venerdì 26 ago
  • Palermo sotto le bombe, 9 maggio 1943

    Palermo sotto le bombe, 9 maggio 1943

    «Papà dobbiamo sfollare, hanno ritrovato una bomba della guerra e la devono detonare».

    «Io rimango qua, sono già scappato quel giorno, per me non vale.
    Quanto avevi nel maggio 1943?».

    «Dieci anni e me lo ricordo come se fosse ora».

    «Racconta papà».

    Questo è il suo racconto di quei giorni.

    «Vivevamo dalle parti di via Montalbo, verso il 1942 mio padre andò a lavorare al cantiere navale di Genova perché Palermo era diventato teatro di guerra. Lasciò a casa mia madre e quattro figli, io ero il più grande avevo 10 anni; mi ricordo che ogni giorno portavo a mio padre la gamella con la pasta alla carrettiera, circa trecento grammi.

    Non sempre avevamo la pasta ma il mangiare non ci mancava; eravamo fortunati che l’uomo di casa lavorasse, il nonno invece era scappato a Marsiglia perché era militante comunista e dichiarato antifascista.
    Da Genova arrivava puntualmente il vaglio postale con i soldi, al mercato nero la mamma comprava le cose, certe volte di nascosto per non alimentare l’invidia dei vicini; a volte regalava ai meno fortunati cereali, pane, latte, quello che poteva.

    La mattina passava il vaccaro e ci dava il latte; mia madre gli diceva che se lo mischiava con l’acqua al ritorno di mio padre da Genova avrebbe fatto una brutta fine, facevamo la cafiata, latte, surrogato di caffè, pane duro, zucchero.

    A pranzo pane e panelle o pane e olio; certe volte mangiavamo pane e mandarini, limone, fichi d’india, fichi; la sera facevamo la pasta con quello che c’era, broccolo, verdure, fagioli, spesso solo verdure e pane abbagnato. Avevamo alcune galline, le uova non ci mancavano, capitava di scannare una gallina e farla bollita, l’unica carne che conoscevamo tranne poche volte all’anno interiora di maiale o caldume oppure spezzatino con patate, ma erano patate con pezzi di grasso dentro, oppure mangiavamo babbaluci al sugo.

    Pesce chi lo pescava se lo mangiava oppure se lo compravano i ricchi, mio padre non sapeva pescare, una volta gli hanno regalato un polipo, fu un evento.

    I ricchi andavano a fare la spesa alla Vucciria e si pigliavano il the all’Extra Bar, per loro la guerra non era mai iniziata; noi non eravamo poveri, avevamo due fornelli a carbone, la cucina in muratura, una casetta con due stanze e le pareti di calce, i soldi da Genova arrivavano puntuali.

    Poi non arrivarono più, e fu una tragedia; mia madre aspettò due mesi e non ricevendo più risposte dalla Liguria pensò al peggio.
    Cominciarono i primi bombardamenti degli americani che non erano signori come gli inglesi, ci rifugiavamo in una grotta a fondo Marasà di proprietà dei preti di Piana degli Albanesi, era un posto sicuro rispetto a quella di via Ruggero Loria dove un giorno è crollato il tetto. A Marzo del 43 una bomba centrò una nave carica di esplosivo al porto, fu una carneficina, la gente aveva paura, ma a maggio del 43 i bombardamenti cominciarono a tappeto.

    La mamma era incinta, poteva partorire a giorni, non avevamo ne soldi ne mangiare, scappammo a Genova a cercare papà, ammesso che fosse ancora vivo.

    Pagammo il biglietto del treno coi pochi soldi rimasti, ci mise un’eternità per arrivare a Battipaglia, dalla Campania a Roma a piedi o con passaggi di fortuna, qualcuno ebbe pietà della nostra famiglia, ridotti come eravamo.

    A Roma un funzionario dei treni si incazzò perché ci avevano fatto pagare il biglietto, per le famiglie numerose era gratis, la mamma stava partorendo li sui binari, fu portata all’ospedale dai tedeschi; nacque mio fratello e finirono i bombardamenti, per questo lo chiamammo Salvatore.

    Da Roma a Genova fu terribile col poppante e altri quattro bambini piccoli, ma alla fine arrivammo.

    Quando mio padre ci vide arrivare al porto di Genova al limite dell’umana sopportazione si mise a piangere, lui i soldi li aveva mandati, ignorava che fine avessero fatto.

    Affittò una casa in via Vico Fieno, poi una più grande in via Acquarone Alto, a Genova si stava bene, ma la guerra arrivò anche li, fascisti, tedeschi e partigiani era una vera e propria guerra civile, così i bambini fummo sfollati nelle zone ancora in pace.
    Fummo ospitati dalla famiglia Mario e Riccardo Casci Ceccacci di Ostra in provincia di Ancona, li la guerra non c’era anche se la popolazione locale aveva sotterrato tutte le cose di valore per paura che da un giorno all’altro le cose andassero in malora.

    Nelle marche noi bambini fummo trattati bene, all’epoca tra italiani ci aiutavamo, eravamo un popolo non avevamo nient’altro che l’amore; quando Genova fu tranquilla tornammo insieme ed era già il momento di tornare a Palermo.

    La guerra era finita, rimanevano le macerie; con i mattoni degli edifici distrutti si ricostruivano gli altri; mio padre andò a lavorare per un privato, poi riprese il posto al cantiere che nel frattempo gli americani avevano sequestrato e poi restituito alla famiglia Piaggio.

    I fascisti non vennero picchiati ma avevano paura a farsi vedere in giro, i mafiosi anche, le leggi del regime contro di loro erano ancora in vigore.

    Le cose lentamente si ripresero grazie agli aiuti degli americani, erano alloggiati alla caserma Cascino ed al porto, c’era il dollaro e la speciale moneta di occupazione, gli americani distribuivano il mangiare ma durò soltanto un anno poi non davano più niente, le ciminiere tornarono a produrre energia elettrica.

    La fame ci fu anche nel dopoguerra, i camion coi viveri arrivavano ma finivano nel nulla, allora mettevamo nelle strade le travi nella speranza che qualche cassa di cibo saltasse giù ed in quel caso dovevamo essere più lesti degli autisti per prenderla, un bambino fu ucciso schiacciato da un camion.

    Cominciarono a riaprire i negozi ed una volta la settimana mangiavamo carne di vaccino e chi se la ricordava più? Mio padre fracchiò a legnate il vaccaro e prendeva regolarmente il salario, niente più gamella, mangiava alla mensa, andavamo ogni sabato al cinema Manzella e facevano i documentari di guerra, ma ad un certo punto non ne potevamo più ed allora cominciarono i film.
    Al teatro Biondo c’erano Nino Taranto e Macario…».

    «Papà, basta che dobbiamo andare, dobbiamo sgomberare.

    «E torniamo?».

    «Sì torniamo».

    «Ci portiamo zucchero, olio, cose da mangiare».

    «No, papà, non c’è bisogno».

    «Lo vedi questi che arrivano scappando dalla guerra, un giorno i profughi eravamo noi».

    «Lo so papà, ma la gente ha dimenticato tutto».

    «E tu scrivila figlio mio, così nessuno più dimenticherà».

    Palermo
  • 5 commenti a “Palermo sotto le bombe, 9 maggio 1943”

    1. Leggendo questo post, mi sovvengono analoghi ricordi dei miei nonni e dei miei genitori.

      Ma una puntualizzazione va fatta, gli italiani erano profughi nel proprio territorio, a parte quelli che emigrarono in America (negli altri Stati europei non si stava meglio).
      Ma l’America era ed è vasta, poteva accogliere profughi, esuli ed emigranti.
      Non credo che gli italiani abbiano dimenticato, ma l’Italia è piccola con una popolazione di quasi 60 milioni di abitanti, con un alto tasso di disoccupazione, con una crisi economica che ci attanaglia, e non può accogliere tutti.

    2. Veramente bellissimo, complimenti per il post.

    3. Ultima corsa di Giuseppina…

      Mi chiamo Giuseppina e il 28 novembre di quest’anno compio 74 anni. Ricordo l’ultimo compleanno che mi hanno festeggiato, avevo otto anni e mia nonna tutta vestita di nero che mi ripeteva: “Questa l’ultima torta è la guerra c’è, hai capito aah ?”. Io guardavo raggiante quella tortina scura, fatta con la farina scura e per me bellissima, la mia mamma aveva trovato in Ospedale dove lavorava persino una candelina, chissà come, non si trovava nulla in quel tempo. Vivevo al Borgo, cuore sano di Palermo. Nel mio quartiere ci si conosceva un po’ tutti, si viveva onestamente e ogni famiglia aveva qualcuno che lavorava e il pane non mancava. Poi scoppiò la guerra e mancò tutto. Io mi ricordo che suonavano spesso le sirene, assordanti come le urla di un cane scannato vivo e poi ricordo che scappavamo tutti nei rifugi, così com’eravamo, spesso con i pigiami e le ciabatte ma non accadeva mai nulla e tornavamo a casa sfiniti e affamati. A Palermo la guerra era come se non ci fosse, si vedevano sì più militari in giro e tutto pareva girasse come sempre aveva girato. Io andavo in quarta elementare, per andare a scuola prendevo la Circolare Destra vicino a casa e mi lasciava cinque fermate più avanti ma andavo anche a piedi quando tardava. Nonostante le difficoltà del periodo, ricordo che i tram , i filobus e gli autobus circolavano con regolarità, anche perché le automobili erano poche e le avevano solo i ricchi.
      Qualche volta era successo che al suono dell’allarme antiaereo l’autista aprisse le portine in mezzo alla strada e scappavamo tutti, ci infilavamo nei portoni, scappavano anche autista e bigliettaio e a me veniva da ridere.
      Tutto il quartiere del Borgo era vicino al Porto. Mia madre diceva che questo non andava bene perché se bombardavano davvero le prime case a cadere erano quelle del Borgo, proprio perché vicino al Porto.Si stava interessando anche per sfollare in un paese dell’interno ma non seppi più nulla perché… perchè come dirvelo…. tutt’a un tratto… morìi, si morìi, senza averne alcuna voglia. Era un bel giorno di Maggio, quella mattina a scuola avevamo pregato la Madonna e cantato canzoni al Duce. Ad un tratto sentimmo un rumoraccio assordante, un tuonare continuato, non so spiegare. Il cielo sembrò farsi buio d’improvviso, ebbi paura, ci dissero “scappate, correte, andatevene a casa, dritti a casa, via via……”, ed io che ero la prima del banco davanti la porta afferrai il quaderno di calligrafia, cui tenevo tanto, feci le scale in un lampo e mi trovai nello sterrato davanti scuola. Mi passò sotto il naso la Circolare e d’istinto mi misi a correre come una lepre pur di prenderla. Appena salito il primo gradino , il sole di colpo sembrò spegnersi e volai dieci metri più avanti.
      Ebbi subito una forte sensazione di calore e l’ultima immagine terrena che ricordo è di un raggio di sole penetrato tra i terribili aerei bombardieri che l’oscuravano e l’autista chinato sopra di me, le sue lacrime che mi bagnavano il viso, una forte corrente d’aria e il mio bel quaderno di calligrafia orribilmente sporcato di sangue. Non capivo che era il mio sangue, della mia testolina ormai quasi recisa da uno spezzone di bomba. Mi pianse tutto il Borgo, assieme ad altre sette o otto vittime.
      Dopo una settimana la mia mamma, le mie due sorelle e mio fratello sfollarono in un paese in provincia di Agrigento. Mi portarono dei fiori di campo bellissimi, mi dissero, sul mio umile ma lindo sepolcro, che finita la guerra sarebbero tornati.Ma io ero già Spirito, anima candida che correva sfrenata nei Cieli del Paradiso. Oggi penso a quegli anni tremendi, a quanta gente comune, come me, ci lasciò la pelle…. Chi combatte ha la possibilità di salvarsi la vita in qualche modo, lottando anche disperatamente. La popolazione civile, inerme e una bambina di neanche nove anni, che reazioni può avere? Non si può difendere in nessun modo. Una bambina scappa, non può che scappare, correndo finché non le scoppia la milza. Siamo tutti d’accordo, noi Anime Pure di questo Quadrante Celeste, che in tutti i modi dobbiamo far sì che non si ripetano più stermini, più guerre civili nel nostro Paese e in tutto il mondo.Sì lo so, è difficile, però ci siamo detti da poco, ispiriamo un breve racconto a qualcuno dei nostri discendenti, così rinfreschiamo la memoria di coloro che oggi vivono nella Terra . Mi dicono, infatti, che c’è un certo modo di pensare che cerca di minimizzare tutti gli orrori che la guerra e il nazifascismo provocarono. Pensate, oltre venti milioni di morti……L’ Olocausto ? Un enorme montatura….Ci siamo allora decise , nel nostro piccolo, ad ispirare storie vere come questa, perché siano lette nelle scuole o raccontate dai nonni .Perché la memoria non svanisca e le Circolari di tutte le Città del mondo possano circolare sempre liberamente.

      Giovanni Oliveri

    4. Il bottiglione di due litri.

      Lavoravo all’ ospedale di Piazza Marmi come infermiera generica, vedova e con quattro figli piccoli. Mi dava una mano mia sorella Rita , che già ne guardava tre dei suoi. In realtà mio figlio Matteo aveva già 14 anni e andava a scaricare legna o quello che trovava da scaricare al porto e si guadagnava magari un poco di pane. Gli altri tre , una era nutrica e le gemelline avevano quattro anni. Io rientravo a casa con il buio, specialmente d’inverno, quando le giornate si accorciavano e alle cinque già cominciava la scurata.. Da quando c’era la guerra le cose da mangiare erano scomparse, con la tessera annonaria prendevo il poco pane che passavano, pasta e riso quando c’è n’erano. Dalle campagne arrivavano per lo piu verdure, tinnirumi, cucuzzi luonghi e qualche raro uovo. A volte qualche gallina. La pasta o erano attuppatieddri o cavatuna , che poi i miei nipoti mi spiegarono si chiamano oggi ditalini rigati e rigatoni. Dopo che mangiavamo, la sera, a volte mi davano da ricamare lenzuola da corredo e quindi riuscivo a fare qualche spicciolo dall’arte delle mie mani. Mi coricavo distrutta. Da quando mio marito era morto, per una banale influenza seguita da un ‘infezione, a 43 anni, per un intervento ai calcoli renali, la famiglia era rimasta tutta sulle mie spalle.. All’epoca non c’erano ne penicillina ne antibiotici e quindi si poteva morire anche per una stupida infezione. Quella sera uscii dall’ ospedale verso le sei di sera, pioveva un acqua camurrusa, c’era freddo e vento. Le strade buie male illuminate e deserte, il coprifuoco scattava alle 7 . All’altezza di Porta Carini mi si avvicina un uomo attabbarrato in un paltò consumato dal tempo con il bavero alzato, una coppola storta in testa, irriconoscibile in volto, con una sporta in mano. “Signora, aju uogghiu ru paisi, troppu buonu, u vuol’accattari ? “ Era di quelle persone che faceva la borsa nera, cioè vendevano prodotti sottobanco e a prezzi molto piu’ alti. “Mu facissi tastari….” – gli dissi avvicinandomi e con la speranza di aver trovato un po’ di olio d’oliva vero, dopo mesi e mesi di porcherie di sansa, scuro e amaro. Infilai l’indice nel collo della bottiglia verdastra scura, appena sentii il liquido lo ritrassi e lo portai alla lingua…..era buonissimo, avevo quasi dimenticato il sapore. Mi chiese quanto tre giornate di lavoro, bei soldi davvero, ma calcolai che per almeno due mesi, usandolo con giudizio, sarebbe bastato in famiglia. Arrivata al Massimo, io abitavo al Borgo, abbracciata a quel bottiglione, scivolai nella balata del marciapiede e per evitare che la bottiglia si rompesse, caddi per terra su un fianco. Mi rialzai da sola, bagnata come un pulcino, dolorante ma anche contenta di aver salvato quel liquido prezioso e raro da trovare in quella maledetta guerra. Pensavo camminando a quante volte in campagna, a Sciacca, dove mia marito buonanima faceva il carradore, avevo raccolto le olive vicino a Menfi in una collina bellissima circondata da carciofeti . L’abbondanza che c’era prima della guerra non tornerà piu’. Entrai a casa, tutta “culata”, con le scarpe ammargiate di acqua ma con quel bottiglione integro, di un bel colore verde scuro che alla luce della lampada della cucina pareva ancora piu’ …bello….ero contenta. Matteo mi venne incontro, mi diede un asciugamano per la testa bagnata e posò quel bottiglione sul tavolo. Lo guardava, lo fissava e lo riguardava e lo fissava…..io lo vedevo , curioso….”Guarda che non è vino, capito ah ??? E’ uogghi, uoghhiu, buonu…ru paisi…..” gli dissi sorridendo. “ Mamà ti futtièru….ti futtieru……, ti riettiru du litra d’acqua e mienzu bicchieri d’uogghiu. Unni tu vinnièru ?” Mi ritrovai sulla sedia rotta della cucina, quella addossata, al muro, incapace di rispondere a Matteo….guardai con attenzione il bottiglione e in effetti si intravedeva un liquido scuro nel collo della bottiglia, ma uno piu’ chiaro e molto meno denso nella pancia della bottiglia. Acqua, era acqua, mi avevano impaccato un bottiglione d’acqua ed in superficie un mezzo bicchiere di olio….si sa…l’olio galleggia e va su ….questo lo imparai quella sera umida, piovosa e disgraziata…..Ancora ricordo la voce di quell’uomo, uomo meschino, che aveva rubato dei soldi lavorati con sacrificio e soprattutto rubati dalle bocche dei miei bambini. Ma non lo maledissi, durante la guerra eravamo tutti dei disgraziati, come la guerra stessa.

      Da un racconto orale di mia nonna, liberamente elaborato. Giovanni Oliveri

    5. Il primo racconto sarebbe un ottimo cortometraggio, le bombe che cadono, la bambina che scappa sfuggendo alle detonazioni, poi si rende conto che nessuno la vede e capisce di essere morta, una specie di “Il sesto senso” palermitano.

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