venerdì 2 dic
  • Buca della Salvezza

    Rivoluzione popolare? Impossibile, soprattutto se manca il popolo

    Il 4 aprile 1860 è una delle date che i cittadini palermitani dovrebbero conoscere e tenere sempre a mente.
    Si tratta della data che segnò l’inizio dell’ultima insurrezione contro i Borbone, insurrezione nota come “rivolta della Gancia”, dal nome del convento che fu al centro di quei fatti.
    Quel 4 aprile il palermitano Francesco Riso, che capeggiò la rivolta, decise di agire, di passare all’azione comunque, anche contro il parere del comitato segreto cittadino.
    Come al solito, i rivoltosi erano uniti solo dalla volontà d’insorgere, ma non dagli obiettivi da perseguire.
    Alla base del parere contrario di quel comitato non c’erano però tanto le idee politiche di Francesco Riso (era un mazziniano) quanto la sua estrazione sociale (si trattava di un fontaniere).
    Il timore del comitato, il motivo del sospetto col quale veniva guardato Riso era infatti che quell’iniziativa, guidata da un “semplice” fontaniere (vale a dire da un popolano), potesse avere successo.
    A fare paura, quel 4 aprile, era, allora come sempre, l’iniziativa popolare.
    Paura però infondata, visto che anche in quell’occasione il popolo palermitano non diede segno di vita.
    L’insuccesso di quella rivolta non dipese infatti soltanto dalla “soffiata” di in frate del convento della Gancia ma, soprattutto, dalla mancata sollevazione del popolo, che non si mosse, come Riso forse pensava (ignaro del contesto nel quale si muoveva, si ritrovò solo, condizione che ha accomunato altri palermitani), al suono delle campane del convento.
    Il fallimento di quell’insurrezione ricorda che in Sicilia l’iniziativa è sempre stata nelle mani dei nobili, di quei nobili che a volte amano atteggiarsi a liberali, a progressisti.
    Ma, come al solito, si tratta di semplice apparenza, di un “gioco”: questi sedicenti liberali amano più che altro “mostrarsi” propensi alle rivoluzioni, purché queste siano governate da loro e, soprattutto, siano limitate al campo politico; temono le rivoluzioni che possano in qualche modo minacciare i loro privilegi, come quelle sociali.
    Temono, in sostanza, le vere rivoluzioni.
    Ma forse, alla base dei fallimenti delle rivoluzioni “popolari”, a Palermo come in altre città meridionali, c’è un semplice dato, tanto semplice quanto ignorato: la mancanza di un popolo, almeno nell’accezione corretta di tale termine (“popolo” non come generalità della popolazione ma come collettività omogenea, consapevole della propria identità, capace di organizzarsi per perseguire un fine sociale comune).
    Forse tutto ciò dipende dal fatto che quello che viene comunemente chiamato “popolo” è in realtà semplice “plebe” (moltitudine sgangherata di individui, massa amorfa, facile preda dei populisti).
    Non rimane che sperare che la plebe riesca ad essere popolo, a pensare come popolo.

    (foto di Dedda71)

    Ospiti
  • 9 commenti a “Rivoluzione popolare? Impossibile, soprattutto se manca il popolo”

    1. Giusto ….. e se mentre aspettiamo che si diventi popolo …cominciassimo a diffondere istruzione? Purtroppo la caratteristica del potere che ci governa e’ il controinteresse all’evoluzione del popolo.

    2. Istruzione-lavoro così si diventa popolo .. ma ci sono i controinteressati

    3. Prof. Torre, alla sua domanda, lei stesso ha dato una risposta. La mancata sollevazione del popolo palermitano fu causato da due fattori:
      Prima di tutto perché a Palermo non esisteva( e forse ancora non esiste) un popolo ma solo una plebe amorfa, priva di ideali e spesso anche di dignità.
      Il secondo punto del fallimento va ricercato nella impreparazione e della scarsa conoscenza di quel popolo che Riso voleva far sollevare. Non basta essere uno di loro per esserne in sintonia . Francesco Riso sopravalutò la carica rivoluzionaria di quella plebe . Non capì che ciò che muoveva quella gente erano motivi pratici, che poco avevano a che fare con la libertà e gli ideali. Se oggi in Sicilia si acclama un politico , non è per le idee che rappresenta ma per i vantaggi personali che potrà avere nell’appoggiarlo. Domenica era triste vedere quella plebe acclamare il “presunto” nuovo vincitore, Salvini. E , dall’altra parte, un altra plebe contestarlo , utilizzando non l’ironia ( che è un arma che, se usata bene, può fare male) ma l’ignoranza della violenza.

    4. Per Belfagor: la ringrazio del commento al mio articolo. Un cordiale saluto. Post scriptum: non sono professore.

    5. La plebe ha già deciso. Si è felicemente trasformata in “pubblico”, saltando fastidiosi passaggi intermedi…

    6. era giugno del 2004 ….”UN intero POPOLO che paga il pizzo è un popolo senza DIGNITA”.
      ….. per la rivoluzione culturale aspetto…..

    7. Pequod la rivoluzione nei portafogli degli attivisti di Addiopizzo invece c’è stata eccome… Ma i rendiconti dei soldi dei progetti? 😀

    8. …pezze…se vuoi leggi–ma non credo che cambierai idea…http://www.addiopizzo.org/index.php/bilanci-polemiche-e-misteri-inesistenti/ e…per la rivoluzione… aspetto? mah!

    9. Non sono d’accordo, nella cospirazione del fontaniere Riso rientravano nobili e pezzi della borghesia palermitana, il popolo non si è fidato.

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