venerdì 31 ott
  • I coccodrilli di Miami

    Vi ricordate la vicenda dei ragazzi palermitani bloccati in aeroporto perché colpevoli di avere acquistato souvenir illegali come teste di coccodrillo e squali in salamoia a Miami? Beh, la vicenda si è conclusa in una bolla di sapone, lo dico subito per amor di chiarezza. Coccodrilli di cuoio e squali di plastica. Ma se avrete la bontà di leggere il seguito potrete conoscere la vera storia dei coccodrilli di Miami secondo la voce di un protagonista d’eccezione. Il coccodrillo.

    I coccodrilli di Miami

    Non mi era mai piaciuta la collocazione che ci avevano dato in quella maleodorante bottega nel cuore dello shopping di Miami lungo la Lincoln Road. Insomma, in vetrina, così esposti ai raggi del sole, agli occhi dei curiosi e alle facce schifate dei turisti. Ma tant’è non potevo lamentarmi. Quel giorno però la mia vita sarebbe cambiata perché di lì a poco un gruppo di tre ragazzotti italiani (chissà perchè sono sempre gli italiani quelli maggiormente affascinati dai nostri denti e dalla nostra pelle squamosa) decise di spendere gli ultimi dollari per portarci a visitare l’Italia dove, probabilmente, saremmo stati destinati agli occhi impietosi dei parenti o a qualche scherzo goliardico. Insomma era la fine che mi aspettavo e sapevo che avrei concluso i miei giorni in Italia. Così schiaffati dentro ad un sacchetto di plastica per altro molto scomodo, io e i miei fratelli insieme a quegli idioti di squali sotto spirito (purtroppo la compagnia in questi casi non ce la possiamo scegliere) ci imbarcammo sul volo intercontinentale, destinazione Palermo (di cui avevo sentito parlare solo attraverso i racconti de Il Padrino.

    I coccodrilli di Miami

    Lettura che adoro soprattutto la notte quando il negozio è chiuso e le vetrine della Lincoln vengono ignorate a vantaggio delle luci dei locali notturni della Ocean Drive). Dopo un viaggio lungo e faticoso e scomodo finalmente sentii le fatidiche parole: «Informiamo i signori passeggeri che stiamo per atterrare all’aeroporto di Palermo». Alleluja. Non avrei mai immaginato che da lì a poco sarebbe scoppiato il mio inferno e per una testa di coccodrillo ricordare certe cose è davvero dura. Avevo capito subito che che c’era qualcosa che non andava. E il mio istinto di coccodrillo raramente sbaglia. Una volta fuori dal velivolo mi ritrovai schiaffato su un tavolo, toccato, manipolato, girato, umiliato, ispezionato e con me anche quegli idioti di squali che comunque in quel momento avevano la mia solidarietà e anche i miei compagni di viaggio. «Criminali!». Ma chi io??? Ma se fino a dodici ore fa mi godevo il sole di Miami! «In galera!». Galera?? Certo meglio quelle italiane di quelle americane ma che colpa ho se sono una testa di coccodrillo (pensai che probabilmente in questo paese era reato…)?! Fu così che passarono otto interminabili ore tra domande incalzanti e strattonamenti. I miei acquirenti avevano la faccia più stranita della mia e in un istante di ilarità isterica pensai che anche le loro teste in quel momento potevano essere esposte in una vetrina di via Maqueda e avrebbero sicuramente riscosso pari successo delle nostre capocce in quel di Miami. Trattenni un sorriso, la situazione richiedeva massima serietà. Non posso però del tutto lamentarmi, in quelle ore di attesa ci furono anche momenti di gloria (per noi) soprattutto quando ci misero in bella mostra sul tavolo, uno accanto all’altro e dietro di noi i finanzieri pronti ad accogliere il flash dei fotografi sicuri di avere un posto d’onore nei quotidiani e nei siti web il giorno dopo. Poi, improvvisamente io e gli squali che continuavano a guardarsi intorno senza capire chi, come, cosa ci ritrovammo chiusi in una scatola, in un magazzino polveroso e pieno di cianfrusaglie. «Non toccate nulla!» urlai ai miei compagni di sventura. Non ci vuole niente a beccarsi qualche malattia in posti come questi. Dopo non ricordo molto. Ricordo solo che che passarono così due anni fino a quando una mattina ci vennero a ritirare da quel magazzino polveroso che ormai chiamavo casa. Ebbene si, dopo attente perizie e accurate indagini finalmente si scoprì la verità. Io e i miei amici teste di coccodrillo non eravamo altro che riproduzioni costruite con scadenti pezze di cuoio e quegli idioti degli squali…erano solo di plastica. Oggi vivo finalmente in una casa che può chiamarsi veramente così, su una mensola sopra il letto del mio acquirente e ancora oggi mi chiedo, ma non bastava leggere l’etichetta che avevo proprio sotto di me che riportava la scritta «From recycled scraps of the farm raised meat and leather industry»?

    I coccodrilli di Miami

    Palermo
  • Un commento a “I coccodrilli di Miami”

    1. Io continuo a girare e rimane sempre l’unico aeroporto dove ti accolgono con un cane bellissimo :-) Qualcuno sa come si chiama?

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