martedì 24 gen
  • Cento passi indietro

    Francesca guarda suo marito mentre scende la scaletta dell’aereo, certe volte è come un bambino; vive in un mondo tutto suo, immagina cose che non esistono, vede la sua Sicilia non com’è, ma come diventerà. Paolo lo dice sempre «un giorno sarà bellissima», e Giovanni ci crede, sente questo giorno vicino ora che i nuovi collaboratori di giustizia hanno rivelato i segreti del terzo livello.
    Paolo tiene tutti gli appunti in un’agenda, ora che Giovanni è sceso da Roma glieli darà; Giovanni si liscia i baffi, il venticello di Punta Raisi gli mordicchia il naso.
    «Che bella la Sicilia» – pensa, – «è come Francesca».
    Il giudice ricorda l’ultima volta che vide Paolo a Palermo, quando rimasero soli poterono parlare liberamente.
    «Giovanni, ma ti rendi conto? Ma se questa cosa venisse fuori chi ci crederebbe?».
    Il giudice Falcone guarda il soffitto e pensa, lo fa alla velocità della luce.
    «Paolo, dobbiamo aspettare il momento giusto, ci siamo quasi, abbiamo aspettato tanto, e dobbiamo farlo ancora. Abbiamo messo il naso nel grande gioco, capisci?».
    «Si tutto comincia ad essermi chiaro».
    «Noi vediamo solo le marionette, se mettiamo a fuoco la cosa, possiamo intravedere i fili, se indietreggiamo ancora un po’ forse vediamo le mani dei burattinai. Ma se facciamo cento passi indietro tutto ci è chiaro. Guarda i pupazzi con la coppola in prima fila, guarda più in là, li vedi quelli in giacca e cravatta? E i fili che li tengono? Ed ancora oltre i fili, il sipario, il palcoscenico, lo vedi fin dove arrivano? Fino all’America. Ed ora abbiamo le prove, abbiamo gente disposta a parlare».
    Giovanni si infervora quando parla, non lo fa mai in pubblico, ma in privato è tutta un’altra persona.
    Paolo lo sa, lo guarda e sorride divertito.
    «È come un bambino certe volte» – pensa, con tutta la tenerezza possibile.
    Paolo infine esplode in una risata che fa tornare in se Giovanni.
    «Basta che mi gira la testa. E noi dove siamo, sotto il palcoscenico?».
    «Ma che dici» – Giovanni sorride ironico – «Non ti ricordi che abbiamo fatto cento passi indietro. Da lontano si vede meglio, che fa non lo sai».
    D’improvviso il giudice si fa serio, guarda dritto negli occhi il suo interlocutore.
    «E se ne dobbiamo fare centouno, centodue, centotre di passi? Dove porterà questa strada, te lo sei chiesto?»
    Paolo quasi non fiata più, risponde in un sibilo.
    «E dove vuoi che porti Giovanni?»
    Si fissarono negli occhi, si abbracciarono; non lo avevano mai fatto, queste cose i maschi non le fanno; e nemmeno piangono, i siciliani non piangono.
    Ma loro si abbracciarono e piansero, perché non avevano paura di morire.

    Le tre Fiat Croma procedono a sirene spiegate sull’autostrada che collega l’aeroporto a Palermo, sono incolonnate una davanti all’altra.
    Sulla prima, quella che fa strada, ci sono Vito Schifani alla guida con al fianco Antonio Montinaro e sul retro Rocco Di Cillo.
    Nel mezzo il giudice alla guida con al fianco la moglie e dietro Giuseppe Costanza. Nell’ultima ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.
    Le vetture fendono il vento come angeli in volo, Giovanni mentre guida allunga lo sguardo oltre la strada.
    Vede le colline verdi tra una cittadina e l’altra, gli uccelli librarsi in volo fieri e liberi come un giorno saranno i siciliani; il sole bacia l’erba creando mille riflessi luccicanti.
    «Un giorno sarà bellissima» pensa Giovanni; Paolo lo dice sempre e lo pensa pure lui, le persone cambieranno quando il male oscuro verrà estirpato.
    Tutto è verde sull’autostrada, la campagna ai lati del guardrail, le colline che lambiscono il cielo, la segnaletica.
    Verde, speranza di un futuro migliore.
    Ma la Sicilia è tutto un insieme di colori, l’azzurro del cielo, il giallo dei limoni, il rosso dei pomodori, il nero delle rocce laviche, la terra marrone, e i fichi d’india.
    Quanti colori hanno i fichi d’india? E quante spine, ma quante.
    Basta tenerne in mano uno pochi secondi e le spine ti rimangono conficcate dentro per giorni, ti sembra di averle tolte tutte ma loro sono ancora la, rispuntano all’improvviso, quando meno te l’aspetti.
    Questa è la Sicilia, non la puoi cancellare, ti rimane dentro.
    Giovanni allunga ancora lo sguardo verso sinistra e fissa per un istante il mare di Capaci.
    Gli è sembrato di vederlo Paolo sulla sua barchetta a motore dirigersi in alto mare, sempre più a largo dalla costa dove nuotano i pesci grossi, quelli coi denti aguzzi che se vogliono fanno un solo boccone di te.
    Ma Paolo non ha paura, andrà avanti. Perché bisogna farli sti cento passi e pazienza se ti conducono in alto mare, così alto che non puoi tornare indietro.
    Lui li farà lo stesso, un uomo senza coraggio non è un uomo.
    Quelli veri muoiono una volta sola, viaggiano a vele spiegate senza paura verso la linea sottile che separa il cielo dal mare; già, il mare, quella distesa immensa, ubiquitaria, muta spettatrice degli eventi.
    Il mare di Capaci, se potesse parlare; ti direbbe che non è fatto di acqua. È fatto di lacrime; di gioia, di felicità, di speranza, di commozione, di rimpianto.
    Di dolore.
    Giovanni lo guardò ancora il mare, vide la schiuma sopra le onde disperdersi in un gorgo per generarne altra ed altra ancora.
    È il ciclo infinito della vita, qualcuno muore affinché altri possano vivere.
    Giovanni lo guardò, il mare. Non gli era mai sembrato così azzurro.
    E il mare guardò Giovanni, non aveva mai visto un uomo così.

    Ospiti
  • Un commento a “Cento passi indietro”

    1. Grazie sig. Barcellona, grazie di aver dato colore al dolore di un popolo che sa soffrire, ma che forse non sa guarire, grazie di aver dato valore alla speranza di un popolo che piange i suoi eroi, persone straordinarie che come il grande amore, si apprezza solo quando si perde.
      La mafia ha fatto tante vittime, i giudici, i poliziotti, le vedove e i figli, ma la mafia ha ammazzato sgozzandolo anche il futuro, i sogni li ha soffocati e sciolti nell’acido, le speranze le ha crivellate di colpi, la mafia ha ammazzato tutti noi, qualcosa dentro di noi è morto il 23 maggio….e poi anche il 19 luglio….siamo tutti vittime di mafia.
      Ci sono i giovani oggi che lottano, quei giovani che 23 anni fa erano appena ragazzi che votavano, o che prendevano la patente, che invece di progettare il proprio futuro, che invece di avere l’incoscienza spensierata di chi ha 18 anni, ha dovuto iniziare il proprio percorso di vita con i funerali dei propri eroi, che hanno lottato e continuano a lottare per dare ai giovani di domani la possibilità di progettare il futuro, di essere spensierati incoscienti.
      Ciao Giovanni, ciao Paolo, ciao a tutti. Grazie

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