domenica 22 ott
  • Sicilia, cambiare si può

    In uno scambio d’idee un amico siciliano si è scagliato contro coloro che vanno a votare solo per risolvere i propri problemi. L’indomani non potranno lamentarsi dei risultati, ha detto, dovranno tacere, perché il voto per loro è un semplice strumento al servizio di interessi particolari. Ha aggiunto che lui non voterà. Non ha tutti i torti, dico io, in Sicilia, questa del do ut des è una pratica diffusa. Non è il solo modo, diciamo deviato, adottato da politici senza scrupoli per ottenere consenso; il possesso di decine di canali televisivi e di tanti altri mass media è, ad esempio, un altro. È incivile il voto di scambio, è incivile la manipolazione a piacimento della formazione dell’opinione pubblica. Il rimedio suggerito, astenersi dal voto, mi sembra peggiore del male. Non votare significa privarsi dell’unica arma che si ha per tentare di modificare lo statu quo; significa cadere in un qualunquismo inconcludente che tanto ha contribuito all’incancrenirsi dei mali italiani.
    Dopo di che l’amico scontento ha piazzato il suo affondo: è inutile votare per uno Stato che occupa la Sicilia dal 1860 e che umilia il suo popolo; solo l’indipendenza potrà ridarci ciò che ci è stato tolto; lo Statuto non viene applicato, la disoccupazione e l’emigrazione sono a livelli di guardia.
    Mi sembra la solita sequela di lamentele e di revanscismo nei confronti di uno Stato che si percepisce come straniero, avaro e truffaldino. È vero che le speranze in un regime rappresentativo delle classi popolari, suscitate dall’impresa garibaldina, andarono deluse. Ma ciò avvenne dappertutto. La democrazia semi autoritaria, elitaria e borghese, di stampo savoiardo, venne imposta in tutte le altre regioni.
    Nel secondo dopoguerra il suffragio universale e l’istituzione della regione a statuto speciale diedero alla Sicilia la possibilità di una emancipazione dalle condizioni di arretratezza economica, sociale e culturale in cui l’avevano lasciata più di ottant’anni di politica paternalistica e poi fascista. I siciliani non seppero coglierla. Rimasero invischiati nel giro di bassi interessi particolari, nei vincoli di appartenenza a clan più o meno mafiosi, nel clientelismo, nella compravendita di voti. Nessuna attenzione al senso civico e al bene comune. I miliardi della solidarietà nazionale e della Cassa del Mezzogiorno sparivano in miriadi di rivoli; fu creata una macchina burocratica regionale e pararegionale pletorica, parassitaria, lautamente retribuita, che per sessant’anni ha drenato montagne di risorse finanziarie sottraendole agli investimenti produttivi necessari per lo sviluppo economico. Di chi la colpa? Soltanto nostra, di noi siciliani. Lo Statuto creò un piccolo Stato nello Stato. I poteri della Regione sono amplissimi. Indipendenza? Per farne che?, per morire di fame o per farci colonizzare da un interessato Lord Protettore? La storia non insegna proprio nulla? Duemila anni fa eravamo una ricca (in ogni senso) provincia di Roma imperiale, potremmo essere una altrettanto ricca provincia di Roma (solo) italiana se sapessimo usare in modo intelligente l’arma del voto. Il nostro destino è l’Italia, ma un’Italia territorialmente ed economicamente riequilibrata. Farneticare di indipendenza è un modo per non affrontare i problemi veri, per perpetuare un sistema di sperequazioni, di prevaricazioni e di ingiustizie.
    Da qualche mese sembra si sia imboccata la strada giusta, Rosario Crocetta sta lavorando per eliminare sacche di privilegi, di inefficienze, incrostazioni parassitarie, per sconfiggere il vecchio andazzo e il vizio atavico della sicilitudine vittimistica. Il merito di questo spetta, finalmente possiamo dirlo, al popolo siciliano, a dimostrazione che col voto è possibile cambiare.

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