martedì 12 dic
  • Impressioni newyorkesi

    L’autobus mi riporta verso nord: 40th street, 70th, 107th: Harlem. E poi Bronx, Connecticut, poi non so che altro ed infine Massachusetts. Ho avuto occhi nuovi questa volta, ed anche le cose che avevo già visto si svelano sotto nuove luci.
    La moralizzazione del capitalismo. Quasi tutti, se non tutti, i grattacieli sono privati, ma è possibile entrare gratuitamente in tanti di essi. Nessuna pubblicità o insegna invita a farlo, ma, dopo qualche iniziale incertezza, è facile imparare ad intuire dove si può entrare senza timore. Dentro, tanta meraviglia per l’inatteso spettacolo. Giardini d’inverno, alberi dentro i grattacieli e tanti tanti tanti tavolini con sedie in cui la gente può sostare, riposare, leggere, mangiare. Non so se questi angoli sono pubblici o messi a disposizione da aziende private, ma sono spazi aperti liberamente al pubblico dentro i templi della proprietà privata, ed è questo quello che conta. E conta anche il fatto che nessuno ruba le sedie.

    Giardino d'inverno a New York

    Tutto qui mormora che il capitalismo selvaggio è morale, soprattutto se i benefici contribuiscono al bene della comunità. E la comunità a New York è impersonale, è l’umanità intera che si trova a passare per quelle strade anche solo per una volta nella vita. Tutto ciò ha sapore di filantropia. E mi piace. Esiste anche l’opposto: il pubblico si tinge di privato. Non significa potere mettere un catenaccio ad un bene del demanio, ma significa abbellire un parco con tavolini e dondoli e usarli come tavoli di ristorante, organizzarvi dentro club della lettura, a cui chiunque può partecipare prendendo un libro da uno scaffale posto in una piazza, sedendosi e leggendo, e posando di nuovo il libro nello scaffale quando si decide di andare via.
    L’operosità, la gratitudine, le difficoltà. Terra di immigrati, 12 milioni di persone sono passate da Ellis Island, altre ancora ne erano arrivate prima. I problemi dell’immigrazione, la scarsa tolleranza di alcuni, i problemi di lingua. Come si dice “pane” in inglese? Partire per un viaggio con solo un lenzuolo che raccoglie in un fagotto tutto quello che si ha. La forza della disperazione, chi ce l’ha fatta, chi no. Un posto vale l’altro. La Libertà che illumina il mondo ha sandali alla schiava. Meglio andare in California, il biglietto del treno costa meno. Generazioni dopo, il carattere nazionale della terra d’origine rimane, anche se si è ormai americani. E ci si merita una medaglia d’oro per aver tenuto aperto il proprio ristorante per 24 ore al giorno per 5 mesi dopo l’11 settembre, avere servito gratuitamente 500.000 pasti a soccorritori e soccorsi, usando 100.000 dollari dei soldi accumulati con il proprio lavoro.
    Sognare Broadway dall’altro lato della strada. Stardust: polvere di future stelle che servono ai tavoli di un locale in cui sembra dovere apparire Fonzie da un momento all’altro. E crederci che un giorno si canterà dall’altro lato della strada. Crederci così come ci crede il ragazzo di Brancaccio che al gelo convince i turisti a mangiare in un ristorante a Little Italy dove fanno la pasta Alfredo (ancora una volta, chi è Alfredo?). Believing is the key. Crederci come facevano quegli ebrei di 2000 anni fa che a Broadway cantano «JC, JC, would you fight for me?». Che poi sono gli stessi che, comandati da un re fantoccio che sembra uscito da un sabato sera al Plastic di Milano e occupati militarmente dai Romani, gridavano “We don’t have a king, crucify him!”. Crederci, così come ci credeva Giuda, che ha tradito Gesù per troppo amore. Ha smesso di crederci Pilato, invece, nel momento in cui si è reso conto dell’ineluttabilità del destino: avrebbe voluto salvare quel JC Superstar, ma non era ciò che è stato scritto.
    Io: un po’ Pilato, un po’ ebrea.
    Cosa c’entra tutto ciò con Palermo? Guess!

    Ospiti
  • 6 commenti a “Impressioni newyorkesi”

    1. “Alfredo” deriva dal ristoratore romano la cui fama ebbe una grandiosa eco internazionale a partire dagli anni ’20 quando, tra i clienti del ristorante, la famosa coppia di attori americani Mary Pickford e Douglas Fairbanks regalò ad Alfredo le mitiche posate d’oro con le quali da quel momento mangiarono gli ospiti più celebri e speciali, restando la sua specialità le famose fettuccine al doppio burro.

    2. Bell’articolo, nn avrei saputo descrivere meglio la situazione. Vivo a New York da poco più di 4 mesi, faccio parte della schiera dei nuovi immigrati, o ci stiamo provando, perchè con le nuove leggi diventa sempre più difficile. Due cose mi hanno particolarmente colpita dell’articolo “la forza della disperazione” che per la maggiore è il motivo principale per cui ancora oggi gli italiani del sud sono costretti a lasciare la loro terra, e “Generazioni dopo il carattere nazionale della terra d’origine rimane, anche se si è ormai americani”. Come per chi, pur avendo fatto i soldi, vive nel “basement” di una palazzina di brooklyn, si occupa dei nipoti, come farebbe una qualsiasi nonna del sud italia, prepara il sugo per l’inverno, riempie una brocca di vino fatto in casa per offrirlo ai nuovi arrivati insieme ad una ciotola di olive, un pezzo di pane e un pezzo di formaggio tagliato da una forma appesa alla trave del soffitto. Poter sentire l’aria di casa a diecimila km. di distanza nn ha prezzo!!!

    3. Dopo più di 100 anni di immigrazioni, tutt’oggi i giovani siciliani sono costretti a lasciare la loro terra ed andare a produrre altrove…Tristezza

    4. @marzia: Grazie! A te invece dico “in bocca al lupo” per la tua avventura americana, spero tu possa trovare quello che cerchi. Per fortuna hai già chi riesce a consolarti con atmosfere familiari nei periodi di nostalgia acuta, è importante. 🙂

      @Gabriel: Non vedo l’emigrazione come una cosa negativa in sè. Chi si trasferisce altrove accumula conoscenza che, anche solo inconsapevolmente, poi riversa sulla terra d’origine. Certo, ci si auspica che la scelta di partire sia appunto una scelta, e non una necessità.

    5. In tutto il mondo, “Fettuccini Alfredo” vi ricordano che dovreste cercare di mangiare dove mangiano i locali, cosa mangiano i locali, invece che cercare improbabili ristoranti italiani e lamentarvi della pasta scotta.

      Bell’articolo: mi è piaciuto assai.

    6. ok, mi avete convinto… adesso preparo il mio “fagottino” ed arrivo anch’io.
      l’america dream esiste ancora?

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