sabato 21 ott
  • Questo irrefrenabile bisogno di patata a Palermo

    Politeama.
    Sabato sera.
    Agosto.
    Umidità appiccicata sulla pelle, sui vestiti, sui capelli.
    Avrei potuto scegliere un altro giorno, di un altro mese (più fresco, magari!) per sottopormi al test della patatina fritta, ma una certa indolenza e il mio totale disinteresse verso le mode importate da oltreconfine non mi hanno consentito di accostarmi prima al fenomeno patatina fritta olandese, nonostante la vicinanza tra il chioschetto e casa mi costringesse a passarci davanti praticamente ogni giorno. Da mesi osservavo questi sudici cuppitelli in carta di giornale, traboccanti di patate dorate luccicanti d’olio portati a spasso dalle mani di compiaciuti ruminanti che brandivano lunghi bastoncini di legno con cui intingevano la patata in bicchierini colmi di salse colorate. Ma, si sa, prima di parlare male di una cosa bisogna conoscerla. E per conoscerla bisogna provarla. Quindi, dopo quasi cinque mesi dal 23 aprile, data dell’inaugurazione del punto vendita in piazza Politeama, e dopo tanto lavoro di autoconvincimento, eccomi qui a fare per la prima volta una fila che, più che altro è un bagno di folla, tra odori di sudore mixati a quelli di fritto più quelli di salse e salsine varie. E ciò a dispetto del fatto che, insomma, non è che mangiare patatine fritte, roventi e intrise d’olio ad agosto con 35 gradi sia proprio la prima cosa che ti salta in mente, eh.
    Il target di clientela è davvero molto variegato, dai gruppetti di teenager (di stazza, ahimé, sempre più simili ai loro cugini oversize d’oltreoceano e che farebbero meglio a evitare certi spuntini a orari improbabili) a eleganti signore in pausa pranzo con colleghi di lavoro, a coppiette che romanticamente si imboccano patatine a vicenda, a genitori esasperati dalle continue richieste dei pargoli che non si accontentano del formato mini del cartoccio ma ne vorrebbero uno grande quanto la propria testa. Insomma, dalla merenda mattutina allo spuntino delle due di notte, sembra che queste patatine piacciano proprio a tutti e, davvero, ce n’è per ogni gusto. Dalla scelta della dimensione del cartoccio a prezzi variabili da 2 fino a 5 euro, fino a una vastissima gamma di salsine, dalla salsa barbeque alla maionese al pepe, da quella al curry alla tartara, per arrivare infine a quelle più sconosciute dalle contaminazioni etniche come la samurai, l’algerina e la marocchina.
    Quest’ampia scelta, unitamente a continue promozioni e offerte speciali del tipo “prendi il cartoccio e ti regaliamo la bibita” hanno contribuito a decretare il boom di questa catena che, in Italia, si sta diffondendo in maniera esponenziale. E Palermo non è di certo stata risparmiata. Anche nella nostra città, infatti, stiamo assistendo al fenomeno di chioschi e patatinerie che spuntano come i funghi, appartenenti anche alle varie catene di concorrenza che sperano di sfruttare la scia di successo delle originali: in viale Strasburgo, ad esempio, a fine giugno è stato inaugurato il chiosco di Just Fries, filosofia identica a quella di Chipstar; sempre quest’estate, in via Maqueda, ha aperto ChipSweet, una versione che si professa made in Sicily e che alle patate (100% sicule) affianca cartocci di verdure fritte, di crocchè e panelle più delle varianti dolci; in via Magliocco, invece, troviamo Fries, anche loro rigorosamente made in Italy; l’anno scorso anche un ristorante (udite udite) vegano in via Piemonte aveva provato qualcosa di simile con PataGo, la patata da passeggio, uno stecco di legno con attorcigliate attorno striscioline di patate fritte. Sulle pagine facebook e sui siti web di ogni chioschetto il giovanissimo personale degli staff invoglia continuamente i clienti postando invitanti foto delle patatine immortalate con gli acquirenti e delle (un po’ meno invitanti) file per accaparrarsi il tanto desiderato coppitello. Nella sezione dedicata ai commenti, sono tantissime le recensioni e le dichiarazioni d’amore alle patatine. Qualcuno addirittura si sbilancia confessando una sorta di dipendenza. Mettici in più che le tanto amate patatine e le relative salsette sono anche gluten free e hai creato quel tocco magico capace di conquistarsi pure quella fetta di consumatori un po’ scettici che invece così potranno avere l’attenuante di sgranocchiare una patatina, sì, fritta fritta frittissima, però senza glutine.
    Andando a sbirciare sul sito ufficiale del prodotto si legge che il marchio Chipstar si professa come il primo street-food italiano che propone le vere patate fritte fresche olandesi (che già, di per se, appare un po’ controsenso). «In Italia – recita lo slogan – la patata ha un solo sapore, quello di ChipStar». In effetti, noi non le sapevamo mica friggere, prima, le patate.
    Essendo io, a detta di tutti i miei amici (ma anche a detta mia) piuttosto conservatrice e contraria all’enorme diffusione dei franchising e delle catene multinazionali (sono andata a mangiare al McDonald’s solo una volta in vita mia, in Svezia, per disperazione, perché alle 21:30 di venerdi sera non c’era nient’altro di aperto) non ho visto molto di buon occhio l’apertura del chioschetto Chipstar a Palermo, e per giunta al Politeama. Politeama che, essendo uno dei biglietti di benvenuto della nostra città, poiché da sempre punto nevralgico del turismo (e ancor di più quando sarà attiva la tanto attesa fermata del tram della metropolitana) avrebbe potuto, a mio avviso, ospitare un negozio di prodotti locali o, ancora meglio, un centro di informazioni turistiche. Invece così, provando a metterci nei panni del turista, dopo essere atterrati a Palermo, scendiamo alla fermata Politeama, cuore del centro commerciale della città, punto di partenza per la passeggiata in via Ruggero Settimo, che poi ci condurrà al Massimo, ci guardiamo intorno e…che facciamo? Niente, ci compriamo un bel cartoccio di patatine olandesi e ce le sgranocchiamo strada facendo. Tanto è la prima cosa che vediamo appena scendiamo dal tram treno, insieme al McDonald’s.
    Dal punto di vista nutrizionistico, i sostenitori della nostra cara amica patata potranno obiettare che in fondo esse non sono poi peggio di un’arancina. E per carità, sarà anche vero. Ma badate bene, la mia non è una guerra contro la patatina fritta. Quella la mangiamo al ristorante, in pizzeria e sul divano di casa quando ordiniamo un pollo a domicilio. Il punto è che con l’avvento di questa ennesima “diavoleria” d’importazione sembra proprio essersi innescato un effetto patata che ha i contorni di un fenomeno quasi sociale. Fenomeno che, insieme a tutti gli altri già ben noti, contribuisce ad appiattire la diversificazione del commercio uccidendo il prodotto locale nel nome di poche grandi marche, in una sola espressione: ci rende ancora più global.
    Comunque, che la patatamania sia una moda passeggera oppure che sia la cugina neonata dell’ormai intramontabile McDonald’s, poco importa: i chioschetti vanno alla grande.
    E insomma, dai, le patatine ce le abbiamo. Adesso però servirebbe Starbucks. Così finalmente potremo passeggiare per il centro tenendo in una mano un cartone con caffè annacquato all’americana e nell’altra il cartoccio di Chipstar con vere patate olandesi. E ci sentiremo davvero molto cool. Però, per carità, non chiamiamolo cartoccio. Chiamiamolo cuppiteddo eh, siamo pur sempre a Palermo.

    DISCLAIMER: non è stata corrisposta alcuna somma per questo post.

    Ospiti
  • 21 commenti a “Questo irrefrenabile bisogno di patata a Palermo”

    1. Epperò, anche se si capisce dal primo aggettivo che usi, “sudici”, riferito ai coppitelli, non ci hai detto se le patatine erano buone oppure no, se le salse erano buone oppure no. Di fatto, hai continuato a parlar male dei fries shop a prescindere dal giudizio organolettico, che pure avevi indicato come fondamentale per poter parlarne male.
      Tanto valeva allora non andarci, ad assaggiarle, no?

    2. a Palermo dilaga la moda delle “patate fries olandesi”, in meno di un anno oltre 5 punti vendita di diverse catene e aziende: che sia il nuovo modo per friggere danaro illecito? 😉
      ps, tutte queste nuove ditte usano tutti le stesse salse industriali, e nessuno si distingue per usare chessò, la patata viola o quella rossa o quella americana, una tristezza infinita.
      pps, nessuna ha sapore come quelle un pizzico più original che mangiai in Belgio 😉

    3. @ isaia: il giudizio è soggettivo. Il mio credo che sia abbastanza evidente. O c’era davvero bisogno di dire che non mi sono piaciute affatto?

    4. In un post sulle patatine?
      Sì.
      Vorrei sapere se erano molli o croccanti, unte o asciutte, dorate o pallide, salate o scipite, con la buccia o senza, tagliate sottili o larghe. Non sono giudizi soggettivi, questi. E sulle salse… hai voglia a giudizi, considerando che ne offrono a decine.
      Il tuo invece è un post “politico”, e ci può anche stare. Ma potevi anche dire “potevo andare a provarle ma siccome odio le patatine fritte, ne ho fatto a meno” e sarebbe stato più onesto, da parte tua.

    5. Post indubbiamente politico con il pretesto della patata.

    6. a virità, michelina raggione c’ha!!!!
      picchì ò politeama c’hanno a essiri tutti sti ristoranti stranieri stravacanti e macari puru puliti???? Mettemu ai quattru punta cantunere quattru bieddi chioschi ri stigghiuola, rascature, pani ca meusa e sfinciunieddu cavudu cavudu cu zù pippino chi abbannia “chi ciaaru chi ffaa!!” tuttu bieddu ogganico e soprattutto paleimmitano!!!!
      e tutt’u fietu s’à sientiri fin’a Cala. accussì quann’i turisti arrivano e si mancianu quattru biedde stigghiuola fituse macari insemmula a panelle e crocchè poi ci veni u stinnicchio e l’annu a puittari ri coissa ò pronto soccorso pì sbacantarici a panza!!!!
      e si travagghia puru chiossai: stigghiulari tassisti faimmacisti e duttura!!!! a facciazza ri sti foristieri e r’i tutt’i paleimmitani assittat’in pizzu c’un ponnu manciari sandwiccheez o comu cabbasisi si chiamano e patati fritti!!!!
      Chi poi comu se fa, dico io, a gghiri accattari patiti fritti a agosto c’u cappieddu r’i lana ‘ntiesta???? chi ggente stravacanti chi ci sunnu

    7. La patata è internazionale w la patata

    8. Condivido quello che scrive Isaia… Hai detto tutto e niente. Certe volte mi domando quali siano le “credenziali” per scrivere su Rosalio… (qualora ve ne fossero).

    9. Michela intanto mi discosto dal coro dei commenti precedenti: hai un bel modo di scrivere, leggero e sarcastico come piace a me 🙂
      Riguardo l’articolo secondo me si tratta solo di una moda passeggera, come quella delle sigarette elettroniche. Non credo…anzi NON CI VOGLIO CREDERE che un palermitano sano di mente, passata la moda, decida ancora di andarsi a mangiare delle patatine fritte al posto dello street food palermitano.
      solo un appunto: “Fenomeno che, insieme a tutti gli altri già ben noti, contribuisce ad appiattire la diversificazione del commercio uccidendo il prodotto locale nel nome di poche grandi marche, in una sola espressione: ci rende ancora più global.” scusa ma è una castroneria come poche…ogni volta c’è la fissazione che un prodotto internazionale uccida i prodotti locali ma non l’hai detto anche tu che su 5 nuove attività 3 usano prodotto italiano (una anzi prodotto siculo proprio)? nonsense…

    10. @isaia, pablo e saverio: se avessi voluto scrivere una recensione culinaria mi sarei soffermata sulla croccantezza, sul gusto, sulle salse e su tutto il resto. Ma il mio voleva essere appunto un post politico. E lo si capisce fin dal titolo. Se sono andata ad assaggiarle l’ho fatto giusto per avere io stessa consapevolezza di ció che stavo scrivendo. Ma non vuole essere una recensione.

      @zibibbo: intanto grazie per avere apprezzato. Riguardo l’appunto, quello che penso è che su 3 che si professano made in sicily magari 2 non lo sono. Non mi aspetto che ci siano tanti controlli in questi chioschetti (magari mi sbaglio). E comunque anche se il prodotto è locale, è la filosofia da catena a non esserlo.

    11. ok ma come penalizza il territorio una catena di negozi di patatine fritte che magari usa patate locali? non capisco questo nesso.
      se poi a ciò si aggiunge: posti di lavoro diretti e indotti, aumento dei volumi di mercato del prodotto non lavorato, valorizzazione di una zona con delle nuove (e funzionanti) attività commerciali…non riesco proprio a vederci niente di male nell’apertura di questi negozi, come non c’era niente di male (e infatti non ne ha parlato nessuno) per i negozi di sigarette elettroniche o altri usciti da mode simili.

    12. Michela pur pensando che questo post abbia un po’ del sapore antico dell’antiglobalismo volevo dirti che il post mi è piaciuto molto e che coglie un fenomeno molto particolare di Palermo negli ultimi tempi. 🙂

    13. Preferisco ,continuare a gustarmi tutte le qualità della FRUTTA, ho 80 anni, non vado Mai dal medico, spero di vivere molto a lungo cibandomi dei frutti che il pianeta ci Dona. peso 55 kg. Vedere in giro persone OBESE mi rattrista.

    14. a mmia invece rosalia rattrista vedere peissone com’attia secche com’un pezz’i lignu!!!!
      a ggente chi vive comu si fussi malata pi poi morire sana io un la capisciu!!!!
      ma chi cè ri mieigghiu ri na biedda mafalda cu salame presciutto poicchetta scamoizza tuma mozzarella provolietta e na fett’i pumaruoro proprio picchì s’avi a manciari puru n’anticch’i veiddure
      w a panzaaaa

    15. mi piace quest’articolo indipendente,scritto sicuramente meglio di tanti giornalisti con il “patentino” e prezzolati!

    16. @Tony, Pietro: Grazie !
      @ zibibbo: io invece proprio non riesco a capire in che modo un franchising possa valorizzare il territorio.

    17. @ Michela scusa se sarò un pò schematico, non voglio offendere ma farmi capire bene:
      1 apro un franchising (GLOBAL 1 – TERRITORIO 0)
      2 assumo X dipendenti (GLOBAL 1 – TERRITORIO 1)
      3 pago le tasse (GLOBAL 1 – TERRITORIO 2)
      4 lavoro indotto per X persone (commercialista, servizio di sorveglianza, trasporti merce ecc ecc) (GLOBAL 1 – TERRITORIO 3)
      5 maggiore pedonabilità e visibilità per la zona in cui si è aperto l’esercizio (GLOBAL 1 – TERRITORIO 4) (questo è uno degli aspetti più sottovalutati ma chiedete agli esercizi che hanno per vicino un McDonald o simili se il loro giro di affari non è aumentato dopo l’apertura dell’esercizio in franchising)

      semplicisticamente si evince che i vantaggi per il territorio (anche nel caso in cui apra un esercizio che non usa prodotti locali) sono molteplici e il concetto globale><territorio è un semplice slogan che non è sempre applicabile alla realtà.
      Ovviamente stiamo parlando di opinioni personali…non ho la presunzione di pensare che il mio ragionamento è corretto e il tuo no.

    18. simpaticissima, verace, equilibratamente campanilistica ma un pò prolissa ragazza! bene nel complesso.

    19. Sarebbe incredibile se si decidesse di aprire un cribbio di chioschetto del Panino della Milza con salse tra le più varie e disparate! Ché tanto per immagine non perdi nulla, in quanto tipico street food palermitano. Se poi magari ti scegli un banconista decente e che sappia parlare italiano che ti fa una presentazione, hai vinto la medaglia d’oro (non il quartiere!)

    20. @Attilio Panino con Milza con salse??????????? e per giunta varie e disparate?. Stai scherzando vero? 🙂

    21. E comunque il “tram” a Piazza Politeama non ci azzecca, purtroppo, niente … !

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