domenica 20 ago
  • Siminzina

    «Te ne devi andareeee! Come te lo devo dire che qua non ci devi venire? Pezzo di cane infame, schifiato, tu e tutti quelli come a tia! Vatinni! Vatinniiiii!» e mentre gridava, con gli occhi spirdati, le tremavano le mani. Le tremava pure la faccia, una specie di ticchio, vicino all’occhio destro. «Ancora qua è?! Niente! Non mi serve niente. Voglio restare qua. È tua la strada? Dimmelo, avanti. T’accattasti pure la strada? Va-ti-nni». E girate le spalle, stava a riprendere respiro, con la testa calata e i pugni chiusi. Imprecando dentro di sé che tornasse regolare, perché non le piaceva farsi vedere senza controllo. Avrebbe potuto pregare. Ma non ce la faceva. Non ci poteva credere più. Troppe volte era rimasta ad aspettare, troppe volte aveva sperato che la Madonnina e Gesù la venivano ad aiutare, ma mai si erano visti e manco sentiti. Sua nonna dice che ci parlava. Ma a lei non la sentivano. Allora aveva smesso di tuppuliare pure a quella porta. Ora, che cosa voleva quello? Impalato, fermo a taliarla, con la faccia che sorrideva e il suo vestito nivuro. Che ci rideva? Sicuro qualche cosa voleva. Se la voleva comprare con due paroline zuccarate il maiale, schifoso. E poi tanto lo sapeva che la portava di nuovo insieme alle altre e lei proprio non ci voleva andare. Appena solo ci pensava, le acchianava lo stomaco. «Vatinni!». Si era portata dietro una coperta e aveva deciso che in un sottoscala poteva starci benissimo la notte. Nessuno la inquietava. Di giorno tampasiava senza destinazione, tanto un pezzo di pane lo aveva sempre rimediato. Non ci voleva tornare no. Mai. Mai. Mai.

    Ancora poteva sentire dentro la testa l’odore forte e pungente dell’incenso, la faceva stonare. L’incenso le dava le vertigini e le faceva arrivutare lo stomaco. Come quando era morta sua nonna e quelli buttavano incenso casa casa. E a lei veniva da vomitare. E le pareva male a dirglielo che la finissero. Se l’erano portata quelli del comune dentro una cassa di legno, grezza perché soldi non ce n’erano. Di quei due giorni si ricordava poco. Facce estranee e braccia che la stringevano. «Mischinedda ‘a picciridda. Sola è, pare piatusa». «Vediamo se la parrocchia l’accoglie, povera figghia». «Cchiù mischina e piatusa di una ca ci muore la madre quando nasce, nessuno c’è». sentiva murmuriare e le girava la testa. Di nuovo l’incenso. Incenso e vomito.

    E poi silenzio e fresco. Fresco a luglio. E ancora incenso. Soffitti altissimi e cassettoni di legno intarsiati. Tovaglie di lino ricamate e bianchissime che non si potevano toccare sennò ci restavano le ditate. Statue immense, avute avute con occhi ghiacciati che ti assicutavano e non ti potevi ammucciare manco se volevi. Ti si impiccicavano di sopra e te li portavi appresso. Pure la notte, quando non ci bastava mettersi la testa sudata sotto il lenzuolo. Respirava piano piano, per non farsi sentire da quegli occhi e si faceva il segno della croce con la lingua, come le aveva insegnato sua nonna. «Si ti scanti assai e non puoi muovere le mani per lo scanto, fatti il segno della croce con la lingua. Nuddu ti può nuocere». Ma niente. Pure con gli occhi chiusi li vedeva quegli sguardi di vetro che la inchiodavano. Poi il sonno l’abbracciava, mentre si cantava nella testa «vò vò vò, dormi figlia e fai la vò, ora veni lu patri to’ e ti porta la siminzina, la rosamarina e lu basilicò…e ti porta la siminzina, la rosamarina e lu basilicò».

    Ora nessuno gliel’avrebbe cantata più la canzone della siminzina. Pure a lei sua nonna la chiamava Siminzina, perché era nica nica e s’infilava in tutti i discorsi dei grandi. «Nonna ma che viene a dire fare le cose vastase?». «Niente, fatti li fatti to’, Siminzina!». Però la abbracciava stretta stretta e le carezzava i capelli e, mentre cantava, Siminzina si addormentava e respirava il petto grande di sua nonna che sapeva vero di basilicò e di lievito.

    Ancora odore di incenso. E ancora lo stomaco sottosopra.

    «Vieni qua, nicaredda, fammi un piacere che fa caldo e sono vecchio. Alzamela ‘sta sottana che è pesante e nivura e sciusciami in mezzo alle gambe. Brava, così. Non ti preoccupari, non su’ cose vastase. Un altro poco…che fai? Ti stancasti? I picciriddi non si stancano. I vecchi come a mia si stancano. Ma siccome io ti voglio bene, ti sciuscio pure a te, così non senti caldo. Com’è? Ti piace? Ti stai arricriannu, vita mia. Ora spicciati, vatinni, che tra poco devo cominciare». Scruscio di stoffa pesante, feto di sudore, una chiave di ferro che gira nella toppa. La faceva uscire dalla porta di lato, dove l’odore dell’incenso si mischiava a quello della strada, al marciapiede impolverato e alle sucitìe che risalivano dall’asfalto impregnando l’aria, mentre suonavano le campane delle sei di pomeriggio. «A nessuno glielo devi dire che vieni qua. ‘U capisti nicaredda? Cose segrete sono. Staccura, che i Santi a tia taliano! ‘U capisti nicaredda?». Lo capiva. A chi glielo doveva raccontare poi?

    «Te lo devo dire un’altra volta? Non ci voglio venire con te. Siete tutti schifiati, nivuri e cani voi. Vatinni, parrino». Si girava, ma con la coda dell’occhio controllava se quello c’era ancora. «Ora ti tiro una pietra», metteva la mano in tasca e faceva per lanciarla, ma poi le mani cominciavano a tremare e allora scappava e correva stringendo la pietra tra le dita.

    Altri tesori non ne aveva. Una coperta, un pugno di pietre per scacciare chi non le piaceva e una canzone per non sognare gli occhi dei santi la notte «vò vò vò, dormi figlia e fai la vò ora veni lu patri to’ e ti porta la siminzina, la rosamarina e lu basilicò…».

    Palermo, Sicilia
  • 21 commenti a “Siminzina”

    1. sigh!!!! 🙁

    2. Racconto straziante.
      Brava come sempre, Maria.

    3. scrivi cosi chiaramente che le immagini scorrono nella mente una dopo l’altra…come se si fosse li presenti…

    4. Che brava Maria…è sempre un piacere trovare un tuo racconto…

    5. fa molto molto male leggere questo racconto.
      Che sia vero o no, non importa.
      Comportamenti del genere fanno soffrire per tutta la vita chi li ha subiti…

    6. E’un racconto straziante, ma condivido il pensiero di siciliangirl: sembra di vedere immagini, sentire rumori e odori. Brava Maria.

    7. che schifo! non il racconto ovviamente, molto toccante, leggendolo mi è sembrato di aver visto un corto.

    8. si prova quasi un dolore fisico per siminzina, per tutte le siminzine del mondo

    9. letto d’un fiato….senza fiato… che brava Maria…

    10. complimenti maria. un cazzotto nello stomaco, e gli odori che vengono fuori dallo schermo. sei una grande narratrice.

    11. mi viene il magone allo stomaco…cmq brava…la cruda realtà!

    12. Voglia d’abbracciare una per una tutte le ” siminzine “… grazie Maria.

    13. Si riescono a recitare le voci del vibrante accento palermitano in questo verismo dei nostri tempi.
      Molto suggestivo.

    14. …….e dormi figghia di l’arma mia

    15. grazie a tutti.Erano almeno un paio d’anni che volevo scrivere di quest’argomento. L’avevo nella pancia!

    16. M’ammazzasti

    17. toccante ,brava Maria.

    18. Cara Marì tutti in galera devono finire sti porci … il problema è che sono stati coperti per anni e anni …ci sono molti colpevoli in questo schifo ,perchè chi dovrebbe prendere posizioni nette e punitive,non lo fa !!! Sai che a me non piace generalizzare … e le persone perbene ci sono ,ovviamente, pure fra i parrìni ( anche se io credo che una condizione innaturale quale la castità,possa portare molto facilmente soggetti con pochi scrupoli verso questo tipo di nefandezze !!!!) … Che le persone perbene denuncino allora !!!! Che la legge faccia ,a tappeto, il suo dovere !!! Il tappo deve esplodere e le vittime devono trovare pace e giustizia !!! Sono riuscita a finire il tuo racconto solo perchè ,insieme al ribrezzo per quelle schifose sciusciàte , pensavo a Siminzina divenuta donna che tutti in galera li ha mandati ..e ancora oggi continua ad aiutare e sostenere le donne vittime di violenza e abusi !!! Solo così ce l’ho fatta …

    19. Che la pedofilia sia qualcosa di “schifoso”, non trovando altre parole per definirla, non è in discussione… ma alcuni commenti mi sembrano un tantino qualunquisti e generalizzanti!!! Mi piacerebbe che se ne riuscisse a parlare senza doverla necessariamente accostarla “esclusivamente” alla chiesa! Bisognerebbe avere il coraggio di dire che per tanto, troppo tempo, è stata tollerata e coperta soprattutto in ambito familiare, dove non servivano neppure gli spauracchi dei “santi che ti guardano” per far tacere, ma un malinteso senso del pudore, della dignità e del buon nome da preservare. Chiunque si sia macchiato di questi crimini deve essere punito senza se e senza ma, ma non si può accettare la tesi che fa della castità sacerdotale (di cui a mio parere si può anche discutere) l’humus ideale in cui cresce e si sviluppa la pedofilia… Ci indigniamo “giustamente” quando qualcuno confonde omosessualità e pedofilia e poi…
      Maria, avendo letto altre tue storie, mi pare che tu abbia già affrontato lo stesso argomento vissuto però in ambito familiare, per cui nulla da dire al tuo racconto che ho ovviamente apprezzato, ma ho voluto dire la mia in merito ai commenti, che quasi sempre su questo tema, diventano a “senso unico”!!!

    20. scusate: “accostare”

    21. Ciao menzel, non credo ci sia bisogno che io lo ribadisca, ma non credo che la castità sacerdotale sia l’humus ideale in cui cresce e si sviluppa la pedofilia. Ma c’è anche lì. Il post a cui ti riferisci forse è “il giardino delle rose”.

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