Nino Buttitta, antropologo stimabile di vasta cultura, definisce il “mito come meccanismo ideologico per trasferire nell’immaginario contraddizioni irrisolvibili nel contemporaneo”. Una bella definizione che si può riferire a tanti personaggi che riempiono la cronaca e che vogliamo applicare ad uno in particolare, si tratta di Andrea Finocchiaro Aprile, leader storico del separatismo siciliano mitizzato da quanti amano immaginare una Sicilia indipendente, perché la cautela prevalga sulle passioni. Per quelle giovani generazioni che potrebbero appunto sentire la fascinazione del mito, mi pare opportuno raccontare una vicenda che pesa come un macigno nella storia personale di questo tribuno populista alla ricerca di un’affermazione personale costi quel che costi e la cui intelligenza consente di toglierlo dagli altari per riportarlo alla dure realtà delle miserie umane.
Come è noto a molti, il nostro, nel tempo in cui il fascismo stava costruendo il proprio potere, era lanciatissimo. Deputato da diverse legislature era stato anche sottosegretario alla guerra e alle finanze, si preparava, ormai, a divenire ministro come lo era stato il padre Camillo. L’arrivo del fascismo scompagina il percorso di questo notabile massone il quale, ma questa non è una colpa visto che tanti caddero nello stesso errore, non si rende pienamente conto della capacità eversiva del movimento e che pensando, dopo la vicenda Matteotti, che Mussolini fosse alle corde, non accolse gli inviti a candidarsi nel listone fascista preferendo correre con l’Unione nazionale di Giovanni Amendola di cui, peraltro, era esponente di spicco. Il risultato fu deludente, non riuscì a ritornare, come sperava a Montecitorio. Siccome si trattava di persona di grande intelligenza e di vasta cultura, quello choc elettorale gli fece comprendere che tutto era finito e che se avesse voluto rientrare in politica si sarebbe dovuto sottomettere agli odiosi dictat mussoliniani. La scelta di Finocchiaro Aprile fu, in un primo momento, quella che ci si poteva aspettare da un liberale intriso di cultura risorgimentale. Abbandonò la politica per dedicarsi ai suoi studi ed alla professione legale in attesa di tempi migliori. Ma l’ambizione che, come ricorda Oscar Wilde,”è l’ultimo rifugio del fallito” – e che fallimento!-, non gli consentì però, come invece altri oppositori del fascismo, di restare nell’angolo, un angolo peraltro dorato. Ecco che, allora, inizia il suo lento avvicinamento al fascismo. In uno stile sobrio, proprio per non destare l’accusa di voltagabbana, Finocchiaro Aprile lascia intravvedere spazi di disponibilità verso il duce del fascismo, l’obiettivo nascosto quello di farsi nominare senatore del Regno. L’apertura al fascismo, con l’ apprezzamento di certe sue scelte politiche, soprattutto a livello internazionale, non funziona bene, gli sortisce qualche piccolo incarico professionale e la partecipazione, come tecnico, alla commissione mista incaricata di studiare le modifiche da apportare alla legislazione ecclesiastica, “svolgendo – si legge nell’enciclopedia Treccani,- per conto della massoneria, cui era affiliato, un abile ruolo frenante nei confronti delle aperture di Mussolini alla Chiesa.” Poco meno di nulla, peró, rispetto alle sue ambizioni. Ed arriva il 1938, il famigerato anno della svolta razzista del regime. Il fascismo fa promulgare le vergognose leggi a difesa della razza tese a spazzare via i cittadini italiani d’origine ebraica. Finocchiaro Aprile, é questo gli fa onore, non è fra i firmatari del manifesto degli intellettuali antisemiti, tuttavia cerca di sfruttare la situazione per trarne vantaggi personali. Da anni aveva, infatti, messo gli occhi sul Banco di Sicilia, aspirava a diventarne direttore, quale migliore occasione di quella di denunciare direttamente al duce del fascismo la presenza di un direttore generale ebreo, qual era appunto il dottor Giuseppe Dell’Oro! Andrea Finocchiaro Aprile, grande massone e già esponente di spicco del liberalismo italiano,non si fa dunque scrupolo di scrivere direttamente a Mussolini una nota nella quale denunciava la condizione di Dell’Oro, a suo dire, indegno, in quanto ebreo, di ricoprire quella carica e sperando che il premio di quella denuncia potesse concretarsi nella sua nomina a direttore generale del Banco di Sicilia. Speranza vana, perché una volta tanto, il Duce si sarà reso conto della bassezza umana tanto che, per quanto ci costa, non ne fece nulla e la nota incriminata fu semplicemente archiviata.

In: Ospiti | 4 commenti

4 commenti a “Andrea Finocchiaro Aprile”

  1. neanche un commento. altro che “fascinazione del mito -come scrive hamel- di personaggi che riempono la cronaca”. di andrea finocchiaro aprile si ricordano davvero in pochi e nessuno, o quasi, lo celebra. l’assenza di commenti è una delle tante dimostrazioni. continui ad accanirsi, egregio sig. hamel, continui a occupare il suo tempo scrivendo questi post..grazie a lei, forse, di finocchiaro aprile si tornerà a parlare. senza rancore

  2. E che si d eve commentare scusi ?
    Una figura quasi da eminente boiardo fascista.
    Canne al vento, come i siciliani

  3. (non tutti )

  4. folklorista (mai soprannome è stato più azzeccato) pensa, assieme ad hamel, di fare storia senza citare fonti o citandone solo alcune. mi sembra davvero un contributo poco scientifico.

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