, di valorizzarla, di fare tutto ciò che si può affinché il brutto sia sempre meno brutto e il bello sia sempre più bello.

    25. @filippo:?

    26. Ciao,
      leggere quello che hai scritto mi ha toccato,
      sentivo un dolore crescente allo stomaco,
      mi si stava fermando il cuore.
      Mi rivedo in quasi tutto quello che hai scritto (non ho ancora nipotine).
      Un caro saluto.

    27. Grazie, Silvia. Sono un giovane palermitano. Mercoledì, se Dio vuole, torno a Genova, dove mi sono trasferito da circa un anno per specializzarmi in Traduzione e interpretariato (corso di laurea magistrale inesistente in Sicilia e in gran parte del Sud). Meno male che non ho nipotine.

    28. Io sono partita e sono tornata e sono felice così! E nn mi sento neanche mediocre!

    29. Emozioni tradotte in parole direttamente dal cuore.. Lascia un po’ di amarezza, ma innegabilmente è di impatto per chi, riga dopo riga, si riconosce nel protagonista di questo racconto/resoconto..
      Sarebbe bello saper interpretare con la stessa facilità anche le ragioni che ci fanno accettare di vivere con questa pesantezza sul cuore..

    30. Un racconto dolce – amaro che rispecchia , ahimè, la realtà di molti cuori, di molte anime che sognano e che sperano si realizzi qualcosa di migliore.
      I lucciconi son venuti anche a me.
      Grazie per questo delicato spaccato di verità.
      Continua a scrivere e magari troveremo i tuoi libri in libreria mi auguro: qualcosa di vero che finalmente spiccherebbe in mezzo a tanti inutili bla bla bla…
      Con amicizia
      Daniela

    31. Ottimo.

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