mercoledì 22 ott
  • Quaderno di Palermo 26

    Si sa: la memoria è una funzione dell’essere umano che attiva dei meccanismi non sempre adeguati alla percezione del nostro passato (e scusate se insisto ancora sulla memoria, ma si tratta di un punto stabile e vitale che dà senso al nostro decorso esistenziale e, certo, anche di un’idea mia prevalente, persistente, ricorrente.) Diciamo che la memoria è un’arma a doppio taglio, per non dire che di tagli ne ha almeno quante sono le persone. E poi, come tutti sappiamo, la memoria è piena di trappole, di sabbie mobili, le quali agiscono a seconda sia delle convenienze del momento sia dei rischi che si presentano a vicenda dentro di noi. Infine la memoria può essere vissuta tante volte come un contributo alla libertà, ma poi subito dopo sentita addirittura come una tenace tenaglia. Sì, la memoria è contradittoria di per sé, onnipresente e sfuggevole al tempo stesso, cangiante. Mai la stessa, nonostante le origini da dove proviene siano fisse, immutabili e, per di più, atemporali. Perciò la memoria non ha caducità e per questo non invecchia, malgrado il percorso irripetibile dove si muove in ogni persona. Perché nasce con noi, non smettendo mai di ingrandire il suo spazio a mano a mano che il nostro futuro rimpicciolisce, e muore con noi. Può fare l’effetto di rinnovarsi in continuazione, ma si tratta soltanto di una miriade di riflessi nel suo vero specchio: quella impassibile realtà che si perde lungo “la nera schiena del tempo”. A volte mi capita di pensare che la nostra nascita rappresenti la perdita di qualcosa di irripetibile che abbiamo lasciato dietro (il buio o la luce riconfortanti, il silenzio clamoroso e navigabile, ancora una volta il senso immensurabile del tempo?). Qualcosa di cui tutti risentiamo in misura diversa una nostalgia sconosciuta che non dà tregua.

    Una città come Palermo, se una cosa ce l’ha, quella è appunto la memoria, un palinsesto dove niente del suo passato è stato annullato e neanche corretto, nonostante le cancellazioni possano indurre a pensare il contrario. Perciò quando uno straniero giunge in questa città, come ho detto qualche volta nei testi precedenti, nel momento dell’arrivo rimane affascinato o addirittura intrappolato, dal momento che non trova più in Europa tutte queste rimembranze che inevitabilmente s’incidono sulla vita quotidiana e che, non di rado, fanno sì che i suoi abitanti siano così gradevoli, spontanei, così umani. Non vorrei essere adulatore perché non è né nel mio stile e neppure viene al caso, ma non c’è bisogno di ricordare le virtù, la diafana umanità del palermitano. Parole come cordialità, generosità, o gentilezza e, di nuovo, spontaneità si presentano subito alla mente di qualsiasi persona che ritiene indispensabile non perdere il contatto diretto e palpabile con i suoi vicini o concittadini o, nel mio caso, con i suoi ospiti. Me se la memoria ha questo effetto positivo tra gli uomini, non possiamo dimenticare che ha anche la facoltà di produrre effetti contrari. Voglio dire che quando la memoria diventa un tranello perché non permette di andare avanti, di rettificare quello che l’ingannevole passato ha sbagliato, di guardare nel futuro più immediato ed aprirsi a nuovi ed aperti orizzonti, allora tutto diventa una gabbia diciamo spaziosa dove si fa finta che non ci siano sbarre, siano esse più o meno sottili, dove si vuole far credere che non si tratti di un recinto chiuso a sette chiavi nel quale la parola libertà assomiglia al sottomesso uccello che ci abita ma al quale non è permesso di volare aldilà delle proprie aspirazioni.

    Canto.

    Ospiti

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