domenica 24 set
  • “La Sicilia musulmana” e Vanoli

    Uno studio approfondito sulla Sicilia islamica, che andasse al di là delle conclusioni a cui due secoli fa è pervenuto Michele Amari con la monumentale Storia dei Musulmani in Sicilia, ancora mancava nelle nostre biblioteche, ci ha pensato Alessandro Vanoli con la sua La Sicilia musulmana, edita dal Mulino.
    Nelle dense oltre duecento pagine, facendo tesoro delle ulteriori fonti quali quelle della “genizah” del Cairo, scoperte in questi ultimi anni e certamente sconosciute all’Amari, dando inoltre notevole rilievo ai recenti ritrovamenti archeologici, l’autore mette ordine ad una materia difficile da trattare anche perché, la povertà degli elementi disponibili, potrebbe indurre ad errori interpretativi nei quali sono caduti molti studiosi. Errori, peraltro, aggravati dalla poca conoscenza della lingua araba e delle culture arabe con cui gli stessi studiosi si sono confrontati. Vanoli, pur cercando di semplificare al massimo, per non rendere difficile la lettura, con rigore scientifico cerca di soddisfare la curiosità del lettore e di guidarlo anche ad una corretta comprensione dei testi. Il dato di partenza è offerto da una ricognizione dello spazio mediterraneo occidentale fra l’VIII ed il IX secolo.
    Uno spazio mediterraneo che subisce una trasformazione profonda a seguito de consolidamento dell’impero arabo e della conseguente reazione del suo principale antagonista, ci si riferisce all’impero bizantino. La conseguenza di queste trasformazioni e la progressiva militarizzazione dell’isola, i militari divenivano anche i titolari del potere civile. La Sicilia era troppo importante perché Bisanzio rischiasse di perderla, lo era sul piano strategico, una sorta di piattaforma avanzata che spezzava la continuità unitaria mediterranea dell’impero arabo, ma soprattutto importante come fornitissimo magazzino per l’approvvigionamento dell’impero dell’impero orientale visto che, nonostante le vicissitudini che l’avevano investita dalla caduta di Roma in poi, continuava a costituire il cosiddetto “granaio dell’impero”. Continuava in essa a persistere, come qualificante il paesaggio agrario, il latifondo che i bizantini avevano in qualche modo rivitalizzato attraverso l’introduzione di unità agrarie al cui centro stavano le massae. Pochi centri abitati, una capitale decentrata come Siracusa, intensa presenza di mercanti, ne caratterizzavano la struttura geoeconomica. Ma è proprio la militarizzazione la causa, indiretta della conquista musulmana. Infatti la conquista avviene nel quadro delle fibrillazioni interne dovute ad una sempre più evidente indipendenza dei militari rispetto all’imperatore. Le congiure che si susseguono e, per le quali, i protagonisti non si fanno scrupolo di allearsi con i tradizionali nemici islamici, rendono facile alla spedizione allestita dal sovrano Aglabita per dare manforte al ribelle Eufemio, di prendere terra nell’827 d.c. in Sicilia e di avviare la conquista dell’isola. Una conquista che si caratterizza anche di motivazioni giuridico-religiose visto che a guidarla è il giurista di tradizione malikita al Furat. È una conquista che, almeno nelle prime fasi, procede rapidamente ma é anche una conquista violenta di fronte ad una resistenza che la storiografia ha troppo spesso tentato di minimizzare, è infine una conquista che tende a inserire la Sicilia nel dār al-islām dando vita ad una forzata islamizzazione e ad un’imposizione fiscale particolarmente esosa rispetto a quella già pesante varata dai bizantini. Nell’831, la conquista di Palermo – città decadente che viene, ed è questo merito non indifferente degli islamici, rivilitalizzata – completa la prima parte del progetto di occupazione e da spazio alla risistemazione dell’assetto economico sociale. Vanoli ci dice che, proprio l’assetto economico sociale, non cambia più di tanto, se non nella titolarità del possesso della terra, sparirono solo una parte dei grandi latifondi. Ai latifondisti bizantini si sostituiscono, quelli islamici mentre si estende il numero degli sfruttati con l’aggiunzione a quelli già presenti nell’isola dei molti cristiani privati dei diritti o ridotti in servitù perché incapaci di corrispondere la jizya, cioè la tassa di capitazione dovuta dai sudditi appartenenti alle cosiddette “gente del libro”, in arabo Ahl al-Kitāb.
    La Sicilia islamica matura, pur nella continuità col passato, però una sua specificità nel contesto dār al-islām, tipica di una terra di confine che, pur sviluppata, appare lontana dalle raffinatezze culturali che, alcuni centri islamici, stanno elaborando. Non è un caso che nel mondo islamico si abbia una scarsa conoscenza dell’isola e una cattiva considerazione in merito all’aderenza della sua cultura a quella islamica classica. L’isola, poi, si manifesta come un mondo non sedimentato dal punto di vista dell’ordine pubblico, numerose rivolte e numerosi tentativi di colpi di mano, rendono infatti incerto il destino degli abitanti. Questo stato di incertezza, segnato da ripetuti tentativi di rendere autonoma l’isola dall’Ifrīqiya, in parte si arrestò con l’arrivo sulla sponda africana dei Fatimidi che, al sunnismo, sostituirono una forma originale di sciismo. I Fatimidi accentuarono infatti i processi di islamizzazione e avrebbero raggiunto il loro obiettivo se non si fossero trovati nella necessità, come già era avvenuto un secolo prima per i Bizantini, di rafforzare le difese contro l’impero orientale che, rivitalizzato dalla dinastia macedone, avevano rilanciato la propria presenza nel Mediterraneo. Ad aggravare la situazione avevano, inoltre, contribuito, le continue carestie che avevano funestato il territorio isolano, indebolendone la struttura economica e allargando le aree di miseria. Ben presto, le lotte che si svolgevano all’interno dell’impero arabo, e le ambiguità in termini di alleanze che ne derivarono, unite al malumore per una pressione fiscale che era, ogni giorno di più, meno sopportabile, portarono a nuove rivolte e alla frammentazione del potere arabo nell’isola con la creazione, come era avvenuto nella vicina in Spagna, di veri e propri “regni tā’ifa”, cioè piccoli potentati incapaci di difendere l’isola nel caso di aggressione. Questa condizione di debolezza sta alla base della straordinaria impresa normanna. La conquista fu infatti facilitata sia dalla disunità degli islamici di Sicilia che dalla sostanziale disgregazione culturale della società islamica siciliana. Le popolazioni locali, soprattutto quelle cristiane, su questo presta poca attenzione l’Amari mentre Vanoli lo giudica decisivo, considerarono, nonostante tutto, i Normanni dei liberatori credibili ai quali potersi affidare.

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  • 3 commenti a ““La Sicilia musulmana” e Vanoli”

    1. …e siamo rimasti ai “ta’ifa”…

    2. sto cercando il numero approssimativo dei musulmani siciliani espulsi verso Lucera o fuori

    3. poi mi continua a girare per la testa l’idea che le conversioni finte e la clandestinità probabile di tanti abbia fornito il terreno di coltura per la nascita di società segrete di solidarietà all’inizio e di malavitosi alla fine, le cosche mafiose

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