mercoledì 22 nov
  • Il viaggiatore del tempo

    Il veliero spagnolo Santa Maria de la Cruz doveva compiere quella impresa, trasportare il prezioso carico da Ostia a Palermo come ordinato da Papa Paolo V proprio in quei giorni; l’operazione era coperta dal più assoluto riserbo, nessuno doveva sapere che cosa era stato trovato nelle catacombe romane ed infatti soltanto qualcuno sul Santa Maria sapeva di cosa si trattasse.
    Il carico misterioso doveva essere trasportato lontano da Roma centro pulsante della vita cristiana, le cripte segrete della cattedrale panormita erano il luogo ideale per preservare il segreto, magari accanto alle spoglie di Federico II lo “Stupor Mundi” o a quelle di Gualtiero Offamilio fondatore della stessa; a Palermo c’è un sistema di cunicoli sotterranei e dei monaci fidatissimi che avrebbero fatto sparire il crocifisso; si perché durante gli scavi al cimitero sotterraneo sotto la vecchia Basilica di San Pietro, è stato rinvenuto questo oggetto sacro.
    Per qualche tempo l’hanno custodito a Roma ma le fantasie popolari che viaggiavano sulla bocca dei curiosi hanno imposto quella drastica decisione, in questo modo i lavori di costruzione della nuova Basilica non avrebbero trovato ostacoli visto che un velo di paura mista a superstizione aleggiava su quella storia.
    L’equipaggio del veliero era quasi interamente costituito da monaci cappuccini, tranne qualche condannato a morte ingaggiato dal comandante, Francisco Figueroa che soleva veleggiare sulle rotte tra Alicante e Palermo; i frati furono irremovibili, per i lavori più umili a bordo doveva salire solo gente che non avrebbe mai raccontato niente a nessuno.
    Il Santa Maria partì in piena notte e lontano da occhi indiscreti; il reperto di antichissima fattura era guardato a vista perennemente da tre monaci ed il viaggio cominciato il quattro agosto 1606 proseguì tranquillo fino in prossimità della Sicilia.
    Fu in prossimità delle coste siciliane che accadde l’impensabile, il sole si era appena levato sul mare donando colori sgargianti alle casette del villaggio che si scorgeva in lontananza quando le acque divennero all’improvviso agitate ed onde altissime si alzarono unitamente a venti di forza inaudita ; nuvoloni neri e carichi di pioggia scaricarono la loro forza su quel tratto di mare, tutto si compì in un minuto.
    Il veliero con tutti i suoi occupanti non ebbe scampo, si inabissò di fronte al paesello che sorgeva tutto intorno alla chiesa madre e sotto lo sguardo attonito dei pescatori sulle barche che fin dalle prime luci dell’alba erano andati al largo per calare le reti; ciò che videro fu qualcosa di spaventoso ed inspiegabile, tutti furono concordi nel definire quella una nave maledetta, alcuni videro il volto del diavolo tra i gorghi che inghiottivano l’ultimo pezzo di prua.
    Non appena la tempesta fu finita i pescatori si fiondarono sul luogo dell’accaduto nella speranza di poter salvare qualcuno, con loro vi era anche gente comune e uomini del clero per dare l’estrema unzione ai naufraghi.
    La più agghiacciante delle sorprese li attendeva, uno dopo l’altro spuntarono i cadaveri degli sfortunati, tutti indossavano il saio; «Chi sono» si chiesero tutti.
    I corpi vennero recuperati ed adagiati sulla spiaggia, mai a memoria d’uomo si ricordava una sciagura simile ma ora bisognava scoprire la verità, qualcuno doveva percorrere i pochi metri che separavano il relitto dalla superficie del mare.
    Furono interpellati tanti marinai e pescatori ma nessuno osò accettare, avevano paura; uno solo accettò la sfida, il monaco Martino che appartenendo alla Confraternita della Morte si era fatto accompagnare sul posto per adempiere alla funzione del suo convento, assistere gli agonizzanti e i condannati a morte. Era arrivato troppo tardi.
    Martino si calò dove si scorgeva la sagoma del veliero inabissato, tante barche convennero sul posto pregando per lui; era il sesto giorno dell’ottavo mese dell’anno del Signore 1606.
    Il monaco aveva un passato da uomo di mare fu per lui un gioco da ragazzi arrivare sulla plancia del Santa Maria adagiato sul fondo, notò subito quel particolare terrificante, un crocifisso di legno su cui era inchiodato una persona in carne ed ossa.
    Con molto coraggio Martino slegò il poveretto che andò a fondo, e riemerse col crocifisso, fu grande la sorpresa nel constatare che tutte le barche si erano dileguate!
    Il monaco aggrappato al crocifisso ebbe un attimo di smarrimento, in quel breve lasso di tempo come era stato possibile che tutte le imbarcazioni ed i relativi occupanti fossero spariti?
    Lo avevano abbandonato, fortuna che il crocifisso lo teneva a galla ed in breve tempo riuscì a raggiungere la riva; trascinò la croce sulla sabbia, poi se lo mise sulle spalle pensando che il Cristo non meritasse di essere trascinato; la Chiesa Madre non era distante, quella sarebbe stata per lui una specie di “Via Crucis”, attraversò tra le tante la “vanedda du cuddaru” e vide coi suoi occhi la Chiesa di Santo Stefano a cui i Confrati della Morte erano stati aggregati sei anni prima dal Vescovo spagnolo Emanuele Quero de Turillo; non si fermò deciso com’era di andare alla Chiesa Madre.
    Dalle finestre tanti vedevano senza essere visti, c’era qualcosa di diverso per le vie e perfino la Chiesa Madre non sembrava la stessa, ciò nonostante non esitò a varcarne la soglia facendosi il segno della croce.
    Il rumore svegliò l’anziano monaco assopito in sagrestia, «Martino sei tu?» esclamò sorpreso mentre un uomo sui trenta entrò di corsa e gli si piantò davanti, era un uomo che conosceva.
    «Salvatore, perché mi avete abbandonato in alto mare? Perché ve ne siete andati?» gli disse.
    L’uomo rispose: «Non sono Salvatore, tutti dicono che gli somiglio, io sono suo figlio, Pietro».
    Martino ebbe un sussulto: «Salvatore non ha figli, mi spieghi cosa sta succedendo?».
    Pietro spiegò. «Mi raccontò mio padre che poco prima della mia nascita un frate di nome Martino si calò su un relitto affondato poco al largo della costa, sparì inghiottito dal mare e da quel giorno nessuno lo ha più visto, dicono che la maledizione del veliero lo abbia colpito trascinandolo in fondo al mare dove fu mangiato dai pesci».
    Così diceva Pietro mentre una moltitudine di gente fiaccole e forconi alla mano entrava in chiesa visibilmente agitata: «Torna in fondo al mare maledetto». «Da allora non abbiamo più pace». «“La tua maledizione non sarà la nostra».
    Martino capì si fece la croce ed abbracciò il crocifisso.
    AI GIORNI NOSTRI
    Martino è uno smemorato, lo trovarono una mattina di tanti anni fa dentro il Duomo inzuppato fradicio e visibilmente frastornato; continuava a chiedere “In che anno siamo?” con quello strano accento.
    È un uomo di fede, fin da subito è stato amato da tutti per la grande pietà e l’assistenza che presta ai malati terminali; racconta le storie del passato ai bambini del catechismo con molta immedesimazione.
    «Si è reincarnato, ha vissuto in un altro tempo» dicono scherzando.
    Chi passa da queste parti lo può incontrare, sembra un barbone ma non lo è, spesso sale alla rocca e rimane per ore a fissare il mare; chissà se osservando il fluttuar delle onde un giorno riacquisterà la memoria.
    Quelli che noi chiamiamo barboni, hanno storie incredibili da raccontare, la nostra indifferenza è più crudele dei forconi con cui cacciarono Martino; ogni volta che ne vedi uno abbi il coraggio di ascoltarlo, scoprirai di essere tu lo smemorato, uno dei tanti che ha dimenticato la parola UMANITÀ.

    Ospiti
  • Un commento a “Il viaggiatore del tempo”

    1. I fatti storici narrati sono realmente accaduti nello specchio di acqua antistante la sardegna ed hanno dato origine a diverse feste religiose identiche tra l’isola sarda e la trinacria, sono state veicolate dai velieri spagnoli. I personaggi storici e le confraternite sono realmente esistite, eccezion fatta per Martino ed il viaggio nel tempo che è di fantasia. Il paesello è cefalù, se passate di la cercate la “Confraternita dei morti” e’ esistita veramente

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