giovedì 19 ott
  • Racket, se ne parla tanto perché è facile parlarne

    Il racket è al momento la cosa più semplice di cui parlare, quando si parla di mafia. Ecco perché se ne parla così tanto.
    Il concetto di pizzo alimenta infatti – nella velocità becera e miserabile della nostra informazione – una visione della mafia semplificatoria, schematica. Da una parte ci sono “i boss” – queste figure mitologiche – dall’altra la società civile, innocente per definizione.
    Questa è la versione della mafia per rincoglioniti. Anzi, è la versione per gli utili idioti.

    Una versione che lava le coscienze. Che risulta utilissima per una classe dirigente che vuole allontanare l’attenzione da complicità, zone grigie, connivenze tra politica, burocrazia, economia, finanza e mafia.
    Una versione che è l’ideale per una società come la nostra. Che ha paura della verità, che non vuole guardarsi lo specchio.

    La versione del pizzo è tanto semplice che spesso va a finire perfino nelle testate nazionali, che di mafia si occupano sempre meno.

    Tre notizie che ogni tanto rimbalzano in tutta Italia:

    1. L’imprenditore che si ribella al pizzo.
    2. Arrestati gli estorsori.
    3. Ecco l’estorsione in diretta.

    Finite le stragi, le mitragliate, le bombe e le scene da guerra civile, Palermo come Beirut – roba di 20 o 30 anni fa, i “giovani di oggi” manco si rendono conto – ormai solo il pizzo ogni tanto fa notizia.
    Tant’è che probabilmente – dopo i botti finali di Falcone, Borsellino, Roma, Firenze, Milano – ci sono moltissimi italiani che pensano ormai che la mafia sia soltanto una questione di pizzo.

    Ovviamente, niente di più sbagliato.

    Forse attualmente il pizzo è la cosa MENO importante per gli equilibri mafiosi, per la sopravvivenza dell’organizzazione.
    Forse il pizzo, in questa fase storica, serve quasi esclusivamente come auto-conferma psicologica del mafioso – il cui potere, storicamente, deriva dal controllo del territorio.
    Forse il pizzo – il racket a tappeto, con tanto di picciotti e libri mastro – viene portato avanti soltanto, banalmente, “perché è una tradizione”.
    E poco più.

    Per dire, il boss Matteo Messina Denaro – nei suoi territori – non si interessa più di tanto al racket, quanto ai veri affari della mafia contemporanea.
    Quell’organizzazione che negli anni ’70 e ’80, grazie al traffico di droga, si trovò nelle mani quantità di denaro (e dunque potere) inimmaginabili.
    Non dimentichiamolo. Si investiva mille lire, con la droga, e si guadagnava 140 milioni di lire.

    La mafia contemporanea – come ben comprende Messina Denaro, boss all’avanguardia – la mafia contemporanea deve principalmente “far girare” e “far fruttare” questo capitale accumulato con la droga nei decenni passati. Deve accrescere e completare il suo dominio sul territorio, radicandosi sempre più profondamente nella politica e nell’economia. Deve consolidare la sua potenza economica di livello internazionale, concentrandosi sugli affari più lucrosi e prestigiosi, fonte di denaro e potere.

    Ovvero (oltre ai grandi traffici di droga):
    Il controllo degli appalti e delle forniture.
    (E dunque) L’infiltrazione nelle pubbliche amministrazioni, negli uffici tecnici, nella burocrazia, a tutti i livelli.
    Il controllo della politica.
    (E inoltre) Il riciclaggio a grandi livelli (catene di supermercati, energie alternative, centri scommesse ecc.)
    La speculazione in borsa.

    Ma – tradizione o auto-conferma psicologica che sia – il racket resiste ancora, almeno a Palermo e provincia.
    E, seppur ipoteticamente poco importante, continua a rappresentare un buon indicatore della “mafiosità” del nostro territorio.
    E i dati raccolti nell’articolo di Live Sicilia, a firma Riccardo Lo Verso, dimostrano quanto la mafia sia lontana – viene da ridere – dall’essere sconfitta.

    Ospiti
  • 5 commenti a “Racket, se ne parla tanto perché è facile parlarne”

    1. Pequod credo che siano affermazioni molto gravi e mi aspetto che ne segua un’inchiesta con un’indicazione precisa di quali sarebbero questi canali e l’individuazione di chi starebbe nei centri occulti. Detta così mi lascia molto perplesso.

    2. anche a me…vedremo.

    3. Penso che ci vorrebbero un pò di nomi e cognomi, tutto qui.

    4. Poi Lari ha chiarito. Parlava di «certi blog nisseni».

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