domenica 26 mar
  • Teatro delle Beffe: chiudiamolo presto!

    Concordo con Ludovico Caldarera, il Teatro delle Beffe va chiuso.
    Della sua chiusura siamo responsabili tutti noi che non ricordiamo più che ogni volta che diciamo che le fate non esistono ne uccidiamo una. Ma fare di tutta l’erba un fascio renderebbe meno gravi le responsabilità di chi è pagato per assumersi queste responsabilità.
    E quindi per non lasciare dubbio a equivoci la chiusura del Teatro delle Beffe pesa come un macigno sul sindaco Leoluca Orlando, sull’assessore alla Cultura Francesco Cusumano, sull’assessore alla scuola e realtà dell’infanzia Barbara Evola sull’assessore alle politiche sociali Agnese Ciulla, sull’assessore alla partecipazione Giusto Catania e sui grandi alfieri della cultura cittadina il Sovrintendente del Teatro Massimo (ed assessore alla cultura uscente) Francesco Giambrone, sul direttore del Teatro Biondo, Roberto Alajmo.
    Se sognavate una città senza fate, che dirvi se non bravi, avete dato il vostro contributo.
    Fare i nomi non serve, ma almeno è liberatorio. E se un giorno doveste inavvertitamente chiedermi il voto a qualunque titolo, non vi chiederò del tram, della città sventrata, della Vucciria abbondonata, della munnizza. Vi chiederò del Teatro delle Beffe e della sua chiusura della quale siete stati artefici, complici, responsabili, per peccati di opere e soprattuto di omissioni, perché per non farlo chiudere sarebbe bastato un gesto semplice e non l’avete fatto, perché non farlo chiudere era la dimostrazione che in fondo in fondo un progetto per il futuro lo avevate.
    Qualche giorno fa è apparsa sul profilo facebook di Ludovico Caldarera una laconica comunicazione. C’è la crisi, lui sostiene, una crisi economica che non lascia spazio agli enti preposti di intervenire. Tanto vale chiudere. Ringraziamento per quanti lo hanno sostenuto.
    Il Teatro delle Beffe in una città “normale” sarebbe una punta di orgoglio, sarebbe la scintilla di quell’eccellenza da mostrare al turismo del quale “potremmo” vivere, sarebbe un argomento a favore di quella candidatura mancata a capitale della cultura, sarebbe…. potrebbe essere… dovrebbe essere, ma come tutto il resto a Palermo non è.
    Essere Capitale della cultura dovrebbe significare essere un luogo che la crea ed il Teatro delle Beffe è uno dei pochi luoghi dove si è creata cultura, peraltro rivolgendosi all’utenza storicamente ignorata nella nostra città: i bambini. Tanto per lasciare contenti quelli che parlano di mercato, il turismo delle famiglie con bambini pesa oltre il 20% sui flussi turistici. E chi ha bambini, quando parte, cerca e desidera cose a loro misura. Ma noi, ricordiamolo, non siamo capitale della cultura, siamo capitale di niente, o meglio di una regione che cola a picco più velocemente della nazione a cui malamente è attaccata.

    Il Teatro delle Beffe è una risorsa importante della città, purtroppo sottoutilizzata dalla inconsistenza di chi la amministra. Il Teatro è nato e vissuto con esclusive risorse private. Il Teatro delle Beffe è, dovrebbe essere, potrebbe essere, uno strumento parte essenziale di qualunque progetto per quanto striminzito e povero di una qualunque delle istituzioni che ho citato sopra. Ma dicevamo non è, non è stato, non sarà.
    Mia figlia ha assistito al primo spettacolo della sua vita in una produzione del Teatro delle Beffe; Ludovico, la sua inconfondibile faccia, è una faccia di famiglia a casa mia, la faccia di Giufà. Non posso affermare che l’amore per il teatro di mia figlia sia merito esclusivo del Teatro delle Beffe, ma certamente quel teatro è un luogo che ha contribuito in maniera significativa alla creazione del suo immaginario, se domani mia figlia sarà un’utente dei “grandi teatri” quelli Culturali con la C maiuscola come piacciono alla nostra rappresentanza radical, lo sarà anche grazie a Ludovico. Ma so bene che per molti bambini della città è stata l’unica occasione di incontro con la “cultura”; parolona purtroppo svuotata di significato dalle inaugurazioni rutilanti di prime d’Opera e mostre truculente.
    Le ragioni della chiusura fanno vergogna anche a raccontarle, il Teatro delle Beffe chiude perché Ludovico non è in grado di pagare personalmente con il precario lavoro di attore un affitto di 500 euro mensili. In una città con centinaia di spazi pubblici chiusi, nella quale si spendono centinaia di migliaia di euro in festino e luminarie, nel quale i principali teatri rivolgendosi ad una utenza di poche migliaia di persone costano milioni di euro, l’unico centro di produzione per bambini, che per tantissimi bambini è stata anche l’unica occasione per aprire una finestra su un mondo diverso, con due lustri di storia e tantissime produzioni all’attivo, chiude perché non in grado di sopportare un costo annuale di 6000 euro. La chiusura del Teatro delle Beffe è una delle tante sconfitte della città, il cui costo maggiore non sarà pagato da mia figlia, o dai figli di coloro che come me si prendono cura dell’immaginario dei propri figli, ma dalle migliaia di figli di quelle famiglie per le quali l’esistenza o meno del Teatro delle Beffe e dei suoi laboratori rappresenta l’opportunità o meno di sperimentarsi in questo contesto. Ne pagheranno di più l’assenza proprio quelli che non ne sentono il bisogno.
    D’altro canto è così per la cultura e l’istruzione.
    Dentro di me so che la nostra città in quanto comunità non esiste, e che questa chiusura lascerà indifferenti tutti. C’è il tram che ci farà città europea. Una città europea, senza asili, senza parchi gioco, senza bambini al suo interno. Una città senza più fantasia ne spazio per l’immaginario. Il Teatro delle Beffe, concordo con Ludovico, non serve. Chiudiamolo pertanto e chiudiamolo presto.

    Palermo
  • 11 commenti a “Teatro delle Beffe: chiudiamolo presto!”

    1. Il tram non ci farà città europea. Ha detto bene: Palermo come comunità non esiste, non c’è senso di appartenenza o rispetto verso questa terra che ci ospita. C’è solo egoismo e strafottenza per il vicino, per il turista (il forestiero che mi sta disturbando e che, quindi, sono autorizzato a prendere in giro invece di essere onorato della sua scelta di venire qui invece che in altri luoghi decisamente migliori e più ospitali). Palermo non è una comunità: è solo un’accozzaglia di persone che per caso si trovano a vivere nello stesso luogo fisico, ove non attecchisce alcuna iniziativa culturale o sociale, ove non esistono spazi comuni, punti di aggregazione (e per punti di aggregazione non intendo i circoli snob che sembrano case di riposo, con tutto il rispetto per le case di riposo), luoghi di ritrovo, ove i giovani volenterosi frequentano le scuole solo per avere un titolo per scappare nelle Università di fuori . Ognuno vive per se stesso, nel suo orticello e tende sempre più a chiudersi e a non socializzare.
      Se non cambiamo questa mentalità, non abbiamo futuro.

    2. Un teatro che chiude é un lutto per una città civile. Una città che non guarda alla cultura delle generazioni future uccide consapevolmente il suo futuro. Ed é vero quello che scrive Giovanni, siamo tutti responsabili. Sono tutti responsabili. Perché un teatro chiude nel silenzio e nell’indifferenza istituzionale ma anche della città e dei cittadini. Il silenzio oggi avvolge la nostra città. Dove sono finiti gli urlatori professionisti. La società civile. I pasionari. Dove gli intellettuali? Dove sono i movimenti? Dove é finito il sogno….

    3. Ricordo a tutti ed a me stesso che in questa città sia il Teatro Massimo, che il Politeama, che il Biondo, sono chiusi da un’inferriata con cancello e catenaccio? Sarà un caso?

    4. Carlo, inferriate e catenacci servono per non fare uscire le idee, infatti devono essere tutte la dentro, per questo non se ne trovano in giro 🙂

    5. Con il suo attacco a sindaco e giunta, con assessori menzionati uno alla volta, lei toglie credito a tutto il resto e appare smentire l’intento di partenza, quello di voler aiutare il teatro che rischia di chiudere.

      Un cittadino normale, anche se vive in una città anormale, non è legittimato a sparare a zero su sindaco e giunta ogni qual volta accade qualcosa, a prescindere di chi sia la colpa.

      Capisco il gusto della provocazione, ma a tutto c’è un limite, ma purtroppo a tutti i livelli, culturali, sociali ed economici, delle cose che accadono a Palermo spesso si discute con la profondità e l’accuratezza tipica dei discorsi della taverna del Borgo. Piove, la colpa è di Orlando: ma la borghesia palermitana è davvero così banale?

      P.S.: sono un padre che porta il figlio al teatro, per intenderci. Ma non affronto le situazioni adoperando toni sterili e vieppiù fastidiosi.

    6. Giovanni, non sono d’accordo. Più che a non farle uscire servono a non farle entrare…

    7. Orazio, tra le persone che ho citato c’è anche chi stimo e di cui condivido gran parte dell’operato. Il punto non è personale ne riferito ai singoli ruoli ed alle singole figure, il mio discorso non è in difesa del teatro delle beffe in quanto tale, il mio è un modo per evidenziare l’assenza totale di progetto per la città. Il punto non è che nessuno degli enti citati trova tempo, modo e voglia non di non fare chiudere il Teatro delle Beffe,ma che non trova modo di farne un elemento del progetto culturale, sociale, didattico della città.
      Non ho scritto piove è colpa di orlando, ho scritto manca un progetto culturale per la città, oltre gli slogan e la retorica cui siamo abituati. Un progetto culturale è una visione ed una prospettiva, e della sua assenza è responsabile la giunta, con i relativi nomi e cognomi degli assessori preposti. Negare questo è qualunquismo.
      Mi spiace pertanto che lei lo consideri una denuncia qualunquista, perché è l’esatto contrario ho indicato persone in ruoli specifici addebitando loro una specifica responsabilità. Non ho detto tutti i politici fanno schifo perché i teatri chiudono, questo si sarebbe inutile e qualunquista. Ho scritto questo specifico Teatro chiuderà nonostante della sua esistenza e della sua importanza queste persone sono informate ma decidono di non agire.

    8. La ringrazio per la risposta e quanto alla mancanza di un progetto culturale ricorderei che nonostante tutto il Biondo con questa amministrazione è ripartito correndo, il Massimo veleggia alla grande, la candidatura Unesco avrà successo, mentre i piccoli continuano ad annaspare ma per mancanza di trasferimenti regionali e statali. E perchè fare cultura costa e di questo sembra che non si accorga nessuno.

      Quando il Comune aveva i soldi aveva pure i progetti, sempre con questa Amministrazione gestiva direttamente le stagioni facendo pagare unprezzo calmierato. E i privati si lamentavano perché gli rovinava la piazza. Il discorso è complesso.

      Se poi il progetto culturale di un Comune per essere condiviso da tutti deve aver messo dentro tutti, come fa il palermitano Alajmo al Biondo che fa le stagioni solo con (tutti i) palermitani, il problema diventa pure di opportunismo da una parte e di provincialismo dall’altra, e questo è un discorso diverso.

      Ho divagato, ma credo che un blog lo consenta. Comunque spero che ce la facciano questi volenterosi della cultura che purtroppo non conoscevo.

    9. Orazio mi ha detto di avere replicato a Callea ma non leggo la sua replica.

    10. Orazio,
      secondo me abbiamo due punti di vista diversi sul concetto di progetto culturale della città. Il Biondo ha un suo progetto culturale, che poi è il lavoro di un teatro stabile di una città, ovvero quello di dare un luogo al segmento di riferimento degli operatori cittadini. Fa bene quello che nel passato non è stato fatto. Cosa significhi andare bene per un teatro d’opera come il Teatro Massimo lo vorrei spiegato. Sull’argomento ho un mio punto di vista che ho approfondito qui: (http://www.rosalio.it/2012/06/12/cultura-e-risorse-palermo-come-sydney/). Un teatro che costa così tanto dovrebbe restituire molto di più ed essere parte delle dinamiche culturali ed economiche cittadine. Cosa che oggi non è. Dovrebbe essere in grado di liberare risorse per i piccoli, e non di fagocitare tutto ed il contrario di tutto, come oggi avviene.
      Il progetto culturale di una città è comunque un’altra cosa. Significa avere chiaro il ruolo che la cultura ha oggi, immaginare il ruolo che debba avere e costruirci nel mezzo un percorso. Non esiste una fotografia dell’amministrazione sullo stato delle cose (ovvero nessuno si è preoccupato di mappare dove siamo, ed è per questo che può sfuggire un teatro come quello delle beffe), non esiste un’idea di dove andare e che ruolo la cultura possa e debba giocare. Ed ancora meno esiste un percorso. Torino è rinata sul suo progetto culturale, quando ero giovane Edimburgo era il riferimento d’Europa. A Dublino nel centro c’è un teatro ogni 50 metri. Questo ha un ruolo nei flussi e nelle presenze turistiche. L’Edinburgh festival negli anni novanta (non so adesso) muoveva migliaia di persone da tutta Europa. A me non frega una cosa inclusiva che includa tutto, ma serve, da cittadino (ex operatore), conoscere la direzione verso cui si intende andare. La questione Unesco è già un successo indiscutibile, ma non è affatto un progetto culturale, e peraltro non è neancheun progetto dell’amministrazione ma di un gruppo universitario. E’ un riconoscimento che se bene usato può generare risorse economiche in ambito turistico. Unesco celebra il passato culturale di un luogo. Non costruisce il suo futuro.

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