giovedì 14 dic
  • “Orazione per Falcone e Borsellino nel giorno di San Rocco”

    Alle 21:30 si terrà a Palazzo Reale (cortile Maqueda) lo spettacolo-concerto Orazione per Falcone e Borsellino nel giorno di San Rocco di Salvo Licata con Mauro Avogadro (voce recitante), Costanza Licata (canto), Rosmery Enea (pianoforte), Salvo Piparo (voce recitante), Arianna D’Arpa, Arianna Manzella e Giorgio Piazza (coro recitante).

    Ingresso libero su prenotazione fino a esaurimento dei posti disponibili; tel. 091 7051111.

    L’Ucciardone, un grand hotel a 5 stelle nel quale circolano liberamente casse di aragoste e champagne delle migliori marche, tanto che i boss mafiosi, ospitati in “suite”, possono brindare alle stragi che hanno ordinato per uccidere i giudici che li perseguitano. Questa è una delle immagini scioccanti che negli anni Novanta descrivono la Sicilia agli occhi dell’Europa sbigottita e dell’America alle prese con la “Pizza connection”.

    Una penna sensibile – quella del compianto Salvo Licata, senza dubbio un maestro, giornalista-drammaturgo della Palermo moderna, che su L’Ora e sul Giornale di Sicilia ha saputo interpretare la “palermitanità” tradizionale alle prese con i mutamenti della nuova violenza – prova a ribaltare questa immagine, per senso di responsabilità e di devozione verso una città che ha profondamente amato e che non merita tutto questo.

    La sua opera nasce non a caso il 16 agosto del 1992. È il giorno che la Chiesa dedica a San Rocco, protettore dalla peste, il male dal quale la “Santuzza” Rosalia liberò Palermo e con il quale la stessa Chiesa indica la mafia.

    L’Orazione per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel giorno di San Rocco descrive invece l’Ucciardone per ciò che realmente è: una sorta di “inferno” diviso in gironi nei quali trovano posto tutti i nuovi tipi di male, di cattiveria, di malvagità con cui Cosa nostra vuole prevaricare e imporsi, impersonificati da topi, funghi velenosi e quant’altro, pur se dentro il carcere si trovano anche palermitani, che sì hanno commesso errori, ma che nulla hanno a che fare con quegli orrori.

    E c’è pure un mafioso “vecchio stampo” che si rifiuta di brindare e che manifesta una macerazione interna di fronte al contrasto fra un’antica “morale”, sia pure inaccettabile, e gli eccessi delle stragi. Non è un pentimento, ma l’emergere delle contraddizioni di un sistema sbagliato e corrotto.

    Salvo Licata, che dei carcerati “normali” ha sempre avuto grande rispetto, in quanto componenti di quella “palermitanità” che è il sangue della città, da un lato sta molto attento a tenerli distinti da quegli enormi mali, e dall’altro li utilizza come proiezione, dentro un Ucciardone trasformato in palcoscenico, degli antichi rioni e degli usi e costumi della gente alle prese con queste tragiche novità.

    Il destino ha voluto che il testimone di questo messaggio passasse alla melodica voce della figlia di Salvo, Costanza, bravissima nel ricreare i canti melodico-arabeggianti che, in una sorta di codice segreto, i detenuti utilizzano notte e giorno per passarsi messaggi da un braccio all’altro del castello borbonico.

    Palermo
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