giovedì 19 ott
  • Io, noi, chi?

    Non facciamo che parlare di senso civico, del nostro essere palermitani e di chi sia la colpa…
    «Quel rifiuto lasciato lì è colpa di chi l’ha gettato o di chi non ha pulito? È inutile far qualcosa per questa città, tanto poi la distruggono.…»
    A parte il fatto che ragionare in questi termini mi sembra un alibi per non far nulla e che non è lasciando le cose come stanno che si risolvono i problemi, mi sono domandata cosa fa di noi ciò che siamo. Per il siciliano medio ciò che è di tutti non è di nessuno, si sa. Forse perché per secoli la nostra terra, che nacque meravigliosa, è stata depredata da chiunque, abbiamo rinunciato al senso di comunità e a quel vivere finalizzato al bene di tutti che ancora oggi persiste in altri luoghi. «Qua in Sicilia esiste solo la famiglia e non ci si aggrega. Da noi appena nasci ti danno una tessera», disse una volta un’amica toscana. In Sicilia l’individualismo è talmente forte che persino in quella grande organizzazione fondata sulla minaccia e sul silenzio eppure fortemente identitaria ed organizzata, si parla di famiglia, anche se basata non su legami di sangue ma su un sacrilego giuramento fatto davanti a un’immagine sacra. Un’altra affermazione che mi ha colpito è quella della cugina svizzera che non vuole nel suo paese un cognato pigro in quanto egli “non serve lo Stato”. A questo punto immagina già la solita obiezione dei miei connazionali: «Lo Stato non ci rappresenta». Bene: se lo Stato, inteso come istituzione, non ci rappresenta, io focalizzo la mia attenzione sullo “stato” nella sua accezione più ampia. “stato” nel senso di ciò che è stato, che mi dà la misura di ciò che siamo e nel senso dello stato delle cose che mi circondano che non mi permette di usufruirne (in quanto devastate dall’incuria). Cosa faccio allora? Mi rimbocco le maniche e faccio qualcosa che coinvolga anche gli altri (vicini, amici, conoscenti e, a volte, sconosciuti); mi accorgo che in giro c’è qualche altro matto come me; mi accorgo anche che all’inizio mi criticano e poi si ritrovano, senza neanche accorgersene, a fare come me; prendo atto, dello stupore di chi prima era scettico e poi dice «guarda un po’..»; alla fine, come cantava il mitico, «dalla merda nasce un fiore». Solo un fiore? Direte voi. Scusate, ma se abbiamo le comodità, se, anche solo per finta, si vota, se sono libera di scrivere le mie cazzate, se la schiavitù non è più un sistema economico lecito ma una sistema economico illecito, è perché qualcuno, tanto tempo fa, si è svegliato e si è rimboccato le maniche. Siamo nell’epoca social e questo in conseguenza della “crisi” (dal greco “crisis”: separazione). È finito un tempo e ne sta cominciando un altro. Stiamo vivendo tempi storicamente importanti e qualcosa sta nascendo e questo per me, ex adolescente del riflusso (vi ricordate gli anni ottanta?) è già una gran cosa. Concludendo io agisco per noi e chi se ne frega di “chi deve fare cosa”, tanto la mia pietrina l’ho già smossa. E scusate se è poco.

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  • 2 commenti a “Io, noi, chi?”

    1. facendo la nostra parte in ogni situazione che ci si presenta sicuramente renderebbe Palermo un città migliore. ma Palermo è 100 città diverse, quartieri abbandonati dove lo stato non c’è e le regole se li fanno quelli della zona. io sono del parere che bisognerebbe cominciare un processo di normalizzazione cioè bisognerebbe fare capire a tutti che le regole di via libertà sono le stesse del capo o dello Zen. la mia non è una proposta di repressione ma di educazione, nel senso che bisognerebbe fare delle norme transitorie che permettano a tutto ciò che è illegale di diventare legale. per capire lo scorso anno mi trovavo in un mercato storico ed ho assistito al blitz dei carabinieri 30 o 40 armati fino ai denti con giubbotti anti proiettile che sequestravano il tonno rosso secondo loro avariato, ignorando però i mille illeciti che si perpetuavono contemporaneamente nel mercato tipo: merce venduta in mezzo la via, esposta senza protezione e vendita senza scontrino fiscale.
      E’ chiaro a tutti che lo stato non c’è perché non è capace di dare risposte alla gente che ha bisogno di sopravvivere. una cosa da fare subito sarebbe quella di organizzare dei corsi gratis sulla gestione degli alimenti e degli esercizi commerciali pagati dal comune in modo che chi è nell’illecito possa passare nel lecito.

    2. Leggo e rileggo e faccio fatica a recepire .
      Ieri,fermo ad un semaforo ingorgato,in pieno centro,
      mi sono trovato accanto un lapino stracarico di ferraglie di ogni genere.
      Tutta roba raccattata ficcando la testa fin dentro i cassonetti.
      Un lavoro rischioso,ma utile alla collettività,sia per il recupero di materiali di cui scarseggiamo di materie prime,sia per l ‘attenuazione dell’impatto sulle discariche.
      Se provo ad immaginare dove vive il lapinaro,
      difficilmente penso alla via Libertà.

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