venerdì 18 ago
  • Il cambiamento

    Provengo da una scuola di pensiero secondo cui il massimo dell’astrazione consente il massimo della concretezza, ragione per la quale teoria e prassi sono necessariamente complementari e non alternative come si tende a sostenere da più parti. Così, ragionando del cambiamento, vorrei dire preliminarmente due cose: il cambiamento è una dinamica che apre al nuovo. Parlando del nostro tempo e della nostra società, associamo il cambiamento al nuovo, ovvero ai giovani, al futuro. Questa è la prima cosa. Da sola però non basta. E vengo alla seconda. Il cambiamento necessità di una visione relativa al vecchio, aspetto che tendiamo a declinare associandolo alle vecchie abitudini, al passato. Ne deriva una considerazione importante: non vi può essere cambiamento se non vi è contemporaneamente un’azione verso il nuovo ed una complementare verso il vecchio.
    Analizziamo: se il cambiamento protende soltanto verso il nuovo, se rivendica soltanto il futuro, se si preoccupa soltanto dei giovani (per restare nei confini che ci siamo assegnati qua), esso si traduce in semplice speranza e nell’ipotesi che dovesse concretizzarsi, attuerebbe una sostituzione del vecchio col nuovo. Sostituzione o rottura. Perché vi sia reale cambiamento, occorre invece che nel medesimo movimento e mutamento, avvenga una correlativa azione nei riguardi del vecchio, affinché ciò che si deve abbandonare per realizzare il nuovo, non resti a pesare nell’ombra come un virus latente, in attesa del momento buono per allignare un’altra volta. Com’è tristemente accaduto.
    Veniamo a Palermo e al suo prossimo futuro, in vista della nuova tornata elettorale da cui ci attendiamo tutti una svolta epocale, capace di risollevarci dall’abbandono e dall’incuria in cui giace la città. Vedo un brulicare di iniziative mirate a ridare centralità agli elettori-cittadini. La gran parte di queste è opera sotterranea di politici di professione che preparano il proprio personale consenso. No comment. Per ora. Vecchie abitudini, appunto. Ve ne sono alcune altre che esprimono invece la voglia di un futuro migliore da parte delle energie sane della nostra popolazione e, tra queste – per fortuna – molti giovani. Il futuro, la speranza. Ma non basta.
    Il 15 ottobre, alla presentazione presso il Teatro Biondo del movimento dei Liberi Professionisti sotto l’egida di Libero Futuro – iniziativa di per sé encomiabile – vi era un buon numero di partecipanti. E vi erano osservatori e commentatori. Sul Sole 24 Ore, edizione di domenica 16 ottobre (p. 14), non si è mancato di osservare che in quella «sala, a parte il presidente dell’Ordine degli ingegneri e il presidente dell’Ordine dei geologi, non vi era quella calca di rappresentanti degli ordini professionali che ci si sarebbe aspettati di vedere». Era cioè presente una consistente massa di promotori della speranza. L’autore dell’articolo osservava ancora che: «i rappresentanti degli Ordini che in privato si dichiarano pronti a fare le barricate contro i loro colleghi in odore di affari con le mafie, poi pubblicamente non riescono a vincere le resistenze politiche dei loro associati. Questa prova generale di antimafia dei professionisti ha mostrato tutte le falle di un sistema che a lungo ha fatto come le tre scimmie: non vedo, non sento, non parlo».
    Al di là delle personali opinioni, quella del giornalista e quella nostra sul suo pezzo, resta il fatto che soprattutto in una realtà come la nostra non si può costruire un reale cambiamento senza un’azione di autentico rinnovamento che persegua anche l’abbandono delle vecchie abitudini. Personalmente siamo contenti che la vecchia guardia dei professionisti, un po’ vili e un po’ equivoci, non fosse presente e non mi pare che l’autore dell’articolo abbia compreso il valore positivo di questa assenza. Ma quello che resta da fare è la “scelta” di non ripetere i comportamenti che hanno fatto la fortuna lavorativa dei vecchi professionisti. E questo vale per ogni categoria sociale si consideri. Chi per anagrafe, per aspirazione, per rassegnazione, appartiene già al nuovo e al suo anelito deve impegnarsi non soltanto per promuovere il “nuovo” ma anche e soprattutto per rimuovere, col proprio esempio personale, col proprio sacrificio, con le proprie rinunce, il “vecchio” che deve scomparire. L’entusiasmo aiuta a superare le difficoltà che comporta il nuovo, ma per vincere la resistenza del vecchio, servono autodisciplina e moralità. Ne saremo capaci?

    Ospiti
  • 2 commenti a “Il cambiamento”

    1. caro giampiero, hai toccato un tasto che fa parte di un meccanismo delicato, ti ringrazione dello spunto e delle sane riflessioni. Una premessa:
      in ambito manageriale si individuano due tipi di cambiamento, definiti semplicemente come CAMBIAMENTO TIPO 1 e CAMBIAMENTO DI TIPO 2.
      il primo caso, è quello che vede un cambiamento delle cose solo figurato. in altre parole: persone, modi di agire e idee sono le stesse, ma vengono rimescolate a puntino per dare l’impressione di qualcosa di nuovo, che in realtà lo è solo in piccolissima parte.
      il cambiamento di tipo 2 è tutt’altra cosa. presuppone un cambiamento vero, che mira al nuovo senza dogmi e, soprattutto, mira a guardare al nuovo senza gli stessi “occhi” del vecchio. è un processo difficile, perchè presuppone l’abbandono di tutte le preconvinzioni e “sicurezze” avute fino a quel punto. Proiettando questo discorso al nostro territorio, anche in vista delle future elezioni, temo che l’onta del “vecchio”, sarà ancora tristemente presente. In una terra come la nostra dove vale il detto: MEGLIO IL TINTO CONOSCIUTO CHE IL BUONO DA CONOSCERE…”, non sò quanto reale sarà il cambiamento che si cercherà di operare. Concludendo, con sorriso ironico, mi piace ripensare agli slogan elettorali che hanno condotto 2,5 anni fa, alla elezione di Obama, ovunque si leggeva: I can…..change…I can….change…

    2. Un articolo equilibrato e opportuno.

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